L’ex-ospedale psichiatrico di Volterra

Fernando Nannetti
Fernando Nannetti

di Giulia Atanasio

A distanza di poche settimane dall’attuazione del decreto che ha stabilito la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari il 31 marzo 2015 le riflessioni da fare sono molte.

Impossibile rimanere indifferenti riguardo ad una problematica che attanaglia l’Italia da anni. Difficile non ricordare con nostalgia ed anche disillusione la figura importante di Franco Basaglia che tra i primi si differenziò per l’impegno sociale e insieme politico. Era l’Agosto del 1964 quando al primo congresso internazionale di psichiatria sociale si sostenne che era urgentemente necessaria, se non semplicemente ovvia, “la distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione”.

La denuncia civile passò attraverso molti canali e Zavoni col suo film documentario I giardini di Abele rese pubblico un problema discusso dalle classi più alte della società. L’idea di fondo era cercare di modificare, attraverso un altro concetto di malattia, la tragica questione delle infermità mentali. Solo nel 1978 si giunse finalmente ad una riforma psichiatrica, sottomessa con la legge 180, che R.L. Montalcini nelle Conferenze Brasiliane dichiarerà come un evento talmente eccezionale da far pensare che con la volontà e l’impegno anche l’impossibile diventi possibile.

Dopo 40 anni pare però che niente sia cambiato nei fatti e l’entusiasmo iniziale è decisamente scemato. Con la commissione Marino e i video denuncia presentati direttamente in parlamento la vergogna è tornata ad essere pubblica: un letto reliquia con al centro un buco per le deiezioni, lacci per contenere i malati, pulizia inesistente, malati in condizioni inumane, medicine mancanti, personale limitato e non adeguato. Gli OPG sono rimasti attivi fino a pochi mesi fa e viene da chiedersi perché una nazione intera, dopo la lotta per la chiusura dei manicomi, abbia tollerato per decenni realtà peggiori e degradate. La loro dismissione è l’ulteriore tappa di un cammino lunghissimo iniziato con Basaglia e che tuttora pare procedere con fatica. Le strutture, infatti, che dovrebbero sostituirli non sono pronte. I ritardi sono garantiti da una burocrazia titanica e nel frattempo rimane ingestibile il problema di una realtà che è fatta da coloro che vengono considerati «residui»: persone abbandonate dalla famiglia in principio, dalla comunità poi e specialmente dalla società intera.

Lo stesso abbandono lo hanno subito i manicomi che il tempo e l’incuranza hanno ormai reso pericolanti e desolati. Le pareti cadono, gli oggetti si deteriorano e la memoria di quello che fu si assottiglia. É per questo che oggi mi soffermerò a parlare di quel che resta dell’ex manicomio di Volterra.

Mappa dell'ex manicomio di Volterra.  Fonte: google maps.
Mappa dell’ex manicomio di Volterra.
Fonte: google maps.

In una collina vicino al centro di Volterra si erge, immerso nelle verdi colline della Toscana, il complesso ospedaliero ideato dal piano di Scabia, psichiatra italiano che contribuì a diffondere le innovative pratiche di ergoterapia e no-restrainct. Per arrivare alla struttura è necessario percorrere la lunga via alberata che porta il suo nome e proseguire nel Viale dell’ex manicomio.

L’idea iniziale fu quella di creare un grande villaggio in cui i pazienti malati potessero, attraverso attività lavorative, curare i propri disturbi per tornare poi alla propria vita in società, sani e riabilitati. Furono previsti diversi padiglioni ognuno chiamato col nome dello psichiatra-studioso che lo dirigeva: Il Verga (oggi sede dell’ospedale civile), il Kraepelin, il Krafft-Ebing (divenuto poi Scabia nel 1900 quando venne affidato l’incarico al giovane psichiatra italiano), lo Charcot e il Ferri. I padiglioni erano dislocati, dall’ingegnere Filippo Allegri, in modo asimmetrico affinché tutto il complesso potesse apparire come un vero e proprio villaggio. Tutt’oggi è facile perdersi nonostante ogni padiglione sia collegato ai rispettivi altri tramite strade interne non percorribili in auto. Il disteso ambiente pedonalizzato permetteva al ricoverato di non sentirsi rinchiuso; doveva sentirsi in famiglia e poteva essere libero di muoversi all’interno del villaggio-ospedale e nella campagna circostante. Per far capire il progetto alternativo di Scabia è utile sapere che l’ospedale psichiatrico fu dotato di una falegnameria, un panificio, un’officina elettrica, una calzoleria, varie botteghe, e una fornace in cui si producevano i mattoni utili per costruire altri padiglioni. Erano state create anche due colonie agricole nelle quali i malati lavoravano e rifornivano i magazzini dell’Ospedale che, così facendo, si autofinanziava. Il manicomio era addirittura dotato di una moneta coniata esclusivamente per uso interno. Perché? Il mondo in cui vivevano era chiuso ermeticamente e la possibilità di scambio con la comunità e la vita esterna era limitata al massimo. I malati venivano retribuiti del lavoro che svolgevano e disponevano di un proprio conto corrente. Secondo Scabia, infatti, il malato poteva riacquistare una propria dignità e una propria indipendenza attraverso il lavoro.

