di Giovanni Caselli

Alla Docciolina c’è l’albero, c’è il sasso e c’è la fonte. Naturalmente il sasso e la fonte sono lì da secoli mentre l’albero ha si e no 40 anni, tuttavia è assai probabile che in passato un venerando albero abbia adombrato sia il sasso sia il pellegrino che vi giungeva per devozione.

Il Sasso viene da alcuni definito come “immagine di un eremita”. Ma perché un eremita o la sua immagine dovrebbero diventare oggetto di culto e venerazione? La spiegazione sta nel fatto che la devozione mutò la sua natura quando la costante minaccia di persecuzione diminuì e quindi scomparve. L’ascesi sostituì il martirio come il più alto ideale a cui il cristiano potesse aspirare.

All’inizio del III secolo, Clemente di Alessandria, è il primo fra i Padri della Chiesa a porre sullo stesso piano il martire e l’asceta. Durante le due generazioni  fra il 260 e il 324 l’ascesi si diffonde come modo prevalente di esprimere la pietà cristiana. Per il Casentino occorre ricordare Illaro, nato in questa valle verso il 476, che lasciò memoria di sé a Sant’Ellero di Reggello, castello guidigno. L’ascesi è di origine induista e fino al XVI secolo inoltrato gli Indù sono ritenuti cristiani, come si apprende persino dagli scritti di Vasco da Gama e di altri viaggiatori portoghesi dell’epoca. Dal monaco palestinese Pseudo Palladio (343-430) abbiamo resoconti di prima mano concernenti i contatti fra il Levante e il Gange. Su tutta questa immensa regione si parlava l’aramaico dal III secolo a.C. mentre il greco vi era conosciuto fino dal IV secolo. Sull’esempio buddista e induista, incominciano a formarsi comunità religiose di cristiani Levantini che si ritirano dal mondo, concentrando la loro attenzione su questioni divine, liberi dalle distrazioni della vita quotidiana.

Clemente di Alessandria

Nel terzo secolo già esistevano fra i cristiani “famiglie” o congregazioni di asceti formate da uomini o donne celibi e nubili. Panfilo di Cesarea presiede su una confraternita di celibi dediti all’apprendimento delle cose sacre.  Queste “famiglie” di celibi erano numerose in tutta l’Anatolia. Nel Simposio di Metodio, modellato sull’opera di Platone, undici donne si uniscono in conversazioni che esaltano la castità, ma che hanno il vero intento di fornire una “regola” o manuale di dottrina per comunità di asceti di sesso femminile. La comunità di Metodio gode del patronato di una ricca fondatrice e si trova sulle sue terre.

Agostino d’Ippona (affresco nella basilica del Laterano – VI secolo)

Questo monachesimo rappresenta la diretta continuità di quello ebraico dei cosiddetti “Therapeutae” del I secolo i cui aderenti erano considerati cristiani dai cristiani stessi. Il monachesimo più antico ha infatti le sue radici in quello ebraico la cui tradizione, conservatasi nei secoli in Mesopotamia, fu reintrodotta in Siria in Palestina e in Egitto da missionari manichei (McNeill, W.H. 1963). Sant’Agostino era appunto uno di questi manichei, la sua “Regola” porta con se le tracce evidenti di una lontana provenienza: il monachesimo buddista. (S. Agostino, “La regola”)

Dal IV secolo d.C. in poi ha luogo una consistente immigrazione di Levantini ebrei, siriaci, armeni, egizi, greci e iranici in particolar modo verso Ravenna e la Romagna. Molti ebrei diventano infatti contadini dell’esarcato e sono antenati dei romagnoli di oggi (A. Pertusi, 1963). E’ probabile che alla Docciolina sia anche vissuto, in antica epoca cristiana, una venerabile asceta forse proveniente dalla Romagna.

 

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