Empoli e l’Arno: dalle origini al 1333
di Salvina Pizzuoli
 C’è una storia geografica che ogni fiume porta con sé, una storia che corre parallela e si intreccia con quella delle popolazioni che si sono stanziate sulle sue sponde e nella valle utilizzando il suo corso per le opportunità che offre: la viabilità naturale, la notevole fonte di approvvigionamento idrico, senza dimenticare la capacità, forse troppo abusata nei secoli, di ripulire dai rifiuti indesiderati.
L’impronta che il suo corso lascia nel territorio è caratterizzata da una striscia più o meno larga, più o meno incisa, a volte serpentiforme, comunque mai uniforme, dai monti al piano e poi fino al mare che pervade con il suo delta o accoglie nel suo estuario, segnata nel tempo da molte trasformazioni naturali e dalla storia delle popolazioni che hanno interferito con la sua geografia.
Nel paesaggio naturale del Valdarno inferiore la valle si configura con caratteristiche diverse: a nord terreni pianeggianti, anticamente ricoperti da paludi successivamente bonificate, a sud colline incise da valli di corsi fluviali minori, tributari dell’Arno. La piana oltre che fertile è sempre stata anche un comodo luogo di transito favorito dalla natura del terreno privo di rilievi, valloni e strapiombi tanto che nel medioevo turriti castelli, torri, mura sostituivano le carenze dell’ambiente in fatto di protezione mentre la presenza del fiume si ravvisava nelle antiche attività umane a esso connesse: la conciatura delle pelli e la lavorazione dell’argilla.
empolianfora
Anfora di Empoli
In questa piana, lungo la riva sinistra dell’Arno, si colloca oggi e si collocava, un florido centro commerciale e agricolo; negli atti ufficiali compare quasi dal nulla solo in età medioevale sollevando non poche domande da parte degli studiosi. Lo storico ottocentesco Emanuele Repetti nel suo Dizionario geografico fisico storico della Toscana  alla voce Empoli scriveva
Empoli (Impolum, Empulum, Emporium) nel Val-d’Arno inferiore. Terra la più popolata della Toscana, di forma regolare e ben fabbricata…Giace in un’aperta pianura che porta il nome della stessa Terra, presso la riva manca dell’Arno…Questa popolarissima terra che lo storico Giucciardini chiamava il granajo della Rep. Fiorentina, nel secolo XI non era che una piccola borgata col foro davanti alla pieve e sottolineava che  Non restano memorie di Empoli che possano dirsi più antiche del sec. VIII. ; a partire dal 780, in vari documenti, compare infatti il nome Empoli e Pontorme ( oggi un quartiere cittadino). Annoverava invece le origini romane del sito tra le ipotesi  Stà a favore di tale congettura la corografica posizione di Empoli che Cluverio opinava potesse corrispondere al Portus ad Arnum, cioè, alla terza stazione dell’antica strada municipale da Pisa a Firenze, riportando la teoria di Cluverio, ovvero Philipp Cluver storico e geografo tedesco del XVII secolo.
Nella Tavola Peutingeriana, copia di un’antica mappa romana nella quale sono indicate le strade militari dell’impero, compreso il vicino oriente, l’India e la Cina, sono indicate, lungo una strada che collegava Pisa a Firenze, all’altezza del corso dell’Arno, tre località tra le quali In Portu occupa una posizione prossima a quella dell’attuale Empoli.
L’esistenza di un insediamento urbano in età romana fu sicuramente favorito dalle vie fluviali, allora navigabili, e dalla presenza di una strada consolare, la Quinctia, attribuita al console Quinctius Flaminius e fatta risalire al II secolo a.C.; si presume che in età romana fosse una via di fondovalle ricalcata su un precedente tracciato che collegava Fiesole a Firenze per dirigersi poi verso Pisa attraversando Montelupo ed Empoli.
La marcata propensione ad essere un centro di scambi in una piana attraversata da vari corsi d’acqua e collocata al centro di un’area aperta e strategica, Empoli la porta nel nome; per alcuni studiosi l’etimo è di origine greca e precisamente deriva da inpoleo (vendo) o da emporion (mercato). E’anche vero che altri ipotizzano un etimo diverso, legato ad un antico castello chiamato Empolum di cui si fa menzione sin dall’VIII secolo e che si riferiva ad Empoli vecchio la quale denominazione di vecchio ci porta ad un’ antichità assai rimota, attestata palesemente dagli avanzi di romani edilìzi; da colonne, cioè, capitelli, musaici, scavati sotto i fondamenti delle stesse mura castellane di Empoli in varie epoche, e persino in questo medesimo secolo: indizi manifesti di un grande paese già esistente da prima ed interrato di poi per lo considerevole rialzamento di suolo in quella valle, causato dalle alluvioni del fiume Orme e dell’Arno si legge in uno scritto del 1861 ad opera di un prete veneziano, Giuseppe Cappelletti, nel suo libro dedicato alla storia delle chiese d’Italia.
