La resa di Colle val d’Elsa

Il 17 giugno 1269 le truppe dei guelfi di Firenze al comando di Jean Britaud de’ Nangis, legato di Carlo d’Angiò e giunto in aiuto con un contingente di cavalieri, e quelle dei ghibellini di Siena capitanati da Provenzan Salvani e dal podestà Guido Novello si scontrarono in una cruenta battaglia nella pianura in prossimità di Colle val d’Elsa.
La Valdelsa, regione ricca e popolosa, assai antropizzata da secoli, era una delle aree di confine fra i due stati, percorsa da quell’importante arteria stradale che era la via Francigena e Colle era divenuto un avamposto dei fiorentini per nulla gradito ai senesi.

Ai primi di giugno le truppe ghibelline, e tra loro anche diversi fuoriusciti fiorentini, forti di 1400 cavalieri e 8000 fanti si erano poste nelle vicinanze di Colle accampandosi sull’altipiano della Badia nei pressi dell’abbazia di San Salvatore a Spugna. Il 16 giugno giunsero i guelfi assai minori di numero, ottocento cavalieri e alcune centinaia di fanti e il loro comandante Jean Britaud de’ Nangis ben consapevole dell’inferiorità numerica ricorse a uno stratagemma: l’indomani avrebbe attaccato i nemici e subito dopo un contingente di cittadini di Colle avrebbe attaccato alle spalle lo schieramento ghibellino. La sorpresa raggiunse l’effetto sperato, i senesi pensando di essere attaccati da più farti e da un esercito più numeroso del loro si sbandarono e ben presto furono sopraffatti. La battaglia fu breve ma sanguinosa e lo stesso Provenzano Salvani venne decapitato sul campo dal nobile senese Cavolino dei Tolomei che, con altri rappresentanti dell’élite bancaria e commerciale di Siena, aveva preso le parti dei guelfi spinto dai suoi interessi economici. La testa del Provenzano Salvani fu infilata su una picca, usanza macabra ma frequente nelle guerre antiche per dimostrare la potenza del vincitore e spaventare eventuali antagonisti, e portata in giro per il campo di battaglia come trofeo.

Abbazia di San Salvatore a Spugna (disegno di F.Morozzi, 1775)

La leggenda popolare vuole che alla base del gesto efferato ci fosse una vendetta amorosa: una nobildonna senese, Sapia Salvani, vedova di Ghinibaldo di Seracino signore di Castiglioncello, zia di Provenzano, si innamorò del nipote ed essendo stata respinta da lui volle vendicarsi istigando Cavolino a punire l’offesa.

Dante incontra Sapia nel Purgatorio (canto XIII, vv.106-123) che, ormai pentita, così si presenta al poeta:

Io fui sanese rispuose; e con questi
altri rimondo qui la vita ria,
lacrimando a colui che sé ne presti.

Savia non fui, avvegna che Sapìa
fossi chiamata, e fui de gli altrui danni
più lieta assai che di ventura mia.

E perché tu non credi ch’io t’inganni,
odi s’io fui, com’io ti dico, folle,
già discendendo l’arco de’ miei anni.

Eran li cittadin miei presso a Colle
in campo giunti co’ loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.

Rotti fuor quivi e volti ne gli amari
passi di fuga; e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispàri,

tanto ch’io volsi in su l’ardita faccia,
gridando a Dio ‘Omai più non ti temo!’
come fe’ il merlo per poca bonaccia.

Dante e Sapia (incisione di Gustave Dorè)

La vittoria di Colle fu in un certo senso il riscatto dei fiorentini dopo la tragica disfatta di Montaperti “che fe’ l’Arbia colorata in rosso” e segnò l’inizio della decadenza di Siena e il preludio all’espansionismo fiorentino in terra di Toscana. Occorre anche ricordare che dopo la battaglia di Benevento (26 febbraio 1266) in cui l’esercito imperiale al comando di Manfredi, figlio di Federico II, venne sconfitto dalle truppe di Carlo d’Angiò alleato del Papa i ghibellini furono sistematicamente sopraffatti dai guelfi.

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