via Popilia

di Giovanni Caselli

Separandosi dalla Via Aemilia, poco oltre Ariminum, la Via Popilia costeggiava l’Adriatico seguendo lo stesso corso dell’attuale SS16. Oltre il Rubicone transitava sul ‘tombolo’ della laguna di Ravenna, fino a Classis e Ravenna. Ravenna era situata su una striscia di sabbia che separava la sua laguna che dall’altezza di Cesena giungeva fino alle Valli di Comacchio. Ravenna era, secondo la tradizione, una città degli Umbri, sorta su isole lagunari al margine meridionale dell’antico delta del Padus. La città iniziò la sua crescita in un modo forse analogo a quello della più giovane Venezia: i popoli della zona, Etruschi e Umbri dei centri rurali dell’attuale Romagna, devono aver cercato rifugio nelle capanne degli isolotti lagunari, fra i fitti canneti durante l’invasione gallica. La posizione di Ravenna, sul mare, ma vicina alle pendici appenniniche, collegata per vie d’acqua col Padus e con le città interne, ne favorì lo sviluppo commerciale. Rimase un municipium autonomo fino alle riforme di Silla quando divenne colonia e del territorio della Gallia Cisalpina e passò sotto il dominio della Repubblica. Da Ravenna Cesare trattò col Senato e prese la famosa decisione di passare quel rigagnolo chiamato Rubicone. Mentre la laguna diveniva palude e poi gradualmente terraferma, Augusto costruì per la città un grande porto a Classis, 4 Km a sud est. Il porto era collegato al Padus tramite un grande canale navigabile, la Fossa Augusta, mentre la Via Cesarea univa Ravenna al suo porto. Claudio fece erigere il circuito delle mura cittadine. Ma Ravenna crebbe quando tutte le altre città italiane incominciavano la loro lenta, o repentina, decadenza. Quando nel 402 Onorio la dichiarò seconda capitale dell’Impero d’Occidente, anche Ravenna stava morendo, il porto non era più attivo come un tempo, i canali si stavano riempiendo di erbacce e di limo, il mare si allontanava. Con la nuova funzione la città iniziò subito ad arricchirsi di sfarzosi monumenti, secondo il gusto orientale.

Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna

La sorella di Onorio, Galla Placidia, si dedicò in particolar modo ad arricchire Ravenna di opere architettoniche bizantine. Il primo re barbaro d’Italia, Odoacre scelse Ravenna come sua capitale e continuò ad arricchirla. Teodorico il gotico che gli succedette nel 493 aggiunse notevoli monumenti alla città, quali Sant’Apollinare nuovo con gli stupendi mosaici e lo straordinario mausoleo di pietra d’Istria. Ravenna divenne poi la piazzaforte dei Bizantini in Italia nelle guerre gotiche che durarono tredici anni. L’Imperatore Giustiniano I e l’Imperatrice Teodora aumentarono ancora il prestigio e la bellezza di Ravenna. Poi venne anche per Ravenna la lenta decadenza, iniziata col dominio degli Esarchi bizantini, durato 184 anni, quindi sotto i Longobardi dal 751 e i Franchi nel 755. Il porto si insabbiò e la città divenne un qualsiasi centro rurale della regione ‘Romandiola’. Alcuni dei monumenti ravennati sono: San Giovanni Evangelista che fu fondata da Galla Placidia per un voto fatto nel 424. La chiesa fu danneggiata durante l’ultima guerra mondiale e poi restaurata.