Giacomo Doni, Moneta ad uso interno dell'ospedale.
Giacomo Doni, Moneta ad uso interno dell’ospedale.  (Foto originale)

Il suo metodo non fu esente da critiche. Al contrario, venne accusato di sfruttare la forza-lavoro dei ricoverati. Per quanto l’organizzazione del lavoro avesse uno scopo strettamente medico (tanto che solo il medico sceglieva per ogni paziente il lavoro da svolgere e gli orari) l’ambiguità di fondo rimaneva; pareva in qualche modo che esercitasse una forma di imprenditorialità dell’assistenza psichiatrica. In realtà l’Istituto funzionava meglio di altri poiché, grazie all’ergoterapia, le spese erano minori e i malati più controllabili. Questo clima sereno durò poco poiché, già agli inizi degli anni ’60, l’Istituzione era diventata un vero e proprio carcere. Senza la direzione di Scabia gli internati venivano sottoposti a sevizie di ogni tipo. Il villaggio come era stato ideato inizialmente si era trasformato in un mondo a parte che nascondeva la parte diversa, anomala, scomoda della società. Se già la moneta coniata ad hoc e la presenza di un ufficio postale autonomo, insieme alla possibilità di svolgere lavori, faceva pensare ad una vera e propria società-reclusa, più concretamente lo dimostrano le lettere raccolte nel libro “Corrispondenza negata”1 che si apre con un articolo del pubblicista Arnaldo Sottili ricoverato nel 1907 per “Follia morale”. Il libro è una denuncia sociale.

In questa struttura molte storie si sono intrecciate e molti sono i pazienti che nelle loro lettere, intrise di sentimenti angoscianti e sofferenza, denunciano il proprio isolamento e la propria impotenza.

Lettera autografa di un'internata inserita nella Cartella Clinica 4321.
Lettera autografa di un’internata inserita nella Cartella Clinica 4321.(Foto originale)

La foto riporta la lettera, inviata ma mai ricevuta, di un’internata che scrive al proprio padre. Così leggiamo: “Caro Babbo, so già che ti arrabbierai nel vedere questa calligrafia da prima elementare ma capirai bene che quando una persona ha sofferto tanto quanto me non possono che tremargli le mani, giacché il cuore non scoppia mai. Te lo sai già come altre volte ti ho già ripetuto, che questa cura, sembra, almeno per ora, che non faccia per me. Cerco comunque di stare più tranquilla che posso, perché qui è molto più facile entrare in cella che uscirne subito”. E ancora: “Ora soltanto, riesco a comprendere gli spregi che hanno potuto fare alla mia persona, in quella maledetta clinica”.

In una lettera del 9/11/1957 si legge: “Vi scrivo questa lettera per farvi sapere che mi trovo chiuso e prigioniero. Insomma di me ne hanno fatto quasi un burattino”

Molte sono le lettere in cui in tono disperato si chiede il perché delle non risposte. La lettera del 28 dicembre 1901, inserita nella cartella clinica 1058, così riporta: “Non potete credere quanto sia dispiacente perché non mi date vostre notizie. Io desidero di sapere quante lettere avete ricevute e se voi mi havete mai risposto a queste lettere!”

Infatti per la legge 36 del 1904 i direttori dei manicomi avevano piena autorità nel gestire i rapporti dei pazienti con le famiglie, gli amici e i conoscenti. Si riteneva utile, e oggi rimaniamo sbalorditi di fronte a quella idea, che il malato dovesse vivere in isolamento totale per guarire più velocemente. Le lettere non venivano inviate né i pazienti potevano leggere le lettere che ricevevano. L’ospedale di Volterra fu conosciuto fino alla sua chiusura come il luogo del non ritorno.

