Il Rinascimento fiorentino e l’era dei Medici dal mito alla realtà (parte prima)


di Giovanni Caselli

Ambrogio Lorenzetti – Effetti del Buongoverno, particolare (1338)

La società che si era sviluppata in città dal X secolo in poi aveva in pieno XIII secolo maturato una stratificazione sociale chiara e netta dove ogni ceto conosceva i suoi diritti e i suoi doveri.

La borghesia dirigeva “democraticamente” gli affari della città per il bene comune.
Naturalmente da questo tipo di democrazia erano esclusi le donne e i meno abbienti.
Giovanni di Paolo Morelli, autore di una biografia familiare con descrizione del Mugello da dove la famiglia proveniva, è un tipico rappresentante del ceto mercantile di questa società.
Essendo la cultura cittadina di stampo bizantino ed osservante del diritto romano, essa possedeva le strutture tipiche di quel mondo, fra le altre istituzioni vi erano, come a Bisanzio, le corporazioni delle arti e dei mestieri, divise in Arti Maggiori ed Arti Minori, e il sistema mezzadrile.

Stemma dell’Arte dei medici e Speziali (Firenze Orzanmichele)

Poiché nel mondo bizantino i mestieri e le arti erano legati alla tradizione familiare e alla sua provenienza “etnica”, si deduce – a ragione – che se Dante era iscritto all’Arte degli Speziali e se i Medici avevano un tale cognome, essi erano di origini levantine e forse ebraiche. Basta osservare le caratteristiche facciali di Dante e di Cosimo de’ Medici ed anche notare che essi non avevano antenati, oltre i nonni, se non antenati mitici, per ipotizzare che fossero davvero di origini non gradite o innominabili.

Ritratto di Lorenzo de’ Medici (Agnolo Bronzino 1555 ca. Galleria degli Uffizi),

Immagine di Dante (olio su tela di Sandro Botticelli 1495)

La loro intelligenza aggiunge un ulteriore indizio in favore di origini semitiche abbastanza
recenti. Tengo a precisare che la razza non ha nulla a che vedere con la religione ebraica – gli ebrei sono europei , levantini, africani, turchi o cinesi come possono esserlo i cristiani – e comunque qui non si parla di “razza” ma di “cultura” e certamente antenati ebrei non troppo lontani lascerebbero indubbiamente tracce di questa cultura nella tradizione familiare anche dopo la conversione al cristianesimo.
Insomma, cosa voglio dire? Propongo infatti una probabilità sostenuta da pesanti indizi,
quella che il genio del Rinascimento sia, in ultima analisi, niente altro che “genio ebraico” o comunque “levantino”. Come spiegarlo altrimenti? E’ certo che al fiorire del Rinascimento a Firenze abbiano contribuito altri fattori, ma questi erano presenti anche altrove e quindi Firenze deve aver posseduto qualcosa di “speciale”, una marcia in più.
I banchieri di Firenze, tutti sicuramente di provenienza ebraica, prestavano denaro ai mercanti ed ai re di tutta la Cristianità, fino al collasso della banca Bardi-Peruzzi del 1342. Il fallimento fu causato dall’insolvenza di Re Edward III d’Inghilterra.
Nonostante la crisi monetaria, la borghesia rimase abbarbicata al potere, resistendo alle pressioni popolari e facendosi scudo dell’emblema guelfo. La città, cresciuta attorno al Vescovo e fedele al Papa era guelfa per sua origine, mentre era ghibellina, per sua tradizione, l’aristocrazia terriera alla quale conferiva diritti l’Imperatore del Sacro Romano Impero. Tuttavia, nel tempo, essere guelfi o ghibellini non dipendeva più dalle origini ma dalla convenienza e dalle circostanze.
Il Comune di Firenze fu capace di mantenere la sua indipendenza nei confronti del potere imperiale ghibellino e quindi rimase guelfo.
La lotta fra l’oligarchia guelfa e la “democrazia” ghibellina a Firenze causò, nel 1378, il
sollevamento popolare dei “ciompi” ovvero degli operai di Firenze. La rivoluzione del proletariato fiorentino ebbe successo, ma il regime durò solo quattro anni. Dopo la restaurazione dell’ordine costituito il partito guelfo andò in crisi, ma non il potere dei mercanti e sicuramente non il potere della casa dei Medici che ora splendeva su tutte le altre casate.
Mentre la Peste Nera tornava ogni anno a mietere la popolazione, e specialmente i poveri, – cosa che si protrasse per tutto il ‘400 – le guerre erano frequenti e le tasse sempre più esose.
Coltivatori e artigiani avevano sempre più debiti e si spopolavano le campagne, solo la richiesta di tegole per tetti aumentava e le fornaci facevano soldi a palate.
Verso la fine del XIII secolo le ville, nel senso fiorentino del termine incominciavano a costellare il contado che sempre più si allargava. Erano queste le residenze di nuovi proprietari terrieri che incominciavano ad “appoderare” le campagne e a diffondere il sistema della mezzadria. Fra il ‘300 e il ‘400 vi fu una considerevole importazione di schiavi dai mercati veneziani dell’Oriente, soprattutto dalla Crimea e da Ragusa. Si trattava di Tartari e di Slavi. Le donne furono domestiche e concubine dei borghesi nelle case di città e portarono con sé, fra le altre cose, la tradizione tartara delle pastasciutta e dei tortellini; gli uomini lavoravano nei campi a mezzadria come garzoni e ciò è testimoniato dalla forma di alcuni attrezzi agricoli che nel fiorentino sono identici a quelli della Crimea.

Ambrogio Lorenzetti, Gli effetti del Buongoverno in campagna

Spesso edificando su di un sito originariamente occupato da un nobile spodestato, i borghesi crearono un nuovo elemento nello spazio rurale, una residenza urbana nella campagna che stavano conquistando. L’edificio possedeva gli attrezzi e gli spazi necessari per immagazzinare e processare i prodotti coltivati dai mezzadri che poi vendevano al mercato o esportavano all’estero.
Proprio così, come al tempo dei Romani la villa aveva la pars urbana, ossia l’abitazione del
borghese e la pars rustica, la fattoria dove risiedeva il fattore e dove si trovavano i granai, le presse per il vino e l’olio. Nel tempo la villa acquistò caratteristiche “classiche” ma si trattava quasi sempre di una casa a cortile centrale derivata da modelli islamici della Spagna o del Vicino Oriente.

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