Imperdibile la Mostra Evento di quest’anno al Museo Archeologico di Vetulonia, per volontà del comune di Castiglione della Pescaia, sulla battaglia di Alalìa, l’odierna Aleria, avvenuta intorno al 540-535 a.C. tra una coalizione etrusco-punica ed i greci focesi che si erano stanziati su questo pezzo di costa orientale della Corsica.
Il catalogo poi, curato da Simona Rafanelli e da Alessandro Bartoletti per le ARA Edizioni, è una miniera di informazioni e di ricerche sulla civiltà e le relazioni fra i popoli e gli equilibri geopolitici nel Mediterraneo Occidentale.
Riportiamo qui volentieri il contributo al catalogo di Gianni Bonini, analista geopolitico ma soprattutto amico di lunga data.

 

Nel convegno di questa primavera alla sala Koch del Senato della Repubblica, promosso dalla rivista e dall’omonimo think tank, come si usa dire oggi, il “Nodo di Gordio”, ho colto l’occasione per segnalare nel mio intervento, con un flash, questa mostra dal doppio taglio obbligatorio, storico ed archeologico, che poi sono le due facce interdipendenti dello stesso lavoro.

E l’ho fatto perché sono assolutamente convinto del contributo scientifico che il Museo Archeologico di Vetulonia ha apportato allo studio del Mediterraneo antico nel corso di un’attività espositiva che sfiora ormai i vent’anni, attraverso lo studio e la divulgazione, i cataloghi sono uno più bello di un altro, delle relazioni e delle forme sociali con cui si è venuto dipanando il filo di un destino comune che poi sfocerà nell’impero mediterraneo di Roma.

Ma c’è di più e cioè il fatto che quel “continuum di discontinuità” come tratto distintivo delle vicende del mare, che per Abulafia è lo straordinario environment prodotto dalla coesistenza di diversi popoli, religioni ed identità, anche in spazi molto ristretti, è ancora la chiave di lettura per comprendere le tante sfaccettature del nuovo disordine che, è accaduto spesso nel suo itinerario storico, oggi sembra nuovamente separare l’Europa continentale dalla sua sponda nordafricana e mediorientale, quella che in gergo specialistico si suole chiamare MENA (Middle East and North Africa) o peggio accerchiarla a sud. È il risultato delle cosiddette primavere arabe che hanno posto fine allo state building durato all’incirca mezzo secolo, succeduto alla decolonizzazione e all’indipendenza delle ex colonie e protettorati inglesi e francesi che comunque non intaccavano sostanzialmente la ratio del vecchio accordo Sykes-Picot. Con la sua firma, nel maggio del 1916, nel pieno della Grande Guerra, le vecchie, ma non troppo, potenze coloniali segretamente, l’Italia ne venne a conoscenza tre mesi dopo, si spartivano le spoglie del grande malato ottomano ed ipotecavano il controllo di un’area ancora oggi decisiva nella strategia energetica globale.

Il futuro è un’incognita legata alle variabili multipolari seguite alla guerra fredda ed al bipolarismo USA- URSS, ma non tradirà l’assunto di base che sul grande mare gravitano inevitabilmente, per la sua crescente forza di attrazione commerciale e di fondamentale via di comunicazione, le masse politico-statuali che lo circondano. Dal rinnovato conflitto endemico nei Balcani innescato dalla disintegrazione jugoslava, alla ricerca di sbocchi degli stati petroliferi del Golfo, fino all’incompiuta decolonizzazione della fascia subsahariana, le aree di crisi si scaricano attraverso confini fattisi di nuovo porosi.

L’Italia che del Mediterraneo è l’asse mediano, secondo la felice espressione di Braudel, valore aggiunto come sappiamo e problema principale della nostra formazione nazionale, ne è investita in pieno e non può rinunciare ad una visione allargata del nostro mare che va ben oltre l’idea stessa del continente liquido braudeliano, per arrivare, scontato l’Atlantico ad ovest, ad est al Caspio, a meridione a Bab el Mandeb ed al Fezzan, la Phazania, cuscinetto tra il limes proconsolare e l’Africa nera degli Etiopi, a cui la saggezza militare e politica romana dedicò particolare attenzione.

Usus magister est optimus, ecco dunque l’importanza che iniziative come questa su Alalìa rivestono per la stessa geopolitica attuale, definendo le linee di sviluppo e le faglie di rottura che si sono riproposte nei secoli.

La Storia del resto ha delle costanti e delle condizioni “che nel corso del tempo hanno tendenzialmente incoraggiato o scoraggiato determinate tipologie di attività e decisioni nei popoli vicini”; luoghi “dove la geografia provoca la storia”, per attingere da quella straordinaria miniera sul “modo in cui una miriade di frammenti si fuse in un’ecumene con il mare al suo centro, creando una matrice per lo sviluppo della Terra intera”, che è Il Mediterraneo di Cyprian Broodbank, a cui sono debitore di un buon numero di informazioni.

