La produzione del vino nell’Etruria romana in una fattoria modello nel territorio di Capalbio


Affresco restaurato rinvenuto nella villa Settefinestre

A partire dalla seconda metà del II° secolo e per tutto il I° secolo a.C. l’afflusso e il massiccio sfruttamento di manodopera schiavile, giunta in Italia in seguito alla travolgente espansione romana nel Mediterraneo, è il presupposto per la crisi irreversibile della piccola proprietà terriera (a causa anche del fallito tentativo di redistrubuzione fondiaria portato avanti dai tribuni Tiberio e Caio Gracco) e lo sviluppo di grandi ville fattorie cui fanno capo estensioni sempre più vaste di territorio e il conseguente affermarsi del latifondismo. L’intera Etruria si popola in questo periodo, di grandi residenze signorili  (fra cui potremo ricordare quella dei Domitii Enobarbi sull’Argentario o la villa dei Venulei a Massaciuccoli).    …  continua a leggere    La produzione del vino nell’Etruria romana in una fattoria modello nel territorio di Capalbio

Il pagliaio


di Luisa Gianassi

-Nonna raccontami di quando eri bambina nella grande casa del Pian dei Poggioli a Scarperia, che mi piace tanto…

-Va bene Elia, ti racconto di come salvai lo zio Tonio che stava cadendo dal pagliaio. Avevo circa la tua età, 9 anni, quando…

-Scusa nonna, ma cosa è un pagliaio?

-Hai ragione Elia, tu non puoi saperlo perché oramai i pagliai non esistono più. Tu sei abituato a vedere le presse e le rotoballe che fa il nonno Beppe. Oggi ci sono macchine che raccolgono il fieno e lo restituiscono in varie forme geometriche tipo parallelepipedi e cilindri, ma quando avevo la tua età il fieno si tagliava con una falciatrice trainata da vacche chianine e dopo che il sole lo aveva ben seccato, si trasportava nell’aia con carri trainati da questi stessi animali e qui si costruiva il “Pagliaio” che a dispetto del nome non era di paglia, ma di fieno. Per prima cosa il mio babbo, il tuo bisnonno Guido, piantava nell’aia un palo lungo e dritto, come quello dei telefoni. Iniziava poi a impilare il fieno. Il mio babbo stava sopra al pagliaio e spandeva e sparpagliava ben bene il fieno che lo zio Tonio portava.

Zio Tonio – disegno di Sara Gianassi

Il fieno doveva intrecciarsi, come una tela. Più si saliva su di altezza e più il pagliaio si restringeva, assumendo la forma di un cono e da ultimo diventava talmente alto che il bisnonno Guido doveva scendere con una scala lunghissima. Il fieno veniva così conservato per nutrire le vacche e i buoi durante l’inverno. Costruire un pagliaio era un’arte e un errore poteva compromettere la conservazione del fieno. Un pagliaio ben fatto era impermeabile e il fieno, per conservarsi bene, doveva diventare molto compatto tanto che per toglierlo usavano il tagliafieno.

Il pagliaio tagliato

Prima si consumava un giro del pagliaio che diventava tutto dritto e poi si prendeva il fieno al centro che era più duro.

Tornando alla nostra storia, tu devi sapere che una gallinella aveva l’abitudine di deporre le uova in cima al pagliaio e lo zio Tonio la spiava per trovarne il nascondiglio. In un pomeriggio assolato di agosto, mentre stavo saltellando nell’aia, sentii la zia Beppa che da dietro il pagliaio chiedeva aiuto. Accorsi subito e davanti ai miei occhi apparve una scena tragicomica. Lo zio Tonio era aggrappato al pagliaio e rischiava di precipitare a terra, mentre la zia Beppa tentava di frenare la caduta reggendolo con un lungo forcone, rischiando di infilzarlo! Lo zio Tonio avendo scoperto il covo della gallina pieno di uova, per raggiungerlo aveva legato insieme due scalei, ma una volta conquistata la cima, sotto il suo peso gli scalei avevano ceduto ed ora il pover’uomo stava veramente in una situazione pericolosa.