Ma cos’è la libertà? Fu Franco Basaglia a rendere pubblica questa riflessione sottolineando l’importanza dell’articolo 15 che recita “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili…”

Il suo impegno portò alla stesura della legge 180. I manicomi vennero chiusi e i pazienti trasferiti in case famiglia o affidati ad associazioni. L’ospedale di Volterra venne lasciato in totale abbandono e questo è quello che oggi rimane:

Quel che resta dell'ospedale
Quel che resta dell’ospedale (Foto originale)
Letto consumato dal tempo in una stanza dell'ospedale
Letto consumato dal tempo in una stanza dell’ospedale (Foto originale)
Lacci contenitivi
Lacci contenitivi (Foto originale)
Viale interno dell'ex manicomio
Viale interno dell’ex manicomio (Foto originale)

Non è facile immaginare come potesse essere la vita di un internato anche se le immagini parlano da sole e i segni di vite precedenti siano evidenti. Il più coinvolgente segno lasciato è quello del paziente Fernando Nannetti che con la propria fibbia ha inciso, durante i nove anni di permanenza, le facciate dell’ospedale. Il muro è costellato di disegni, parole, tantissime. Considerato a posteriori un capolavoro dell’Art Brut, l’opera è stata definita da Tabucchi nel suo articolo, uscito per l’espresso il 14.09.1986, come “Un libro che contiene, nella distorsione della follia, ciò che contengono molti libri della storia degli uomini: cosmogonie, guerre, misteri, dolori, allegrie, religiosità, paura, amore e morte”. La Collection de l’Art Brut di Losanna ne conserva un calco integrale, mentre il comune di Volterra ne ha asportato una parte per conservarlo in un museo.

Pier Nello Mannoni, Graffito di No.F.4.
Fernando Nannetti (Foto originale)

Purtroppo però una parte significativa dell’opera è stata deteriorata dal tempo dato lo stato di abbandono del manicomio dopo la sua chiusura. Il “libro di pietra” ha incerto il suo futuro poiché pare che l’immobile possa essere venduto al gruppo finanziario anglo-inglese di Kuldeep-Desaur che vuole trasformarlo in un complesso turistico di lusso. Non so se così pensando mi accodo allo sdegno comune. Mi sembra l’ulteriore passo, forse definitivo, di un altro e nuovo abbandono. Stiamo lasciando correre via una parte di noi, ciò che siamo stati e che, nell’ignoranza, abbiamo fatto. Nessun risarcimento può rendere agli internati la dignità sottratta ingiustamente. Cosa ne sarà del cimitero le cui croci non portano nemmeno il nome del sepolto?

Cimitero dell'ospedale
Cimitero dell’ospedale

Non potremmo invece ritrovare la memoria come testimonianza vissuta? Il valore culturale di questo luogo è grande ed è testimoniato da più di 5000 cartelle cliniche che gli archivisti hanno esaminato per ridare voce a quelle testimonianze epistolari censurate brutalmente.

Le domande che mi pongo sono molte. Tra tutte, due sono quelle che voglio condividere qui: così come un tempo si pensava che il ricovero avrebbe tutelato la collettività e garantito sicurezza, oggi non viviamo le stesse paure e gli stessi disagi, noi cittadini di un mondo globalizzato? Come potremmo affrontare le carenze sanitarie che invece spetterebbero a quelle persone portatrici di gravi bisogni senza farle sentire dei pesi per la nostra società?

La diversità è parte integrante di un unico sistema, saperla rispettare è apprezzare la vita nella sua complessa organicità. Alda Merini nella sua “consapevole” follia scrisse: “Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”.

Domenica 31 maggio 2015  al Teatro Manzoni di Calenzano, ore 21,15 il gruppo teatrale  Distratti dalle nuvole proverà a ridare voce alle tante sofferenze tenute sotto silenzio attraverso un viaggio immaginario all'interno di un ex manicomio. Il pubblico incontrerà le vite, i disagi e i sogni di vari personaggi in un'altalena di emozioni e domande.
Domenica 31 maggio 2015 al Teatro Manzoni di Calenzano, ore 21,15 il gruppo teatrale “Distratti dalle nuvole” proverà a ridare voce alle tante sofferenze tenute sotto silenzio attraverso un viaggio immaginario all’interno di un ex manicomio. Il pubblico incontrerà le vite, i disagi e i sogni di vari personaggi in un’altalena di emozioni e domande.

1 C.Pellicanò, R. Raimondi, G. Agrimi, V.Lusetti e M. Gallevi (a cura di), Corrispondenza negata, Edizione del Cerro, Pisa, 2008.

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