di Barbara Carraresi

Avvolta nella nebbia di un mattino autunnale. Divisa a metà dal fiume Magra che dorme. Circondata da possenti mura medievali che già a un primo sguardo evocano immagini di battaglie, mercanti, pellegrini e gabellieri. E sullo sfondo le figure sfumate e spettrali dei Castelli Malaspina, che trasudano di un antico odio mai estinto. Così si presenta Pontremoli a chi se la trova davanti per la prima volta. Un affascinante borgo lunigianese avviluppato in una coltre densa di storia e di mistero.

Il turista ammaliato non può fare a meno di oltrepassare le mura e calpestare i ciottoli medievali di vicoli e piazze che sembrano lì da sempre. Alzando lo sguardo al cielo, quando la bruma comincia a dissolversi, vede svettare ad un tratto la torre campanaria voluta da Castruccio Castracani. E risalendo il paese in leggera pendenza si trova all’improvviso nella piazza su cui affaccia il duomo di Santa Maria del Popolo. Ovunque si volti il pellegrino trova davanti a sé un seducente spettacolo creato dall’uomo e dalla natura. 

Se vuole però dare un senso alla sua gita deve necessariamente varcare la soglia del Palazzo del Piagnaro che ospita il Museo delle Statue Stele. Accedendo al centro storico di Pontremoli ci si trova di colpo nel primo millennio e già questo suscita una forte emozione. Entrando poi nel museo si fa un ulteriore balzo all’indietro sprofondando nel IV millennio a.C. Il repentino passaggio dalla luce al buio, dal noto all’ignoto, dalle vetrine e i caffè del presente alle figure megalitiche di un trapassato remoto provocano uno shock spazio-temporale sconvolgente.

Nella penombra delle stanze compaiono uno dopo l’altro numerosi busti abbozzati nella pietra, volti di uomini e di donne con occhi scavati che sembrano guardarti con sorpresa, con la stessa sorpresa con cui tu li guardi. Chi si addentra nella visita si trova letteralmente faccia a faccia con la preistoria.

Lo straordinario recupero delle statue è avvenuto nelle campagne lunigianesi nel corso del tempo. Sono spuntate come funghi, una dopo l’altra. Trovarle è stato facile ma la comprensione del profondo significato che celano è oggetto di una ricerca che non ha ancora portato risultati certi. Semplici supposizioni, non corroborate da prove, si fanno spazio fra gli archeologi e fra i più profani osservatori. Quale funzione avevano nella civiltà che le ha modellate? Potevano servire ai popoli nomadi del neolitico per segnare il territorio o forse si tratta di statue erette in onore dei personaggi più in vista nelle comunità arcaiche. Non è neanche escluso che rappresentino divinità o defunti.

Tante ipotesi, tanti “probabilmente” perché di certo c’è solo l’esistenza di monumenti megalitici lasciati in eredità dal nostro passato più primitivo. Se le vedesse Graham Hancock magari le farebbe risalire addirittura a diecimila anni prima, rispetto all’epoca in cui invece sono state collocate. Si potrebbe infatti supporre che siano anch’esse il lascito dell’evolutissima popolazione atlantidea. Tutto è ancora avvolto nel mistero. Adesso gli uomini e le donne di sasso, schierati in un’umida grotta scura, stanno lì immobili a suggerire risposte che “probabilmente” resteranno per sempre sepolte nei fitti boschi della Lunigiana.

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