L’interazione fra clima, vegetazione, topografia ne è elemento imprescindibile, così come lo è la storia tettonica per quanto riguarda la ricchezza di minerali che determinano la fortuna dell’Etruria coniugata alla opportunità di una costa accessibile e provvista, come nel caso del Prile, di una laguna adatta all’approdo, punto caldo di contatto tra mare ed entroterra minerario – hinc amnes Prile, mox Umbro, navigiorum capax, scrive Plinio il Vecchio – e di riferimento per le antiche navigazioni che almeno dall’inizio del I° millennio a.C. fanno rete in una prospettiva panmediterranea. I Fenici da tempo lo solcavano tra le coste orientali e Gibilterra ma già molto prima, verso la fine del III millennio, Sargon il Grande “lavò le sue armi nel Mare Superiore”, dando vita, secondo il filologo Giovanni Semerano, a “quel vincolo di fratellanza culturale che lega da cinquemila anni l’Europa alla Mesopotamia”, fissando l’imprinting di una comune civiltà con il Mediterraneo al centro.

Ebla, Siria. Il Palazzo Reale degli Archivi

Ebla, la Città del trono di un antico poeta hurrita, ancora oggi purtroppo inaccessibile gioiello dell’archeologia italiana, che ho avuto la fortuna di visitare nel 2010 prima della tragedia siriana, ne è stata un anello fondamentale.

È questo felice connubio che provoca la nascita della civiltà etrusca ed è a questo punto che nel 535 a.C., nelle acque davanti ad Alalìa, la grande geopolitica irrompe ufficialmente nell’alto Tirreno. Di lì a poco, stando a Polibio, coinvolge la Roma dei Tarquini che nel 508 stipula con Cartagine un trattato che, come ci spiega Giovanni Brizzi, pur marcando il preminente interesse punico con l’esclusione alle navi non cartaginesi della navigazione ad ovest di Capo Bon, “riconosce a Roma l’egemonia su una parte dei Latini”.

Alalìa non è dunque un episodio a sé stante e tanto meno isolato che vede i centri etruschi e la città di Didone allearsi contro l’espansione ellenica che punta a consolidare un corridoio commerciale tra l’Egeo, le colonie della Magna Grecia e Massalia. Siamo in un contesto storico caratterizzato a partire dal VII secolo da una vera e propria esplosione del traffico commerciale marittimo nel Mediterraneo centrale ed occidentale, l’archeologia subacquea ne dà larga testimonianza. Il giuoco politico non fa che seguire questo nuovo dinamismo economico nel quadro di un ampio ed interdipendente mercato, a cui fa da leva una domanda di beni e stili di vita mediterranei più alti e complessi da parte delle élite, ma anche in modo crescente dei ceti intermedi, che va ben oltre l’Italia per arrivare in Occidente, alla Francia meridionale ed alla Spagna. A questo proposito qualcuno ha parlato di “primo periodo simposico di massa”.

Gli Etruschi, fra l’VIII ed il VII secolo i Signori di Maremma – la mostra all’Archeologico di Grosseto è del 2009 – ci lasciano i segni visibili del livello di ricchezza raggiunto, ne sono una delle punte avanzate. Le esportazioni di ferro e di metallurgia, di olio e vino scambiandosi con la ceramica dipinta greca, con i tessuti, il vetro ed i cereali, la tecnologia navale che arma imbarcazioni a vela di dimensioni maggiori e si lascia alle spalle le vecchie tecniche del fasciame cucito moltiplicano il traffico commerciale e riplasmano “in modo decisivo le connessioni della regione tirrenica”.

Hal Tarxien, La Valletta, Malta. Graffiti

Vetulonia è al centro di questa rete marittima consolidata che si estende per tutto il Tirreno dalla Sicilia su fino alla Sardegna, all’Italia centrale, alla Corsica. Così come quest’ultima ed i Focesi di Alalìa vengono a trovarsi oggettivamente in mezzo tra l’Etruria e la Sardegna e sulla rotta tra il Tirreno ed i mercati emergenti della Gallia, in cui Massalia, vicino alla foce del Rodano, esercita un ruolo preminente, anche in termini di penetrazione verso l’interno, soprattutto nel commercio dei metalli, del vino e degli schiavi in cambio di manufatti in ceramica, anfore e vasi e in metallo.

Ed all’assetto di questo crocevia commerciale non può restare indifferente Cartagine, città mercantile per eccellenza votata al mare fin dalla sua fondazione nel IX secolo, che per le sue esigenze di rifornimento al mare principalmente deve rivolgersi, nonostante lo sviluppo di un’agronomia eccellente nel retroterra che col tempo farà da leva all’integrazione nell’Africa mediterranea del Maghreb e della Cirenaica. La penisola iberica e le Baleari, la costa catalana e francese a seguire, sono terre feconde per i traffici punici e sull’agibilità delle linee di collegamento tra il Mediterraneo centrale, le enclave siciliane e sarde, ed il loro versante europeo, Cartagine non può far sconti per non smentire la sua missione di superpotenza talassocratica. Exekias coglie la partita che si sta giocando nella seconda metà del VI secolo, le navi da guerra dipinte nel collo del suo dinos, con la punta aguzza e con cinquanta rematori, protese nel mare, rendono perfettamente la violenza della competizione che la grande geopolitica sta mettendo in scena nel Mediterraneo. I contemporanei ne erano così coscienti da metabolizzarla drammatica bellezza nell’ambito della vita quotidiana. A noi non resta che inchinarci alla potenza dell’arte che con un’immagine svela il reale della Storia.

di Gianni Bonini, senior fellow del “Nodo di Gordio”

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