Capii subito che potevo salvarlo solo andando a prendere la lunga scala che il bisnonno usava per scendere dal pagliaio, dopo la sua costruzione. Non so ancora spiegarmi come riuscii a trasportarla, forse con la forza dell’affetto che provavo per quell’uomo tanto semplice, quanto buono, genuino e generoso che invece di temere per la sua vita ci gridava di andare via perché temeva di ferirci cadendoci addosso. Ricordo solo che trascinai la scala fino al pagliaio e che la alzai con l’aiuto della zia Beppa. Fu così che salvammo lo zio Tonio, che anche dopo tanti anni mi ricordava sempre questa storia con gli occhi che gli brillavano di commozione. Una commozione non tanto legata al salvataggio, quanto a quel pagliaio la cui costruzione gli ricordava la gioventù, una sapienza antica faticosamente appresa dai suoi avi e che andava sparendo senza che lui potesse tramandarla.

-Grazie nonna, è una bellissima storia. Costruiamo un pagliaio tutti insieme e così gli occhi del bisnonno e dello zio Tonio brilleranno ancora di gioia e noi saremo ancora quella grande famiglia del Pian dei Poggioli, dove c’era posto per tutti.

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Calìa


Tra le parole che ho portato con me dalla Maremma c’è sicuramente il termine “calìa” . Che fosse adoperato in senso dispregiativo era evidente dal contesto e dal tono, ma da dove derivasse no, non lo era di certo.

Nella Treccani oggi si legge: calìa s. f. [prob. der. di calare]. –1. Ciascuna delle minute particelle d’oro che si staccano nel lavorarlo. Ant. fare c. di qualche cosa, metterla in serbo. 2. fig. a. Cosa da niente, senza valore; anticaglia. b. Persona noiosa, che bada troppo alle minuzie; o persona malaticcia, piena d’acciacchi.

Dal Tommaseo Bellini:

CALÌA .S. f. Quegli scamuzzoli, cioè Minutissime particelle dell’oro che si spiccano da esso nel lavorarlo; detto così, quasi sia il calo, che fa l’oro. Cosa esce di moda, si dice che L’è una calía. Anco di pers. vestita alla foggia antica. Che calía! – Gli è una calía.

Nel “Grande Dizionario della Lingua italiana” troviamo alcuni esempi di utilizzo in scrittori toscani.

In Palazzeschi nell’accezione di “cosa senza valore”

Dopo essersi addobbate la cintura e il collo di fiocchi, il petto con qualche altra calìa, la testa con forcine e pettini luccicanti, incomincia­vano ad incipriarsi il viso.

Oppure in senso figurato di persona malaticcia, piena di acciac­chi, che si lamenta continuamente; persona gretta, che dà importanza alle minuzie:

I giovanotti d’oggigiorno… a restar sempre nella bambagia attaccati alle sottane delle mamme vengono su deboli, giallicci, maligni, ipocriti, calìe, e non si sa mai quello che covano dentro.

Di etimo incerto; si pensa derivi dal latino tardo cadivus (sec. II), derivato da cadére

Nel Vocabolario del Fiorentino contemporaneo alla voce calìa si legge:

sost. Femminile di chi, spec. bambino, mangia poco, o non si accontenta facilmente nel mangiare; di persona pedante; di chi in compagnia crea difficoltà per la troppa timidezza; di chi si veste in modo molto convenzionale; persona noiosa che fa continuamente pesare i propri piccoli guai suglia altri; persona malaticcia e lamentosa’.

E, se fossimo in Sicilia, augurerei “buona calìa a tutti”! E sì, perché nella mia terra d’origine la calìa sono i ceci “calìati” appunto, abbraustoliti, un buonissimo ricordo d’infanzia…

Altre parole desuete dell’idioma toscano

Scioccolare


Degli anni trascorsi nella Maremma toscana ho portato con me oltre a tanti paesaggi indimenticabili anche ritratti di persone e personaggi e parole e linguaggi. Sì, perché la Maremma ha voci e suoni diversi rispetto alla Toscana tutta. Tra le varie parole che ai tempi mi avevano colpita c’è certamente  “verduraio” e “dringolare” e “scioccolare”. Se le prime due erano e sono facilmente riconducibili al loro significato, come anche “dringolare” nel senso di tentennare, voce presente tuttora nell’Aretino e presumibilmente trasferita in Maremma dai vari Casentinesi che vi si recarono in tempi remoti per lavorare, il termine “scioccolare” merita una ricerca ad hoc.

