di Salvina Pizzuoli

 

La si vede subito, appena superato l’abitato di Carmignanello e, vista dal basso, la sua poderosa mole tra il verde della folta vegetazione fa ancora paura, ricordando le lotte fratricide che hanno caratterizzato parte della sua storia.

Raggiungerla a piedi non è agevole, ma la fatica per la ripida salita viene ripagata dallo spettacolo.

Il primo incontro è con il fiume Bisenzio bello di acque fluenti nonostante la stagione calda. Un bel ponte, antico di fattura, ne permette l’attraversamento.

E si comincia a salire.

Camminare accanto alla storia, questo rende la scarpinata un tramite, un salto nel tempo. E ci si immaginano i nemici all’attacco, ma anche i servitori e le maestranze che per costruirla hanno seguito questi impervi sentieri.

E poi eccola, alta e possente, nonostante le ampie ferite nei suoi muri portanti.

Colpisce subito la sua fattura: una doppia struttura pentagonale, con la torre all’interno, anch’essa pentagonale, a doppia funzione e di avvistamento e di pilastro a sostegno dei solai interni. Il complesso era protetto da due cinte murarie; un palazzo fortezza con una chiesa fuori le mura con annesso cimitero e una cisterna.

Gli esperti, nel ricostruirne la storia, hanno ipotizzato un primo nucleo a capanne risalenti al X, prima dell’incastellamento, datato XI – XII secolo, con la costruzione del cassero, quindi tra il XII e il XIV secolo la costruzione del Palazzo pentagonale, abbattuto il cassero, ristrutturazione avvenuta con l’ausilio di un argano a ruota ancora visibile all’interno. Il toponimo sembra essere legato alla struttura rocciosa su cui sorse.

Il complesso fu costruito dai conti Alberti, una potente famiglia divisa in vari rami, il più potente quello di Prato quando ad opera di un matrimonio si impossessarono dei beni dei conti Cadolingi, e altre corti limitrofe, Vaiano e di Mangona, estendendosi anche nel volterrano e nella maremma massetana.

Ma perché proprio qui la costruzione di un palazzo – fortezza?

Per il controllo della viabilità sia lungo la val di Bisenzio, ma anche all’interno di quel vasto possesso territoriale creato dagli Alberti che permetteva di mettere in relazione la Toscana con l’Emilia, l’Appennino bolognese con il Valdarno e la Toscana centro settentrionale con la costa maremmama, con tutte le sue attività e beni fondamentali che vi si trasportavano: il sale, armenti, metalli preziosi, latte, lana formaggio e pelli.

Durante il XIII secolo gli Alberti si divisero in anti-imperiali e a favore, tra cui Napoleone e Alessandro i due figli del conte Alberto degli Alberti. Gli scontri anche violenti tra i i due fratelli culminarono con la morte dei due. E Dante infatti li rammenta nel canto XXXII dell’Inferno puniti nella Caina tra i ghiacci dove sono condannati i traditori dei parenti, sono i due fratelli, l’uno guelfo e l’altro ghibellino, che si uccisero a vicenda.

Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto
volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
che ‘l pel del capo avieno insieme misto.

«Ditemi, voi che sì strignete i petti»,
diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;
e poi ch’ebber li visi a me eretti,

li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e ‘l gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli.

Con legno legno spranga mai non cinse
forte così; ond’ ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li vinse.

E un ch’avea perduti ambo li orecchi
per la freddura, pur col viso in giùe,
disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?

Se vuoi saper chi son cotesti due,
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor fue.

Una lontana tradizione vuole che il Sommo Poeta si fosse vendicato della mala accoglienza a Rocca Cerbaia dove gli fu rifiutato riparo in una notte del 1285, condannando i due figli del conte Alberto ad una pena durissima.

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