I vari reperti rinvenuti già intorno al XVIII secolo fecero ipotizzare un centro urbano in età romana nella zona di Empoli vecchio, più ad ovest rispetto al centro storico attuale, ma gli scavi effettuati nell’attuale centro storico di Empoli dal 1981 al 2001 e i materiali reperiti, gettano una luce nuova sulla storia e sul ruolo della cittadina del Valdarno inferiore, ma aprono anche nuovi interrogativi. Strutture murarie, ceramiche provenienti da diversi tipi di contenitore, materiale anforaceo, pavimentazioni musive di una domus, monete, tra cui un sesterzio di Nerone, bronzi, vetri, sono i materiali di epoca romana rinvenuti, anche in scavi recenti, che si collocano tra la tarda Repubblica e l’età imperiale.
Che Empoli fosse comunque un grosso nodo di scambio è indubbio; i resti fittili rinvenuti provenienti da varie zone, la stessa anfora di Empoli, ne sono una documentata testimonianza. La vocazione ad essere un centro mercantile, garantita da una fitta viabilità fluviale, si ravvisa anche successivamente nel nome attribuito alla Pieve di S. Andrea detta Pieve al Mercato ed attorno alla quale si realizzerà l’incastellamento; scriveva il Repetti infatti che la contessa Emilia invitò i popoli di Empoli vecchio e di altre borgate del distretto Empolese di recarsi ad abitare nel luogo della pieve di S Andrea e documenta l’incastellamento alla data del dì 10 dicembre 1119 da parte della contessa Emilia moglie del conte Guido Guerra signore di Empoli che col consenso del marito promise e giurò tutto quello che era stato promesso e giurato dal conte Guido Guerra di lei consorte;cioè “che, da quell’ora sino alle calende di maggio avvenire, i due coniugi avrebbero obbligato gli uomini del distretto di Empoli, sia che abitassero alla spicciolata, o che stessero riuniti nei castelli, borghi e ville dell’empolese contrada, compresi quelli del luogo di Cittadella ( tra Empoli vecchio ed Empoli nuovo), affinché essi stabilissero il loro domicilio intorno alla chiesa matrice di Sant’Andrea di Empoli, donando per tal’ effetto a tutte le famiglie un pezzo di terra, o casalino, sufficiente a costruirvi le abitazioni, e il luogo per erigere il nuovo castello.
I conti Guidi erano potentissimi signori che verso la metà dell’XI secolo dal Valdarno superiore avevano occupato la piana del Valdarno inferiore costruendovi castelli.
La vocazione della Terra di Empoli a divenire o tornare ad essere un mercato importante e sicuramente florido, si affermerà nuovamente a partire dall’incastellamento come dimostrarono le varie lotte dei signori del Valdarno superiore e poi della stessa Firenze per conquistarlo.
Il fiume e le vie d’acqua in mezzo alle quali era sorto avevano contribuito al suo notevole sviluppo commerciale ed economico mentre la sua posizione centrale nel territorio lo avevano reso luogo adatto a vari congressi politici e baluardo contro le aggressioni delle repubbliche nemiche di Firenze della quale Empoli sarebbe sempre stata alleata. I fatti accaduti ne sono testimonianza: dopo la battaglia di Montaperti del 1260, combattuta tra Senesi e Fiorentini, i primi ghibellini ed i secondi guelfi, e dopo la sconfitta dei Fiorentini, fu tenuto proprio in quello che oggi è conosciuto come il palazzo Ghibellino di Empoli il congresso dei vincitori; era in realtà il palazzo nuovo dei conti Guidi, ma proprio a causa di quel congresso fu ribattezzato palazzo Ghibellino; lì Manente degli Uberti, più conosciuto come Farinata, nobile fiorentino di fede ghibellina, difese Firenze dalla distruzione, come Dante rammenta nei famosi versi del canto X dell’Inferno.
La città inoltre fu più volte assediata,  nel 1315 dalle truppe di Castruccio Castracani signore di Lucca, ma anche dai Pisani e dai Visconti, ma le sue mura castellane resistettero sempre.
Fu la forza del fiume, quello che aveva contribuito e non poco alla sua floridezza,  ad abbatterle nel diluvio del 1333. L’avvenimento trova ampio spazio in varie cronache; lo storico Inghirami in Storia della Toscana del 1842 dà ampio spazio ad una delle alluvioni del fiume Arno che coinvolse pesantemente tutta la valle a causa delle piogge torrenziali che riempirono a dismisura il suo letto nell’anno 1333.
Anche Giovanni Villani nelle Istorie fiorentine  racconta delle terre che lungo il corso del fiume ebbero a soffrire della sua furia: coperse l’Arno e guastò il Valdarno di sotto, e Pontormo e Empoli e Santa Croce e Castelfranco, e gran parte de le mura di quelle terre rovinaro
che Empoli però avesse assunto ormai un ruolo fondamentale nella piana, lo testimonia il fatto che proprio Firenze si premurò di ricostruirle
Tale sventura fu apprezzata dalla Repubblica fiorentina, la quale con sua deliberazione del 1336, poco dopo l’escursione ostile fatta sul territorio Empolese dal fuoriuscito Ciupo degli Scolari capitano di Mastino della Scala, provvide al rifacimento delle mura di Empoli e di Pontorme, concedendo a quei popoli, per sostenere le spese, alcune temporanee franchigie ed esenzioni dai pubblici aggravj ( Repetti Dizionario)
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