Nel “Grande Dizionario della lingua Italiana” si legge:

Scrollare, scuotere, sbattere

‘Scioccolà’: scuotere (i panni per toglier la polvere, gli al­beri perché cadano i frutti,ecc.), strapazzare.= Voce diffusa in una vasta area della Toscana meridionale. fino all’Amiata (sciuccolà) e particolarmente viva a Siena come si trova in Tozzi: Cavò di tasca una manciata di albicocche…, seguitò a cavare le altre, ad una per volta… Alla fine, batté e scioccolo le mani insieme; e disse: “Non ce n’ho più”.

Alcuni riconducono a una for­ma latina exsucculàre (parallela e derivata. da exsuccàre) col significato originario di ‘asciugare scuotendo’, altri invece al francese choquer (nel sec. XII) quale prestito anche in altre lingue romanze, altri ancora (più verosimilmente) a una base onomatopeica dalla quale potrebbe discendere pure l’aggettivo scioc­co.

Anche calìa è un termine che ho sentito più volte in Maremma, ma ne parleremo la prossima volta.

Altre parole desuete dell’idioma toscano

Pissera, Pissero, Pisserina


Quanto riportiamo è tratto dal testo scritto da Carlo Lapucci, Odissea di una parola rimossa: la pissera nella postfazione de “La Pissera” di Lo Russo, Moschini, Ugolini, dove le tre autrici dedicano alla protagonista siparietti ironici e spietati.

Ma chi è la pissera?

Nella postfazione, Carlo Lapucci, eminente studioso e narratore delle tradizioni popolari, percorre la storia della parola sottolineando come essa non compaia in alcun dizionario, ma che sia ben intesa da qualunque toscano… e aggiunge proponendo la definizione che segue:

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Il “rialto”: una parola in disuso nel vocabolario toscano


di Luisa Gianassi

Questa sera Gabriele rientra a casa dopo una settimana di trasferta per lavoro a Milano e voglio fargli qualcosa di buono da mangiare per festeggiarlo. Si voglio fargli un po’ di rialto.

Rialto. Questa parola è riemersa nella mia mente all’improvviso e ha aperto uno scrigno di ricordi, chiuso da decenni. Mi sono ritrovata bambina, nella grande cucina della casa colonica del Pian dei Poggioli a Scarperia. La zia Giulia, alla quale chiedo perché stia facendo i tortelli di patata senza che sia festa, mi risponde che vuole fare il rialto per festeggiare mio cugino Eugenio che torna in licenza militare.

Anche oggi il vocabolario spiega così la parola rialto: “termine toscano per significare l’aggiunta che si fa al pasto ordinario per festeggiare l’arrivo di un ospite o una particolare ricorrenza”. Risulta probabilmente nata dall’incrocio di “rialzare” con “alto”.

Sento il profumo del soffritto saporito e vedo la zia Giulia che lo mescola alle patate già schiacciate. Quanto amavo quella piccola donna claudicante! In realtà non era mia zia, ma una cugina del babbo che nel 1920, a soli 5 anni, aveva contratto la poliomielite. Non essendosi mai sposata era rimasta in famiglia e cucinava ogni giorno per tutti. Eravamo 10 in famiglia. Oltre la zia Giulia, la zia Beppa (zitella), lo zio Tonio (zibo), io, mia madre, mio padre, il fratello del babbo con la moglie e due figli. C’era veramente posto per tutti in quella grande famiglia. La zia Beppa, sorella del babbo, aveva avuto una grande delusione amorosa, ma era comunque rimasta fedele al ricordo di quell’amore e non si era mai sposata. Al contrario della zia Giulia, che era dolce e accogliente, era un po’ acida e brontolona, ma infinitamente buona. Mi raccontava delle novelle bellissime, mentre con le sue mani contorte dal duro lavoro nei campi, toglieva i semi dalle zucche per venderli e guadagnare qualche lira per comprarsi le calze. Già… in campagna si lavorava molto, non mancava il mangiare, ma di soldi ne giravano pochi e le donne se volevano togliersi qualche vizio, dovevano fare qualche lavoretto dopo cena. La zia Giulia non sapeva raccontare le novelle, ma ascoltava i miei sogni di bambina e mi ricamava il corredo. Un corredo che non ho mai usato ma che conservo con cura in un vecchio baule.

