di Giovanni Caselli

Chi erano gli Etruschi? Philip Perkins dice che questo è stato a lungo un problema spinoso. Da Erodoto ad oggi il dibattito è stato intenso. Lasciando da parte il romantico “mistero etrusco” la questione è stata da tempo chiarita da Massimo Pallottino, quando egli convinse il mondo accademico del fatto che gli Etruschi erano autoctoni, che parlavano un lingua non indoeuropea e che avevano radici nell’area etrusca fino dalla tarda Età del Bronzo. Infatti la definizione di “Villanoviano” del popolo che in questa area precede la civiltà etrusca è stata sostituita da quella di “Proto-Etrusco” già da Ward Perkins nel 1959 per sottolineare una continuità della civiltà dell’Etruria dall’epoca protostorica a quella storica. Sybille Haynes ha scritto che la civiltà dei villaggi della prima Età del Ferro dalla quale si svilupparono le comunità etrusche senza soluzione di continuità, è nota come civiltà “Villanoviana” (Hayners 2004). Questa civiltà fa parte di quei popoli che nell’Età del Bronzo migrarono dall’Asia nord occidentale verso l’Europa.

Insediamenti etruschi, greci e cartaginesi

Altre ipotesi, come quella che ritiene gli Etruschi un popolo giunto dall’Oriente mediterraneo sulle coste della Campania, del Lazio e della Toscana agli inizi dell’VIII secolo a.C. è scartata da tutti gli studiosi più accreditati. E’ infatti improbabile che nomi di luogo (toponimi) in lingua etrusca, assai più numerosi nel Casentino e nell’interno della Toscana che non sulla costa tirrenica, siano da attribuirsi a una popolazione di immigrati dall’Oriente che occupò territori in precedenza abitatati da Liguri e Umbri.

I Romani chiamarono Etrusci gli abitanti del Lazio settentrionale e della regione Etruria, i quali chiamavano se stessi Rasenna o Rasna ed i Greci Tyrrhenoi. In realtà in queste regioni, che agli albori della storia i Romani e i Greci dicono abitate dagli Etrusci o Tyrrhenoi, viveva nei secoli precedenti una popolazione che ha lasciato resti materiali di cultura centro europea e che nulla hanno di particolarmente “ligure” o di “umbro”. Nessuno sa chi fossero questi abitanti antichi della Toscana e parte dell’Emilia, della Campania e del Lazio, i cui manufatti, rinvenuti negli scavi archeolpgici sono stati ascritti ad una cultura definita “Villanoviana” da Villanova, presso Bologna, dove nel 1853 si rinvennero i primi reperti del genere in Italia. Dagli inizi dell’VIII a tutto il VII secolo a.C. i reperti che troviamo nei centri abitati e nei cimiteri di queste regioni sono invece di chiara provenienza mediterranea orientale, mentre nel resto d’Europa questa stessa cultura materiale non muta così repentinamente ma gradualmente si evolve in una cultura definita “celtica”.
Che significato possiamo dare alla distribuzione di questi nomi di luogo – in una lingua unica al mondo – e a questo cambiamento di cultura? Una possibile spiegazione è questa: in Toscana, parti della Romagna, del Lazio e della Campania si attardava una lingua preistorica, oggi nota come “etrusco” e chi la parlava apparteneva o aveva acquisito, mediante contatti, una cultura materiale di tipo centro europeo, di distanti origini transcaucasiche. La lingua etrusca appartiene infatti ad un ceppo linguistico antico ed era sopravvissuta in queste regioni oppure, ma è improbabile, vi era giunta con i detentori della cultura Villanoviana. Ma la cosa più improbabile è che questa lingua sia stata imposta da chi diffuse in queste regioni la cultura “orientalizzante”, (come la definiscono gli archeologi) fra fine VIII e VII secolo a.C. Anche perché non vi è traccia alcuna di questa lingua in nessuna delle regioni da dove la cultura “orientalizzante” proviene e neppure in altre regioni.

