Capire il paesaggio della via Francigena in Toscana (prima parte)


di Giovanni Caselli

Francigena a nord di Siena

Francigena a nord di Siena (foto originale)

Camminare attraverso un paesaggio senza capirlo, senza saperne leggere i tratti, è una fatica sprecata.

Perché un paesaggio considerato “bello” oggi sarebbe stato invece considerato “brutto” da chi lo ha vissuto nel passato? La risposta è semplice, perché un paesaggio degradato o totalmente sconvolto da nuove ideologie di sfruttamento, è eticamente brutto e per chi faticava sulla terra nei tempi passati l’etica era assai più rilevante dell’estetica.

La vista del paesaggio di molte zone della Toscana, che piace molto al visitatore americano, o al cittadino, avrebbe fatto piangere mio nonno che trascorse la sua vita lavorando quella terra.

Francigena a sud di Siena

Francigena a sud di Siena (foto originale)

Probabilmente non vi è un’altra regione, in Italia o altrove, dove il paesaggio abbia subito alterazioni più radicali di quante ne abbia subite quello della Toscana durante gli ultimi 60 anni, eppure questo paesaggio rimane, nonostante tutto, uno dei più belli e più caratteristici d’Italia, pur essendo un novo paesaggio.

La Toscana, e in particolare la fascia di territorio traversata dalla Via Francigena, è “la regione europea che in assoluto presenta il maggior numero di castelli censiti e anche scavati” (1) e altrettante pievi rurali. Lo sviluppo urbanistico della regione è stato caratterizzato da eventi che negli ultimi due secoli hanno causato l’abbandono dell’antica viabilità di crinale per seguire i fondovalle causando in tal modo la conservazione di gran parte della viabilità storica nello stato in cui largamente è oggi conosciuta. Le “strade bianche della Toscana” sono infatti un patrimonio che dovrebbe essere riconosciuto e tutelato sia dal pubblico sia dagli amministratori che paiono invece averlo grossolanamente disconosciuto e quindi trascurato.

La via Francigena a Galleno, Firenze

La via Francigena a Galleno, Firenze

La fascia di territorio traversata e osservabile dalla Via Francigena, specialmente stando in sella ad un cavallo, è inoltre una delle aree meglio conosciute dalla moderna archeologia multidisciplinare, all’interno di una regione che 50 anni fa era solo nota per la cultura etrusca e quasi inesplorata per la preistoria e il medioevo e pochissimo anche per l’epoca romana. Questo straordinario progresso nella conoscenza delle vicende storiche del paesaggio toscano è soprattutto opera del Dipartimento di Archeologia Medievale dell’Università di Siena, creato e diretto da Riccardo Francovich per la durata di circa 25 anni.

Nel X secolo il paesaggio rurale si stava strutturando secondo un processo di razionalizzazione già da tempo iniziato. In epoca alto medievale la terra era organizzata, secondo un sistema di aziende, dette “corti”: si trattava di possessi fondiari sui quali più tardi dovranno sorgere i castelli di grandi e medi possidenti appartenenti ad una aristocrazia teutonica di origine longobarda. La ricerca archeologica rivela infatti un lento processo di strutturazione delle campagne iniziato subito dopo le invasioni teutoniche e la rioccupazione dei siti di altura etruschi rimasti abbandonati durante il periodo romano.

L’organizzazione territoriale si strutturò per agglomerati rurali abitati da contadini residenti e affidatari. Era questa una nuova rete di insediamenti praticamente ricalcante quella etrusca (conservando assai spesso il toponimo) sulla quale si impostò successivamente il sistema dei castelli.

Come scrive il Prof. Marco Valenti, si trattò di una evoluzione diversa da quella osservabile in altre regioni dell’Italia romana dove col sistema delle grandi ville si era verificato l’accentramento della proprietà rurale.

Nella tarda antichità le abitazioni della popolazione autoctona, ridotta a pochi superstiti, erano costruite con terra cruda e legname, oppure in grotta come è il caso nelle zone tufacee a sud dell’Amiata, Sovana, Pitigliano ecc. ed anche in zone della lucchesia e del senese.

La via Maremmana

La via Maremmana

Gli edifici monumentali, lussuosi o imponenti erano diventati estremamente rari. Tra il III e il IV secolo le strutture rurali romane si erano dissolte nell’area che traversiamo: la lucchesia e il senese. In virtù della disponibilità di trasporto per via d’acqua si osserva, nella valle dell’Arno, una certa prosperità e un più alto sviluppo economico rispetto a luoghi meno favoriti dalla natura.

