Bartolomeo Sestini e Giuseppe Moroni detto il Niccheri

Copertina del poemetto di Bartolomeo Sestini Pia de' Tolomei, Milano 1848
Copertina del poemetto di Bartolomeo Sestini Pia de’ Tolomei, Milano 1848

 

La memoria della Pia dei Tolomei, nata dalle terzine dantesche, la cui storia effettiva tanto aveva catturato l’interesse dei commentatori, non restò circoscritta ai versi nei quali il poeta l’aveva raffigurata e immortalata con pochissimi riferimenti, ma conobbe nelle epoche successive, come nella novella di Matteo Bandello ma soprattutto nell’Ottocento, un nuovo risveglio tanto che molte opere e figurative e poetiche e canore si dedicarono al soggetto con letture diverse rispetto a quella che Dante aveva lasciato incompiuta o comunque non esplicitata.

Nel 1822 Bartolomeo Sestini, patriota pistoiese, riprendeva il personaggio della Pia dedicandole un poemetto in ottave di tre canti complessivi. Più tardi , nel 1873, un poeta popolare fiorentino, Giuseppe Moroni detto il Niccheri, pubblicò un poemetto anch’esso in ottave che, edito da Salani, raggiunse l’allora incredibile traguardo di 70.000 copie vendute. Ebbe talmente successo che molti lo conoscevano e lo citavano a memoria, come per altro in Toscana era accaduto e accade tuttora per i versi di Dante.

Il ponte detto della Pia in località Rosia
Il ponte detto della Pia in località Rosia

Entrambi gli autori accolgono la versione della gelosia e del tradimento presunto dal marito, Nello Pannocchieschi, e dell’inganno e della calunnia operata da Ghino, amico fraterno di Nello, che invaghito della donna si vendica del suo rifiuto raccontando al marito gli incontri segreti con uno spasimante. Nello, sebbene incredulo, decide di trasferire la moglie nel suo castello in Maremma e di rinchiuderla in una delle torri. Questo trasferimento ha fatto sì che anche i luoghi presunti attraversati dai due sposi per giungere in Maremma abbiano abbracciato la leggenda. Lungo l’antica via Massetana, che collegava Siena con Massa Marittima e le Colline Metallifere, si attraversava un ponte di epoca romana poi riutilizzato, come spesso accadeva, anche in età medievale, sul torrente Rosia. Ancora oggi il ponte conserva traccia della leggenda portando il nome della Pia dei Tolomei. Scoperta però, ad opera della confessione di Ghino, l’innocenza della moglie, Nello giunge troppo tardi per salvarla, come canta il Moroni nelle sue ottave:

La cagione son io, se sta dolente

la cagione son io, se l’è a patire

Io fui che la tentai segretamente

Non volle a’ miei capricci acconsentire

Per me non c’è rimedio certamente

Perdon ti chiedo, e  me ne vo a morire!

Nello tutto ascoltò e fe’ partita

Lasciò Ghino spirante all’Eremita

Per una scorciatoia via salita,

[…]
Eccoli giunti a una spiaggia pulita,
Distante mezzo miglio dal castello:
Si ferman tutti e due, e ognuno ascolta
Che una campana suonava a raccolta.

Nello dalla sinistra allor si volta,
Vede dodici lumi e donne andava
Disse ad un fanciullo: Chi è quella morta?
Gli fu risposta: Una donna che stava
Sei mesi interi dentro quella porta,
Sempre del suo consorte dimandava.
Che l’é morta sarà ventiquattr’ore:
Altro non posso dir, caro signore!

Pompeo Molmenti, Pia de' Tolomei condotta in Maremma, 1853 Musei civici di Verona
Pompeo Molmenti, Pia de’ Tolomei condotta in Maremma, 1853 Musei civici di Verona

Bartolomeo Sestini già prima del Moroni, aveva dedicato alla Pia il poemetto omonimo che apre con la presentazione della Maremma “amara”:

Tra le foci del Tevere e dell’Arno,

Al mezzodì, giace un paese guasto;

Gli antichi Etruschi un dì lo coltivarno,

E tenne imperio glorioso e vasto:

Oggi di Chiusi e Populania indarno

Ricercheresti le ricchezze e il fasto,

E del mar sovra cui curvo si stende

Questo suol, di Maremma il nome prende.

[…]

Occultando la fredda gelosìa

Ond’ era morso, a quel temuto ostello

Ti conducea, mal venturata Pia,

Il tuo consorte sire del castello:

Per far men grave la penosa via

A lui volgevi il volto onesto e bello,

Trattenendol con bei ragionamenti ,

Che avean risposta d’ interrotti accenti.

E continua raccontando come, lei ignara, viene abbandonata nel castello:

Cerca e richiama, e niun risponder sente,

Onde si ferma e sta dubbia e pensosa:

S’ allegra alfine udendo lo stridente

Ponte che al basso calando si posa;

Ode alcuno avanzarse, e all’ imminente

Vestibol corre tutta desiosa

Ed ecco con le salde chiavi in mano

Apparirle a ricontro il castellano.

E a lei, che impaziente del marito

Chiedea , rispose che poc’ anzi al giorno

Nella selva vicina a caccia er’ ito,

E innanzi sera avria fatto ritorno,

E come dal baron fu statuito,

Che mentre sola ivi facea soggiorno,

Servitute a prestarle fosse intento

In tutto ciò di ch’ella avea talento.

Attende invano che Nello ritorni e scopre di essere in realtà prigioniera nel castello:

Così dicendo, verso la vicina

Porta correa, che aperta fu pur dianzi,

Quando il rozzo scherano alla tapina,

Con mal viso e mal cor parossi innanzi; 

Sostate, disse, il signor qui destina,

Finch’ ei non rieda, che madonna stanzi,

E qui v’ è forza dimorar solinga :

D’ uscir vana speranza vi lusinga.

E conclude con la morte della Pia e l’arrivo tardivo del marito e il suo pentimento essendo stata resa da Ghino la confessione che la scagionava.

In entrambi i poemi viene accolta la lettura degli antichi commentatori di Dante per cui Nello Pannocchieschi è lo sposo e Pia è una Tolomei.

Castel di Pietra
Castel di Pietra

 

Articolo correlato: Castel di Pietra e la leggenda della Pia

Chi volesse leggere la novella completa di Matteo Bandello la trova a questo link 

NOVELLA XII dal titolo Un senese truova la moglie in adulterio e la mena fuori e l’ammazza.

 

Il poemetto del Sestini su Google libri

Le ottave di Moroni e Sestini nel recente testo con il Cd audio