La stele di Lemnos (Museo di Atene)

Una stele in una lingua simile all’etrusco è stata trovata nell’isola greca di Lemnos, ma ciò non prova che in questa particolare isola si parlasse l’etrusco, questa stele prova, nella migliore delle ipotesi, che chi la iscrisse e la eresse sulla tomba di un congiunto, parlava l’etrusco e la cosa più plausibile è che questa persona fosse un membro di una famiglia di mercanti venuta dall’Etruria e residente a Lemnos.
La civiltà etrusca, sviluppatasi di pari passo con quella greca in fasi dette appunto “orientalizzante”, “arcaica”, “classica”ed “ellenistica”, fu infine assimilata dalla civiltà romana. Roma, originariamente una città in tutto e per tutto etrusca, sorta nel luogo dove la Via Tirrenica proveniente da Bologna traversava il Tevere, in un punto centrale dei pascoli invernali dei pastori italici transumanti dell’Appennino centrale, si sviluppò in un grande conglomerato urbano abitato in massima parte da italici o non etruschi. La singolarità culturale di Roma, come centro non etnico, ma di genti di varia provenienza è da notare come caso più unico che raro nel Mediterraneo.

Gli abitanti eterogenei di Roma che gradualmente si costituirono in “popolo” adottando la lingua latina – fino ad allora parlata da una piccola tribù del Lazio – dandosi miti, leggi e uno stile di vita accattati un poco ovunque, diedero vita ad una società “marziale”, dedita alla conquista di sempre più vasti territori i cui abitanti gradualmente diventavano “romani”, acquisendo cioè non il nome di una nazione, ma di una città, e aderendo alla sua visione del mondo..
La civiltà romana conquista “romanizzandole”, tutte le popolazioni dell’Italia e dell’Europa fino al Reno e al Danubio e quindi del vicino Oriente, in modo simile a quanto secoli più tardi doveva fare l’Islam. Gli Etruschi, pur perdendo il potere politico, manterranno identità lingua e tradizioni fino a dopo la caduta di Roma.

Due aruspici e la porta dell’Ade – Tarquinia, tomba degli auguri (VI sec. a.C.)

La loro lingua sopravvivrà soprattutto nella liturgia e nei libri degli “aruspici”(i veggenti di stato che continuano a praticare la loro arte fino ad epoca cristiana inoltrata). Costantino si rivolgeva ad aruspici etruschi prima di prendere le sue decisioni. La lingua etrusca sopravvisse con tutta probabilità anche negli idiomi delle popolazioni agro pastorali più isolate delle montagne appenniniche, come ad esempio attorno al Monte Falterona e nelle vallate alpine attorno al Lago Maggiore.

Gli Etruschi padani si erano insediati nelle valli alpine centrali per sfuggire all’invasione dei Celti nel IV secolo a.C. Qui e nel Casentino, si continuerà a parlare l’etrusco fino alle invasioni barbariche del V-VI secolo d.C. Non si riscontra infatti una fase latina nell’idioma del Casentino. (Nocentini)
La lingua etrusca non è indo-europea, essa appartiene con tutta probabilità ad un substrato preistorico ed è quindi ancora un misto di semitico e altaico. Lo storico greco Erodoto (430 a.C.) narra che gli Etruschi emigrarono dalla Lydia che si trova sulle coste dell’attuale Turchia. E’ vero che le tombe etrusche del Lazio del V secolo a.C. somigliano sia nell’architettura sia nelle pitture murali alle tombe della Lydia, ma questo può essere dovuto ad una migrazione di mercanti e artisti stabilitisi in Etruria verso il V secolo. Niente induce a ritenere che gli Etruschi abitassero la Lydia prima dell’VIII secolo a.C.
Dionisio di Alicarnasso (100 a.C.) scrive invece che i Tirreni erano indigeni dell’Italia, che chiamavano se stessi Rasenna e che facevano parte di una antica popolazione “che non somiglia a nessun’altra nella lingua, nello stile di vita e nei costumi”. Mentre le città costiere dell’Etruria tenevano contatti commerciali con ogni regione del Mediterraneo ed erano abitate anche da colonie di Fenici, Greci, Egizi ecc., le città interne erano abitate quasi esclusivamente da Etruschi, come provano anche i test genetici effettuati su scheletri dell’epoca e queste potevano avere il forte carattere nazionale che Dionisio attribuisce ai Tirreni.

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