L’Arno e le vie d’acqua tra Pisa, Firenze e Lucca costituirono, sin dalla protostoria, una risorsa fondamentale che consente un notevole sviluppo economico. Nelle zone collinari adiacenti si rileva una crisi incipiente già dalla fine del II secolo. I centri abitati di Empoli e San Genesio, si sviluppano tra V e IV secolo come mercati. Tra V e VI secolo si nota, nella Toscana settentrionale, una popolazione scarsissima e dispersa. Con l’eccezione di Pisa, Lucca, Firenze e Fiesole, la Toscana appare relativamente spopolata e la popolazione residua conduce una vita di stenti.

Tomba alla capuccina a San Genesio

Tomba alla “cappuccina” a San Genesio (Foto originale)

Gli archeologi trovano ovunque, con rare eccezioni, semplici tombe fatte di tegola per tetti, dette “alla cappuccina”; solo un mausoleo scavato di recente a San Genesio (sotto San Miniato al Tedesco), è l’eccezione che conferma la regola. Le élite risiedono dunque tra le popolazioni stanziate in prossimità delle vie d’acqua, mentre nelle città si trovavano i ceti amministrativi, militari e commerciali. L’invasione longobarda diede l’avvio ad una trasformazione basata su una totale rottura col periodo precedente le guerre Greco-Gotiche. Si iniziava un cambiamento di civiltà che vide la fine dell’epoca “classica” greco-romana e l’inizio di una civiltà di tipologia centro asiatica, strutturata sul modello dei nomadi a cavallo dell’Asia Centrale.

Verso la fine del VI secolo si riscontrano nel senese insediamenti agricoli distribuiti ogni 10 km2. Rispetto al II secolo, quando si trovano 1,27 siti su ogni km2: si tratta di un vero collasso demografico. Si formano domini barbarici attorno ad insediamenti di altura (recuperando centri etruschi) o in punti ben difendibili.

I nuovi insediamenti teutonici vengono gradualmente ad incorporare i residui insediamenti precedenti. Le aristocrazie si stabiliscono nelle città e nei castra difensivi, rioccupano parzialmente insediamenti agricoli tardo romani e fondandone dei nuovi. La città cresce con l’immigrazione di popolazioni medio orientali di cultura bizantina, ed anche con la migrazione verso la città delle aristocrazie sconfitta e dei loro famigli. Le borghesie mercantili cittadine che hanno accumulato denaro col commercio e l’artigianato, gradualmente acquistano o conquistano la campagna agricola riorganizzandola secondo un progetto a lunga scadenza da loro concepito sul modello bizantino. In campagna si continuano a preferire siti di sommità o altrimenti si rioccupano siti tardo antichi.

A Poggibonsi l’università di Siena ha scavato un centro abitato del V-VI secolo, che rivela una attività agricolo pastorale e consiste in 6 edifici a pianta rettangolare con pareti di terra battuta su base di pietra con tetti di laterizi ad un solo spiovente. Potrebbe essersi trattato di una azienda di epoca gota, che gradualmente declina fino al suo abbandono.

Parco archeologico di Poggibobsi

Parco archeologico di Poggibonsi, un centro abitato del V-VI secolo

Verso la fine del VI secolo il complesso è sostituito da un insediamento di tipo teutonico di capanne a base circolare erette sopra le rovine delle precedenti, con piano di calpestio 50 cm più basso del livello del suolo: sunken huts nell’Inghilterra sassone. Infatti sia i longobardi sia i sassoni erano popoli teutonici di cultura identica, solo differenziati dalla loro denominazione, come scrive Walter Pohl.

L’insediamento di Poggibonsi rivela una comunità egualitaria, di circa 100 abitanti che solo dall’VIII secolo mostra una incipiente strutturazione gerarchica. Si tratta di uno dei centri costituiti da capanne con recinti, steccati ed annessi, divisi per unità di circa 80 m2, distanti dai 20 ai 25 m l’una dall’altra.

Archeodromo di Poggibonsi, ricostruzione di una capanna del villaggio IX-X secolo scavato all’interno della Fortezza dagli archeologi dell’Ateneo senese.

Archeodromo di Poggibonsi, ricostruzione di una capanna del villaggio IX-X secolo scavato all’interno della Fortezza dagli archeologi dell’Ateneo senese.

L’economia di questi ex nomadi era naturalmente basata in prevalenza sull’allevamento del bestiame, in una zona originariamente agricola ritornata boschiva. Nei rifiuti di cucina si nota l’assenza di selvaggina: evidenzia che la caccia era solo praticata dall’aristocrazia cavalleresca di cultura iranica, si vedano a proposito i Sassanidi.

