Donne e castelli…delitti e congiure


di Salvina Pizzuoli
Nel morbido paesaggio toscano, tra cipressi e macchie, occhieggiano turrite fortezze; nella distanza siamo soggetti al
Il castello del Trebbio visto dalla chiesa di Santa Maria a Spugnole

Il castello del Trebbio visto dalla chiesa di Santa Maria a Spugnole

fascino delle loro fogge pittoresche, ma più da vicino siamo presi dai segreti e dai misteri che le antiche e poderose mura sembrano custodire.
Trebbio di San Piero a Sieve villa a guisa di fortilizio che da il suo nome ad una vasta tenuta nel popolo di Spugnole, piviere di S. Giovanni a Petrojo […] è posta nel poggio omonimo a ponente della strada postale Bolognese, allato ad un oratorio che fu della famiglia sovrana de’ Medici, attualmente dei PP Filippini di Firenze, lasciata loro nel 1648 con l’annessa tenuta da Giuliano Serragli.
 Con queste parole lo studioso ottocentesco Emanuele Repetti annovera nel Dizionario geografico fisico storico della Toscana ( 1833-1846) uno dei manieri mugellani di proprietà dei Medici, a pochi passi da quello più famoso di Cafaggiolo posto nel piviere e popolo di San Giovanni in Petrojo.
 Arrivare a Trebbio oggi è un po’ come fare un viaggio a ritroso nel tempo: vuol dire percorrere una bianca strada sterrata tra oliveti, vigne e boschi di querce; la salita nulla lascia immaginare prima di esserci completamente, ma per godere di una visuale più ampia occorre andare un po’ più in alto. Suggestivo nella sua posizione collinare, domina la valle e svetta turrito e merlato tra cipressi e boschetti, circondato dalle case del contado.
 Vasari nelle Vite attribuisce la costruzione della villa, nella prima metà del Quattrocento, all’opera dell’architetto di casa Medici Michelozzo di Bartolomeo; sebbene non esistano documenti comprovanti, l’attribuzione non è mai stata smentita. Un’antica torre era l’elemento preesistente attorno al quale Michelozzo realizzò l’intero fabbricato. La villa-fortezza, delimitata da una bassa e merlata muraglia, ha una pianta trapezoidale. Sulla facciata poche e piccole finestre sono disposte in modo irregolare; spicca, tra i due corpi dell’edificio, la torre quadrangolare coronata da un ballatoio ad archetti; il motivo architettonico che ritroviamo poi attorno a tutta la costruzione conferisce, con la sua struttura aggettante, gradevolezza e leggerezza a tutta la struttura. Nel vasto piazzale di accesso, a sinistra, la cappella del 1364 e a destra le case contadine. La sua storia lo lega alle diverse generazioni di una delle famiglie più ricche e potenti della toscana e del mondo di allora, i Medici: da Giovanni di Bicci a Cosimo il Vecchio fino a Giovanni dei Medici, detto delle Bande Nere che a sua volta lo ereditò dal padre; vi dimorò con la moglie Maria Salviati e con il piccolo Cosimo, il futuro Granduca di Firenze, dilettandosi nella caccia della selvaggina che abbondava nella boscaglia, quando la sua professione di condottiero gliene lasciava il tempo. Alla sua morte, per una ferita incancrenita nonostante l’amputazione della gamba, lasciò il castello in eredità alla moglie. Rimasta vedova Maria dedicò tutte le sue cure all’educazione di Cosimo. E’ proprio al Trebbio che Cosimo, allora diciassettenne, e Maria riceveranno la Commissione dei