di Salvina Pizzuoli

Non si può non notarla, con la sua imponente struttura, lungo la strada principale che attraversa Legri ne occupa il margine a sinistra con le due absidi ancora intatte e la terza per buona parte diruta. Colpisce per i colori delle sue pietre a filaretto d’alberese, l’antico campanile a vela e l’alta torre campanaria che svetta  accanto, evidenziando la sua antica funzione di torre d’avvistamento.

La presenza di una pieve testimonia una rete di strade e infrastrutture viarie di primaria importanza: per qui passava infatti una delle direttrici verso il Mugello.

Dedicata a San Severo è la pieve romanica tra le più antiche del territorio in provincia di Firenze, la cui data precisa si perde nel fastello del tempo, presumibilmente attorno al X secolo, e la cui storia si conserva nelle strutture che la caratterizzano con i rimaneggiamenti di cui porta ancora i segni e che la rendono particolare, singolare.

Caratteristica la sua facciata che non segue i canoni di norma: il portone d’ingresso è sovrastato da un portico che corre per un lato del suo tetto sotto le due finestre simmetriche, mentre il restante si addossa alla parete della costruzione che l’affianca. Accanto, sul lato a sinistra il bel campanile quadrato mostra a metà della sua altezza archetti pensili che lo illeggiadriscono.

A destra si apre un accesso che immette a un cortile con pozzo accanto al quale la facciata semplice e lineare dell’oratorio della Compagnia della SS. Annunziata (1580 circa).

É all’interno della pieve che la sua struttura si fa più interessante e particolare.

Colpiscono immediatamente le basse colonne cilindriche a sostegno di archi a loro volta abbassati. A tre navate, conserva scampoli di antichi affreschi e opere pittoriche rilevanti: nella navata a sinistra in alto la tavola cinquecentesca attribuita a Maestro di Serumido*, forse identificabile con Mariotto Dolzemele, con gli Arcangeli Michele e Raffaele e con Tobiolo** al cui centro fu inserita nel 1750 circa una Madonna con Bambino che porge il rosario ai Santi Domenico e Caterina. Spostandoci verso l’altare maggiore su un pilatro un affresco trecentesco, San Jacopo, con dirimpettaio San Francesco (1442). Sulle pareti della navata centrale e sui muri perimetrali sono visibili altre pitture datate XIV – XV secolo. Lungo la navata destra l’Annunciazione di Bartolomeo Traballesi (1570 circa) dai luminosi colori dominanti, il verde e il rosa; l’opera era stata dipinta per l’altare dell’oratorio della Compagnia.

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Tra gli elementi di pregio va citato il restaurato organo che, come ci indica la signora Mariella Gori che gentilmente ci accompagna e ci spiega, ha visto la cittadinanza impegnata a sostenerne l’oneroso ripristino. Aperto il tendaggio che lo protegge si mostra in tutto il suo splendore: i pilastri centrali (o  paraste) sono intagliati e dorati a foglia e datati XVI secolo.

Sotto, in corrispondenza dell’altare maggiore, la piccola e antichissima cripta visibile anche attraverso il portoncino che si apre all’esterno nell’abside centrale. È stata riportata alla luce e restaurata. Ha tre navate di cinque campate ciascuna sorrette da esili colonne ed è datata VI secolo.

Nel libretto di Marcello  Coppetti*** si legge:

“La chiesa conservò la forma primitiva, cioè altar maggiore in alto con due scalinate laterali dalle quali si accedeva già nella cosiddetta cripta, come di fatto hanno o avevano quasi tutte le chiese di stile romanico, fino al 10 ottobre 1501.

Quel giorno: “fu tempo molto brusco d’acqua, di tuoni e venne molte saette infra le quali ne venne una in sul campanile della chiesa di legri, la mattina quando il popolo era in chiesa; e fu in domenica, e il prete apunto parato per andare all’altare, fece cadere una parte del campanile in su la chiesa e morivvi 5 persone, e più di 40 ne fe gran male”.

E più avanti aggiunge:

“è probabile che essa sia stata interrata (n.d.r. la cripta) durante i lavori cinquecenteschi quando il pavimento fu portato al livello in cui si trova attualmente”.

Questa interessante ricostruzione della possibile archetettura interna alla pieve potrebbe trovare conferma nell’evidente rialzamento del piano pavimentale e nelle scale che conducevano al piano sottostante ancora visibili lungo la colonna circondata da una ringhiera protettiva. Resta comunque indicato dallo stesso Coppetti che il rialzo del piano pavimentale è databile 1633 per liberare la chiesa dall ‘umidità derivante dalla maggiore vicinanza dell’alveo del torrente Marinella che scorreva molto più in prossimità della pieve. I lavori di restauro si legano al nome di uno della famiglia dei Canigiani divenuti commendatari della Chiesa.

Per ultimo ma non per importanza artistica il marmo conservato nella sacrestia raffigurante il Padre Eterno nel classico gesto benedicente. Attribuito a Benedetto da Maiano è un marmo datato 1495-97. Doveva essere prevista una collocazione in alto proprio perché il guardarlo dal basso verso l’alto restituisce alla scultura le giuste proporzioni tra le braccia il busto e la testa, e fa cogliere lo sguardo socchiuso dalle palpebre come chi guarda verso il basso.


*Prende il nome da una aua pala realizzata per la chiesa fiorentina di Serumido

** La storia di Tobia, pio israelita in esilio a Ninive, e del figlio Tobiolo è narrata in un libro ( tra i sette deuterocanonici, ovvero non compresi nel canone ebraico e non accettati dai protestanti) del Vecchio Testamento: il giovane accompagnato dall’angelo Raffele si reca nella Media e pesca nel Tigri un grande pesce conservandone il cuore e il fegato;  con l’aiuto dell’angelo e le virtù del fegato e del cuore del pesce riesce a vincere il demonio Asmodeo e a rendere la vista al padre.

*** Marcello Coppetti “La pieve di San Severo a Legri” Nuova Toscana Editrice 2002