Gli archeologi si chiedono, giustamente, chi fosse questa gente: contadini in una sorta di coalizione di sopravvivenza, oppure manodopera impiegata nell’ azienda di un signore che risiede altrove. Tra il VII e l’VIII secolo si nota la costruzione di una chiesa da parte dei nobili cavalieri longobardi, i quali, sempre secondo il modello iranico, erano soggetti ad un re: si veda in proposito la struttura sociale degli Anglo-Sassoni, dei Parti e dei Sassanidi. Tutti questi controllavano la popolazione rurale stanziata in villaggi. Questa aristocrazia ambiva a costruire la propria chiesa il proprio cimitero e ad erigere un monastero dove l’abate o la badessa sono i secondogeniti. Mentre in città il punto di riferimento religioso e morale sarà il vescovo della primitiva comunità cristiana. Questa aristocrazia laica e religiosa esercita il dominio sulla popolazione agricola raccolta in villaggi ad economia agro pastorale, spesso accumulando grandi fortune essenzialmente in bestiame e terreni (cioè il futuro feudo, da “feda” = pecora) data l’avversità culturale che questa società aveva per ogni forma di commercio, al quale era invece dedita la crescente popolazione urbana. Tuttavia, queste aristocrazie religiose e laiche occupavano posizioni di dominio anche in ambito urbano. Si erigono edifici pubblici affidandone la realizzazione ad architetti e maestranze orientali (Siriaci Armeni) i soli competenti nell’edificazione in pietra.

Alcuni centri produttivi erano basati sull’estrazione mineraria di metalli, oltre che sull’agricoltura e la pastorizia. Gli edifici di sommità hanno ora una cinta muraria, che li racchiude assieme al villaggio. Oppure si trovano nuclei di abitazioni di terra cruda e legname, all’interno di una palizzata come in un sito scavato a Staggia.

Si nota un crescente interesse per l’agricoltura da parte di una popolazione inizialmente dedita all’allevamento di bovini ed ovini. Si tratta chiaramente di ex nomadi in fase di sedentarizzazione. Nasce l’interesse per la proprietà privata individuale. Verso il IX secolo si nota un controllo sempre più stretto sui mezzi di produzione che si stabilizza entro il secolo. L’insediamento sparso è praticamente ancora inesistente. I villaggi sono sotto il potere di un proprietario “domino” o di un suo vicario “visdomino”.

Tra il IX e X secolo compare il villaggio azienda agricola, ovvero la “curtis” strutturata come centro di produzione e amministrazione. Tra VIII e IX secolo si sono affermate le élite rurali con la completa soggezione dell’intera popolazione rurale. Si osservano cambiamenti notevoli nei centri rurali nei quali si nota un ulteriore perfezionamento nell’organizzazione del lavoro, e nelle strutture abitative, produttive o di servizio. Le palizzate vengono sostituite da mura di pietra e calce. Compaiono edifici specializzati per macinare, forgiare, tessere, conciare pelli, lavorare le ossa e corna, fabbricare ceramica, stalle per il bestiame, magazzini.

A Poggio Imperiale di Poggibonsi compare in questa fase un grande edifico, rettangolare, strutture di servizio, magazzini per la conservazione di derrate, nell’ambito di in una nuova struttura urbanistica. Si riscontrano una forgia da fabbro, una fornace per ceramica e per altre attività artigianali. Si riscontra una casa del fattore o scudiero: una abitazione-magazzino dove i reperti consistono in armi e bardature per cavallo che lui custodiva per il suo signore.

Col trascorrere del tempo si nota una crescente enfasi per l’agricoltura e per bovini sia da carne che da lavoro, a scapito del bestiame ovino e caprino. Il signore diventa sempre più esigente e si sviluppano diverse attività artigianali dedite alla produzione di oggetti d’uso comune. Ormai siamo nel Medioevo. Non si riscontreranno facilmente nel paesaggio tracce così antiche dell’opera dell’uomo se non nell’architettura e nelle erbe selvatiche ai margini delle strade. Tra questi residui di coltivazioni passate si noteranno lo spinacio medievale (Cenopodium bonus henricus) l’Assenzio, il Triticum dicoccum, il lino, la fava celtica, la cicerchia, ecc.

Poggibonsi, Ricostruzione del villaggio di Poggio Bonizio 1155 (Poggibonsi)

Poggibonsi, Ricostruzione del villaggio di Poggio Bonizio 1155 (Poggibonsi) (Foto originale)

 

Bibliografia

1.S. GELICHI, Riccardo Francovich, in Archeologia Medievale, XXXIV (2007), pp. 5-16 (con bibliografia); M. VALENTI, Riccardo Francovich (1946-2007), in Archeologia e Calcolatori, 18 (2008), pp. 7-12.

2.M. VALENTI, L’insediamento altomedievale nelle campagne toscane. Paesaggi, popolamento e villaggi tra VI e X secolo, Firenze, 2004.

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