Palleschi che offrirà al giovane le redini del governo di Firenze dopo l’assassinio del Duca Alessandro; era cresciuto anche lui al Trebbio insieme al cugino Lorenzino autore del delitto. Cosimo tenne sempre cara la villa del Trebbio e nel 1568 la donò a Don Pietro, il figlio minore, con i poderi, i granai, il bestiame e soprattutto i boschi di querce secolari che costituivano la ricchezza del Trebbio. Gli fece dono anche di Cafagiuolo, l’altra villa-fortezza che confinava con i terreni del Trebbio, più tre fornaci e 895 staiora di bosco oltre ai poderi ed al bestiame. E’ proprio in questa villa-fortezza che si consumerà l’assassinio della ventiduenne Leonora di Toledo, cugina e moglie di Pietro. Della giovane si era invaghito lo stesso Cosimo che indusse poi il figlio a sposarla. Pietro fu un marito disattento e donnaiolo tanto che la giovane moglie trovò un confidente in Bernardino Antinori. Scoperta la tresca, Pietro pensa solo all’assassinio. Manda quindi Leonora al castello di Cafaggiolo, dove era più facile nascondere il delitto e la uccide in modo efferato. Per il mondo la moglie era morta di fiero accidente, ma alla corte di Spagna fu scritto che Don Pietro l’aveva levata egli stesso di vita per tradimento che ella gli faceva con i suoi comportamenti indegni di gentildonna.
 Non lontano dai due castelli menzionati un altro reca lo stesso nome di Trebbio, derivato forse dal trivio del ponte di Serravalle: seguendo la strada di mezzo si raggiunge il castello, sulla valle della Sieve, tra Molin del Piano e S. Brigida. Tozzo e possente, presenta infatti una struttura fortificata tipica delle costruzioni del XIII secolo, era divenuto proprietà della famiglia dei Pazzi, acerrima rivale della famiglia dei Medici.
 Nelle Istorie fiorentine Machiavelli ci descrive la potente famiglia dicendo che Erano i Pazzi in Firenze per ricchezze e nobiltà allora di tutte l’altre famiglie fiorentine splendidissimi e nemici accaniti dei Medici tanto che Cosimo il Vecchio fece sposare sua nipote Bianca con Guglielmo sperando che quel parentado facesse queste famiglie più unite, e levasse via le nimicizie e gli odi.
 Nei libri di scuola il nome dei Pazzi si lega a quello della congiura del 1478 che li vide esecutori con Francesco ed altri congiurati dell’assassinio di Giuliano e di quello tentato e non riuscito di Lorenzo.
 La tradizione del luogo vorrebbe che alla Torre a Decimo si fossero rifugiati i superstiti della famiglia Pazzi dopo aver trucidato in Santa Maria del Fiore Giuliano dei Medici ed avere attentato alla vita di Lorenzo […] e che nel castello del Trebbio si tramasse la congiura stessa […]
 Nello Puccioni nella sua monografia sulla val di Sieve (1916) ci riporta con un certo scetticismo quanto le leggende locali tramandano circa i due castelli di cui furono proprietari i Pazzi: la Torre a Decimo, posta sulle pendici orientali del monte di Croce, e il Trebbio, un poco più lontano, situato sulla strada che porta a S.Brigida.
 Ma oggi sotto le mura di questo severo castello che dominava la valle della Sieve, grazie alla leggenda, possiamo immaginare che la famiglia Pazzi tenesse d’occhio la dilagante potenza dei Medici, magnificata anche dalle loro possenti ed eleganti residenze.
 Pubblicato su InStoria n 33 Settembre 2010

