Carta di Capraia del XVIII secolo
Carta di Capraia del XVIII secolo.( Si consiglia di cliccare sull’immagine per ingrandire)

È una delle sette perle dell’Arcipelago come racconta un’antica leggenda, nate da quelle perdute dalla collana di  Venere uscendo dal mare. Le leggende si sa, più sono antiche più si ritrovano e ritornano più o meno identiche a designare luoghi anche lontani e diversi. Che sia una “perla” è indubbio vista la sua naturale bellezza con cui oggi ammalia i molti visitatori. La storia ci tramanda che il nome Capraia lega il suo etimo alle capre o comunque a come i Greci chiamavano l’isola: Aigylion appunto, l’isola delle capre. Anche la storia alberga i suoi se e i suoi ma: altri infatti attribuiscono il suo nome a karpa, roccia, da cui deriverebbe il “Caprara” dei Romani.

Pianta della rocca e del centro abitato di Capraia del XVIII secolo
Pianta della rocca e del centro abitato di Capraia del XVIII secolo (Si consiglia di cliccare sull’immagine per ingrandire)

Che sin dall’antichità fosse conosciuta è indubbio: già gli Etruschi vi si approvvigionavano di legname come combustibile per i forni in cui fondevano i metalli e i Romani per la costruzione delle loro imbarcazioni. Se oggi la sua vegetazione è infatti prevalentemente costituita da macchia mediterranea, anticamente era coperta da ampie leccete sottoposte a eccessivo diboscamento per mano dell’uomo, ma non sono da escludere forti variazioni climatiche che nel tempo hanno impedito la crescita di alberi d’alto fusto.

Oggi la bassa vegetazione dell’isola conosce i suoi tripudi in primavera quando diviene lussureggiante di colori e profumi.

Fiori di cisto marino
Fiori di cisto marino
Violacciocca
Violacciocca

Nella sua lunga storia Capraia è stata contesa e più volte saccheggiata ma per altre ragioni, non legate alla presenza di legname: a partire dal XVI secolo ha sempre rivestito una posizione strategica nell’alto Tirreno come punto di avvistamento di navi corsare e come difesa dalle medesime.

Nel 1506 il corsaro turco Kemal Reis attaccò l’isola con tre galee, ma gli intrepidi capraiesi riuscirono a difendersi e a respingere l’attacco, non così più tardi, nel 1540, quando il corsaro barbaresco Dragut saccheggiò il vecchio centro abitato che sorgeva dove oggi è il forte San Giorgio: gli abitanti furono fatti prigionieri e il paese dato alle fiamme con ingenti danni alle vigne di cui i capraiesi erano divenuti abili coltivatori grazie agli antichi monaci che vi trapiantarono vitigni romani e che abbandonarono l’isola intorno al IX secolo.

Che fosse strategicamente importante lo conferma non solo la partenza di Giannettino Doria, nipote di Andrea Doria, alla cattura di Dragut, ma soprattutto la costruzione di diverse torri e la fortificazione del paese: già nel 1540 ebbe inizio la costruzione della fortezza di San Giorgio sulla duecentesca roccaforte pisana, successivamente il piano di difesa venne ampliato con la torre dello Zenobito, costruita nel 1545 proprio con lo scopo di avvistare e segnalare il passaggio di navi corsare, quindi la torre Barbici e Mandola. Tutto il complesso si concluse nel 1790 con la torre del Bagno collegata con un camminamento alla fortezza e volta quindi a garantire gli approvvigionamenti. All’interno del forte vennero ricostruite le abitazioni dei capraiesi tornati nell’isola liberati da Giannettino Doria.

È stata questa una pagina importante della storia di Capraia, un’isola che ebbe a lungo un ruolo chiave nella contesa contro gli assalti dei corsari turchi e barbareschi.

Capraia la Cala Rossa e la torre dello Zenobito
Capraia la Cala Rossa e la torre dello Zenobito (Si consiglia di cliccare sull’immagine per ingrandire)

Genova fu sempre un punto di riferimento per i capraiesi che date le scarse risorse dell’isola spesso vi ricorrevano o per sussidi in denaro, visto che molti dei loro congiunti erano spesso rapiti dai corsari, o per ottenere esenzioni dalle gabelle di vendita del loro vino alla stessa Genova. Questo il vero punto di forza dell’isola che  non poteva vantare troppe risorse se non la pesca, la produzione di vino, la coltivazione di orzo,  la presenza di orti prevalentemente alla  Piana di Santo Stefano, il pascolo bovino e caprino, nonché il commercio marittimo: se lo “Stagnone” è ancora oggi l’unico stagno naturale permanente dell’Arcipelago toscano che riforniva l’acqua necessaria all’abbeveraggio degli animali, le fonti di rifornimento idrico andarono via via scarseggiando limitando di conseguenza le potenzialità dell’isola  che conobbe a fine Settecento un lento declino e abbandono anche per un difetto nella captazione delle risorse idriche esistenti.

Capraia lo Stagnone
Capraia lo Stagnone (Si consiglia di cliccare sull’immagine per ingrandire)

Dal 1986 Capraia non alberga più la colonia agricolo penale istituita nel 1873. Oggi possiamo percorrerla  tutta e scoprire la sua natura rocciosa, ma anche le sue spiagge di sabbia, le sue cale tra le quali la Cala Rossa che ne evidenza la natura vulcanica con i caldi grigi e rossi del vulcano dello Zenobito su cui svetta a sentinella la torre omonima e le sue coste erose e frastagliate piene di grotte e anfratti, e salire allo Stagnone (liberato recentemente dalle elofite, canne infestanti), con i suoi ranuncoli, stupiti nel massimo tripudio della fioritura delle violacciocche o dei cespugli di erica e corbezzolo o delle piante della macchia, ma anche ammirare il panorama che nei giorni sereni ci mostra, quasi a toccarla, la costa della Corsica della quale è sorella e dalla quale la storia degli uomini non può allontanarla.

Capraia Forte San Giorgio e la torretta del Bagno
Capraia Forte San Giorgio e la torretta del Bagno (Si consiglia di cliccare sull’immagine per ingrandire)

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