… e nacquero le biblioteche pubbliche

Se oggi consideriamo la lettura un gesto quotidiano, un piacere accessibile a chiunque o un momento di condivisione nei caffè letterari, lo dobbiamo in gran parte a un secolo straordinario: il Settecento. E se c’è una città in cui questa rivoluzione silenziosa ha lasciato un’impronta indelebile, quella è Firenze.
Nel XVIII secolo, la culla del Rinascimento si trasforma in un laboratorio culturale a cielo aperto. I libri smettono di essere tesori gelosamente custoditi nei palazzi nobiliari o nei monasteri e iniziano a circolare tra le strade, i caffè e i teatri, intercettando un pubblico completamente nuovo: i giovani, la borghesia e, per la prima volta in modo significativo, le donne.
Ma come si leggevano i libri nella Firenze del Settecento? Chi erano i librai che animavano il centro storico e come sono nate le prime vere biblioteche pubbliche della città?
Tra stamperie e caffè
Tra il 1743 e il 1767, le vie di Firenze erano animate da un fittissimo reticolo di librerie e stampatori. Accanto alla prestigiosa Stamperia Granducale, botteghe grandi e piccole offrivano cataloghi sempre più ricchi, spesso importando novità dall’estero grazie all’intraprendenza di librai lungimiranti (inclusi molti francesi).
La vera rivoluzione, tuttavia, fu il modo di vivere il libro. Leggere non era più un atto solitario e accademico. Nelle librerie e nei primi caffè ci si incontrava per discutere, scambiarsi opinioni e commentare le ultime novità editoriali sorseggiando cioccolata o tè. Il libro era diventato il motore di una nuova socialità, un simbolo di piacere e utilità pratica.
Aprono la Magliabechiana e la Marucelliana
È in questo clima di fermento che la cultura fiorentina compie il suo passo più democratico: la nascita della biblioteca intesa come servizio pubblico. Nel 1747 apre ufficialmente le porte la Biblioteca Magliabechiana (il nucleo della futura Nazionale), seguita nel 1752 dalla Biblioteca Marucelliana. Per i cittadini non si trattava più di chiedere un “favore” al proprietario della collezione, ma di esercitare un vero e proprio diritto all’istruzione e alla curiosità.
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