La villa e il giardino di Trebbio

di  Salvina Pizzuoli                                                                 

Giusto Utens Villa il Trebbio

Giusto Utens Villa il Trebbio

 

Tutto il complesso della Villa Il Trebbio (1427-1436) a pochi chilometri da San Piero a Sieve (Mugello) ha mantenuto nel tempo quasi inalterate le sue strutture originarie: la villa-fortezza con la torre di guardia e i camminamenti di ronda sorretti dalle mensole aggettanti, il giardino allungato di forma quadrangolare con il pergolato e le aiuole, la cappella, le case contadine.
Il confronto tra la situazione attuale e quella originaria è possibile grazie alle lunette di Giusto Utens; quella che raffigura la proprietà di Trebbio, come le altre undici, risale al XVI secolo quando gli furono commissionate dal duca Fedinando I per la sala grande della villa di Artimino e ripropongono in modo preciso sia l’architettura degli edifici sia il territorio, solo i piani prospettici a volte risultano falsati per la volontà di mostrare in un’unica veduta tutte le parti che costituivano le proprietà medicee.
La lunetta di Utens dimostra che a Trebbio il tempo si è fermato: la natura del paesaggio circostante, la strada che si arrampica sinuosa sul fianco della collina, le abitazioni, i silenzi, la svettante presenza dei cipressi, la piccola chiesa, la mole massiccia e aggraziata del castello, accolgono oggi il visitatore in un’atmosfera che sa di antico.
Pochi i cambiamenti dunque: le finestre, dopo il restauro del 1936/7,  presentano un aspetto diverso da quello originario e il piazzale antistante l’ingresso fu trasformato nell’Ottocento in un parco con cipressi piantati dai padri Filippini prima.
Vasari nelle Vite attribuisce la costruzione della villa, nella prima metà del Quattrocento, all’opera dell’architetto di casa Medici Michelozzo di Bartolomeo; sebbene non esistano documenti comprovanti, l’attribuzione non è mai stata smentita.
La villa è delimitata da mura una basse e merlate, ha una pianta trapezoidale  al cui centro si apre una corte della stessa forma e sulla quale si affacciano gli ambienti principali. Dalla corte si accede per una scala esterna ai piani superiori. Sulla facciata poche e piccole finestre disposte in modo irregolare; tra i due corpi dell’edificio, una torre quadrangolare è coronata da un ballatoio ad archetti il cui motivo architettonico si ripete attorno a tutta la costruzione. Gli interni, molto sobri, ruotano attorno alla corte.
A destra dell’edificio il giardino lungo piedi 200 largo piedi 30, come indica Giorgio Vasari il Giovane mentre la lunetta di Utens La lunetta di Utens evidenzia due terrazzamenti per il declivio naturale della collina, come già in uso in Toscana dal Trecento per la coltivazione dei terreni scoscesi  permettendo così di superare agevolmente i problemi derivati dalla pendenza.
In questo periodo storico la campagna intorno a  Firenze si riempì di ville e giardini: la riscoperta dello spazio fuori dalla città è rappresentato nell’arte figurativa del Trecento toscano punteggiato appunto di ville ( come ad esempio in Benozzo Gozzoli La cavalcata dei Magi 1459 )  e il Villani, nella Cronaca,  riporta i molti investimenti nel contado con l’edificazione di belli edifici, e molto meglio che in città.
Anche la letteratura toscana del secondo Quattrocento propone il tema della villa e soprattutto della vita che in essa si conduce in contrasto con quella cittadina. Il tema si accompagna alla riscoperta appunto della campagna che ebbe già in Petrarca un illustre estimatore; egli riteneva infatti che i giardini fossero fonte di gioia e che la natura  fosse ammaestramento e sorgente di piacere come lo stesso Marsilio Ficino, filosofo e umanista toscano, individuava nel contatto con la natura che la vita in villa offriva: un valido rimedio contro la malinconia e uno stimolo alla meditazione.
Nel De re aedificatoria  L.B. Alberti, architetto ed umanista italiano, richiamandosi al mondo antico, elogiava il giardino come spazio salutare per l’anima e per il corpo, fornendo quindi una serie di indicazioni anche sul tipo di vegetazione più o meno adatta ai luoghi. Si soffermava sul pergolato sorretto da colonne, sulla presenza dell’acqua e di statue e fontane e sulla necessità che accogliesse luoghi ombrosi dove rilassarsi a goderne la frescura e sottolineava come  gli antichi usavano coprire i viali con pergole di viti che si reggevano su colonne di marmo.
Un aspetto importante dei giardini dell’antichità classica, ripristinato nel Rinascimento italiano, è  proprio l’associazione di luogo di istruzione e di studio ma anche di ricreazione e di meditazione: esso è il proseguimento della dimora e offre quiete e riposo, fondendosi in armonia con lo spazio circostante.
Lo spirito dei giardini medicei era infatti quello di ripristinare quelli dell’Accademia Platonica.
Nel giardino di Trebbio sono presenti sia elementi relativi al giardino medioevale, sia elementi del giardino di villa. Tra i vari aspetti che lo caratterizzano spicca il pergolato; possiamo infatti ancora ammirare quello che rimane nella terrazza superiore: si regge su una doppia e lunga fila parallela di ventiquattro colonne in cotto che poggiano su muretti di ciottoli, ornate da capitelli più o meno elaborati o ionici o a foglia d’acqua, cui fa da tetto il fogliame delle piante di vite; un medesimo pergolato occupava la terrazza inferiore, oggi perduto; nell’orto la vasca e i diversi spazi destinati alle piantagioni di erbacee perenni.
Le residenze medicee con  i loro prestigiosi giardini hanno costituito modelli da esportare non solo in Toscana, ma anche nelle capitali europee. Tra i primi esempi di giardino di villa si collocano quelli delle ville-fortezze del Mugello: Trebbio e Cafaggiolo.

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