di Luisa Di Tolla

 Durante il Rinascimento Firenze non fu solo città letteraria, ma si distinse anche per il modo in cui documentò le feste. L’arte della stampa svolse un ruolo fondamentale: i ricordi familiari, gli zibaldoni, le cronache, le memorie e anche i libri di spese abbondano di notizie che tramandano lo svolgersi delle feste e le festività della vita quotidiana.

Nel Quattrocento le feste della città Firenze si trasformano da feste popolari a servizio di Dio e della città a feste a servizio della Corte medicea. Tutti gli esponenti della famiglia Medici infatti rispettarono le antiche tradizioni comunali e repubblicane fino al periodo della repubblica savonaroliana. Solo con il ritorno dei Medici nel 1512 si cercò di far rinascere le antiche glorie della Festa di San Giovanni e, più raramente, anche le rappresentazioni in Chiesa.

Benedetto Dei, redattore di elenchi delle bellezze di Firenze, ci fornisce un elenco esaustivo delle feste di Firenze:

(da Benedetto Dei, Cronica, 1472)

«Tutte le feste di Firenze

Firenze bella fa ogni anno di bel chontinovo assai feste e assai rappresentazioni e solennità […] a onore e riverenza dell’altissimo Iddio e a contemplazione e piacere del potentissimo popolo fiorentino […]:

fassi in prima la grandissima festa di san Giovanni del mese di giugno

fassi la gran festa del Chorpo di Christo, in detto mese a Santa Maria [Novella]

fassi la grandissima festa dell’Annunziata a san Filicie, di marzo

fassi la grandissima festa dell’Asensione al Charmino, del mese di magio

fassi la grandissima festa dello Spirito Santo a sant’Aghostino [Santo Spirito], di giugno

fassi la gran festa della giostra a Santa Croce, del mese di giennaio

fassi la gran festa delle mummie e delle maschere per Charnovale

fassi la gran festa della palla grossa, al Prato e a Santo Spirto, vernno

fassi la gran festa del palio di San Giovanni e idifici

fassi la gran festa della chorssa el palio di Sant’Anna per una vetoria auta

fassi la gran festa di Santo Nofri a la piazza degli Albertti e Tintori

fassi la gran festa di san Bartolomeo in sulla piazza di Santa Croce

fassi la gran festa de’ Magi alla gran chiesa di Sa’ Marcho per tutta»

La corsa dei bàrberi nella Firenze del XV secolo
La corsa dei bàrberi nella Firenze del XV secolo

La grandissima festa di San Giovanni

Nel 1454 la festa fiorentina di San Giovanni Battista era diventata talmente grande e disordinata che fu riordinata in modo che i tre giorni di festa, cioè il 22, il 23 e il 24 giugno, in cui si facevano la «mostra», la processione e le offerte, e il palio diventassero quattro.

Secondo il riordinamento, in quell’anno, il 21 si fece la «mostra», ovvero le botteghe mettevano in mostra la loro merce, senza commerciare, facendo così vedere le ricchezze della città.

La festa dedicata alla nascita del Battista, il 24 giugno, era finanziata e regolamentata dal Comune, e alacremente preparata da tutta la popolazione fiorentina nei giorni precedenti: le strade principali venivano ripulite e addobbate con panni stesi alle finestre, per ricevere degnamente la processione delle reliquie e per esibire la ricchezza della città, mentre l’intera piazza davanti alla cattedrale di Santa Maria del Fiore era ricoperta di teli azzurri detti “rovesci”, che servivano a riparare dal sole e dalle intemperie le preziose merci messe in mostra dalle botteghe.

Inizialmente l’intera celebrazione dovette consistere in una processione solenne di tutta la popolazione religiosa e laica della città, e dei rappresentanti delle terre di contado.

Così, almeno, suggerisce una delle più antiche testimonianze cronachistiche note, quella di Marchionne di Coppo Stefani.