Interno del Mausoleo di Galla Placidia (il cielo stellato particolare)

La Basilica di San Vitale, consacrata nel 547, è il più grande monumento paleocristiano in Italia; un connubio degli stili romano e bizantino che raggiunge la perfezione. Sant’Apollinare Nuovo èra la chiesa del culto ariano e lo rimase per alcuni anni dopo la morte del fondatore, poi divenne cattolica e fu dedicata a San Martino. Il Mausoleo di Teodorico è unico nel suo genere, ancora non si sa come il gigantesco monolito che lo corona sia stato trasportato dall’Istria e messo in opera. Il monolito è spesso 3,20 m e misura 11 m di diametro, si danneggiò durante la posa. A Classis, sulla Via Popilia, si erge maestosa la Basilica di Sant’Apollinare in Classe, eretta da Giuliano Argentario nel 549. Il campanile é il più bello fra quelli ravennati e l’insieme del monumento nell’aperta campagna offre una vista straordinaria. All’interno le ricche ornamentazioni, i mosaici, le sculture, i sarcofagi, i capitelli, le colonne, riescono, nel loro insieme, ad evocare lo spiritò di un’epoca e a lasciare sconvolto il viaggiatore, la cui automobile è, anacronisticamente, parcheggiata là fuori. Usciti da Ravenna, lungo la cosiddetta Via Romea, traversiamo i miseri e, diremo, vergognosi resti della Pineta di San Vitale.

Rovine dell’ antico porto di classe

La Via Popilia transitava molto più a ovest, toccando Sant’Alberto e, attraverso il lago delle Valli di Comacchio, – dove ancora emerge dal pelo dell’acqua uno strano rettilineo argine fangoso laddove era il terrapieno della Via- transitava per la necropoli di Spina a ovest di Comacchio. Le due aree bonificate dette Valle Trebba e Valle Pega, sono più note ai tombaroli che agli archeologi: i primi sanno esattamente dove e come scavare per trovare ciò che vogliono. Si individua il sito, vi si semina granoturco e, l’estate seguente, vi si scava protetti da occhi indiscreti fra le verdi foglie del formentone. Fra il 1922 e il 1935 furono recuperate a Valle Trebba 1250 tombe; a Valle Pega, fra il 1954 e il 1963 ne furono recuperate 2700. Le necropoli della ‘Venezia etrusca’ erano situate sulle dune del tombolo, che chiudeva la laguna di Spina dal mare, come il Lido chiude la Laguna di Venezia. Spina fu, come diciamo altrove in questo libro, una città emporio paleoveneta, abitata principalmente da Greci ed Etruschi, la cui esistenza va dal VI al III secolo a.C.. Per anni nessun archeologo si chiese dove fosse l’abitato di Spina, tombaroli e archeologi si accanirono sulle necropoli, ovviamente più lucrose di vecchie palafitte e tegoloni. Nel 1956 la foto aerea rivelò la pianta di una città ad assi ortogonali, su palafitte, interamente edificata in legno. Dopo la scomparsa della città alle bocche del Padus, vi continuò modestamente la vita attorno alla chiesa paleocristiana di S.Maria in Pado Vetere. nell’estremo NO della Valle Pega sorse, nel primo impero, una grande villa. Comacchio era un porticciolo di pescatori anche al tempo dello splendore di Ravenna; aiutò quella città durante l’assedio di Alarico e fece parte dell’esarcato. Continuò ad avere vita attiva fino a divenire proprietà della Chiesa nel 971. A Codigoro, dove la Popilia transitava, c’era forse una stazione chiamata Caput Gauri, come troviamo scritto nel Medioevo.

Resti di un tratto della via Popilia

Qui si passava il confine fra la Regio VIII Aemilia e la Regio X Venetia. A est di Codigoro, su quella che era un’isola, sorse, nel VII secolo, l’abbazia benedettina di Pomposa, una delle più nobili istituzioni monastiche in Italia, che ebbe un ruolo importantissimo nella storia medievale. La direttrice Popilia è vagamente ricalcata dalla tortuosissima via interna alla SS309 Romea per Mezzogoro, Ariano Ferrarese e, oltre il corso attuale del Po, Hatria, o Atria (le varie denominazioni storiche di Adria), attraverso il Polesine. Da qui si univa alla via Annia fino ad Aquileia.

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