Lo zio Tonio nel ritratto di Sara Gianassi

Lo zio Tonio era nato sempliciotto, non aveva malizia come diceva la zia Beppa. Lo avevano mandato a scuola per 8 anni, ma era riuscito solo ad avere la licenza di 2^ elementare. Era comunque un gran lavoratore. Al mattino si alzava presto e dopo aver pulito tutta la stalla, strigliava ben bene le 4 vacche chianine, che così erano sempre pulite e splendenti nel loro candore. La sera lo zio Tonio per avere qualche lira per le sigarette NAZIONALI, ne fumava 2 al giorno, confezionava le granate di saggina, che poi vendeva ad un negoziante. Certo non era semplice perché la saggina andava seminata, poi tagliata, messa a seccare, battuta ed infine con quella scelta si potevano confezione le granate e le spazzoline.

Sì caro Gabriele stasera ti farò un bel rialto, tortelli di patata con un soffritto profumato, ti farò conoscere la zia Giulia, la zia Beppa e lo zio Tonio che ti avrebbero amato come hanno amato me e che sarebbero orgogliosi dell’uomo fantastico che sei diventato.

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La Toscana dei Medici


Jacopo Chimenti da Empoli Le nozze di Maria de’ Medici

Articoli presenti nella rivista:

Storie storielle storiacce di casa Medici

Matrimoni e banchetti: le nozze di Maria de’ Medici

Donne e castelli…delitti e congiure

Lorenzino de’ Medici detto Lorenzaccio

L’Alchermes, il liquore de’ Medici

La villa e il giardino di Trebbio

Un ponte mediceo a Cappiano

Le due direttrici storiche della Val di Merse: la strada Consolare Grossetana e la via Massetana

Il Rinascimento fiorentino e l’era dei Medici dal mito alla realtà (parte prima)

Il Rinascimento fiorentino e l’era dei Medici dal mito alla realtà (parte seconda)

Il Rinascimento fiorentino e l’era dei Medici dal mito alla realtà (parte terza)

Le feste nella Firenze del Rinascimento (parte prima)

Le feste nella Firenze del Rinascimento (seconda parte)

Il mistero degli affreschi delle cappelle Medici e Pazzi

Vino e vendemmia nella Toscana del Medioevo


E perché meno ammiri la parola

 guarda il calor del sol che si fa vino,

giunto al’ omor che da la vite colà’ (Purg. XXV, 76-78)

Nella celebre terzina Dante descrive il vino come sintesi del calore del sole e della linfa prodotta dalla vite paragonando questo processo a quello che trasforma un essere vivente in creatura umana grazie all’intervento divino che v’infonde l’anima.

Libagione con vino rosso (Tacuina Sanitatis, XIV secolo)

Le concezioni mediche del mondo antico riprese nel medioevo attribuivano al vino indiscusse qualità salutari, fino a ritenerlo esso stesso un farmaco. Pier de’ Crescensi (1233 – 1320), uno dei più celebri agronomi del medioevo, studioso di filosofia e medicina scrive nel suo Trattato che “il vino dà buon nutrimento e rende sanità al corpo … conforta la virtù digestiva così nello stomaco come nel fegato … si converte in naturale e mondissimo sangue … fa dimenticare tristezza e angoscia … è dunque conveniente ad ogni età”.    …  continua a leggere    Vino e vendemmia nella Toscana del Medioevo

Melanzane rifatte in trippa


Giovanni Righi Parenti, nel suo libro La grande cucina toscana, ci tramanda questa ricetta con le melanzane, una pianta da orto che trova la massima espressione soprattutto nella gastronomia dell’Italia meridionale, zona dove si è adattata molto bene al clima e dove il suo utilizzo in cucina è diffuso sia nei contorni sia nei piatti forti, nonostante non sia un ortaggio indigeno. Chi non ha mai assaggiato, nelle molteplici varianti, la gustosa “parmigiana”? Se la parola potrebbe indurre un’origine parmense, niente è più lontano dal vero. La ben rinomata ed amata melanzana pare proprio sia di origine orientale e presumibilmente indiana, portata fino a noi dagli arabi che le dettero pertanto il nome: bādingiān…  continua a leggere    Melanzane rifatte in trippa