Elementi centrali di quella processione, destinati a permanere per tutto il Quattrocento e oltre, furono le offerte dei ceri e dei palii da parte dei territori sottomessi a Firenze, che onorando il santo patrono sancivano anche la potenza sovra-cittadina del Comune.

Festa di San Giovanni particolare de La processione dei Palli
Festa di San Giovanni particolare de La processione dei Palii

Nessuna testimonianza cronachistica fino ai primi anni del XV secolo, quando la festa aveva ormai assunto una fisionomia più articolata e costante: nella descrizione di Gregorio Dati, la prima lunga e particolareggiata trattazione dell’argomento, essa si svolgeva infatti in due giornate. Il 23 giugno, vigilia della ricorrenza, avveniva la cosiddetta “mostra”: l’esposizione all’esterno delle botteghe dei più pregiati prodotti fiorentini – stoffe di seta e d’oro, gioielli, dipinti, armi -, e si svolgevano due processioni solenni. Al mattino sfilavano:

«tutti i cherici e preti, monaci e frati, con ricchissimi paramenti di vesti d’oro e di seta e di figure ricamate […] e con molte compagnie d’uomini secolari che vanno innanzi ciascuno alla regola di quella chiesa dove tale compagnia si rauna con abito d’angioli e con suoni e stormenti di ogni ragione e canti maravigliosi, facendo bellissime rappresentazioni di quelli santi e di quella solennità a cui onore fanno, andando a coppia a coppia, cantando divotissime laude. Partonsi da santa Maria del Fiore e vanno per la terra e quivi ritornano», mentre all’ora del vespro i cittadini, raccolti a due a due ciascuno sotto l’insegna del proprio Gonfalone, recavano al patrono l’offerta di «uno torchietto di cera di libbre una per uno», componendo una sontuosa parata animata da «uomini con giuochi d’onesti sollazzi e belle rappresentazioni». Il 24 giugno, la mattina di San Giovanni, si snodava per le strade cittadine, «tutte adorne, alle mura delle case e al sedere, di paramenti, di pancali e capoletti, cioè panni di raso», il corteo delle Magistrature del Comune e delle Arti, accompagnate dai rappresentanti delle terre sottomesse che offrivano al protettore fiorentino i consueti palii e ceri. Nel pomeriggio la corsa al palio dei cavalli berberi chiudeva le celebrazioni.

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Da questa testimonianza, emerge, , l‘articolata suddivisione in gruppi istituzionalizzati dei cittadini partecipanti alle diverse sfilate: in particolare, alla processione ‘religiosa’ prendevano parte tutti i corpi ecclesiastici regolari e secolari, fra i quali si distinguevano già le «compagnie d’uomini secolari», ovvero le confraternite di laudesi e di disciplinati composte da adulti e da fanciulli, il cui compito era quello di cantare salmi o laudi accompagnati da strumenti musicali e di fare «rappresentazioni». A quest’epoca, non si può affermare con certezza se si trattasse dei carri – o “edifizi” come cominciarono ad essere chiamati probabilmente dalla metà del Quattrocento, -sui quali i membri di alcune confraternite inscenavano episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento, oppure di pantomime come sembrava ritenere il D’Ancona[1].

Nel corso del tempo, la festa cambia e nel 1514, dopo il ritorno dei Medici a Firenze, le scene delle rappresentazioni sono mute e degli edifici non c’è più traccia.

 

[1] «Dobbiamo, dunque, credere che queste Rappresentazioni degli edifizi, use a darsi per la festa di San Giovanni traendole su carri, fossero fatte per mezzo di figure di legno, che per ordigni e ingegni potessero esser mosse e variamente atteggiate, o anche con uomini immobili, che al fermarsi del carro in qualche luogo eseguissero una specie di pantomima» (A. D’ANCONA, Origini del teatro italiano, Torino, Loescher,1891, vol. I, pp. 226-27).

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