Lo sapevi che…? Modi di dire di ieri e di oggi: “A ufo”

Quante volte avremo sentito usare l’espressione “a ufo” sapendo bene che è sinonimo di “a gratis”? Sì, ma da dove derivi e la storia che si accompagna a questo modo di dire non è sempre conosciuta.

Presumibilmente è nato dall’acronimo di Ad usum Fabricae Opera ovvero AUFO. La sigla accompagnava, nel Medioevo, i materiali utilizzati per la costruzione di strutture architettoniche esenti da dazi, come ad esempio quelli destinati alla costruzione delle cattedrali. La sigla a Firenze venne scritta sui mattoni, semplificando la frase in iniziali, per l’edificazione di Santa Maria del Fiore nel 1229, e a Roma per l’opera di San Pietro.

Ma, come ormai si sa, quando la nascita di un modo di dire si perde nel tempo, esistono più versioni.

Nel “Supplemento a’ vocabolari italiani” (1857) si legge alla voce “Ufo (A)”: senza spendere, senza spesa. Locuzione avverbiale plebea.

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Pinocchio prima edizione: la riscoperta, un articolo da Il Tirreno

Atmosfere cupe senza lieto fine
nel testo di Collodi uscito
sul “Giornale per i bambini”
nel 1881.
Poi i lettori lo spinsero
a continuare la storia.
Ripubblicato Pinocchio
nella prima versione “noir”
Il burattino muore impiccato.
Continua a leggere l’articolo da Il Tirreno 4 aprile

Canale navigabile Pisa-Livorno detto “dei Navicelli”

Le prime notizie del canale dei Navicelli che partendo a valle della città di Pisa giunge a Livorno risalgono alla fine del XVI secolo, all’epoca di Cosimo I de’ Medici, quando Pisa e Livorno erano ormai sotto il dominio di Firenze. Fu allora che venne progettata la costruzione di un canale navigabile che collegasse Livorno a Pisa e poi a Firenze lungo il corso dell’Arno fino al porto del Pignone. L’opera si rese necessaria dal momento che le condizioni del vecchio porto pisano, sempre più interrato, continuavano a peggiorare; ciò impose la scelta di rafforzare il porto di Livorno che nei secoli successivi divenne il più importante scalo marittimo della Toscana. Inoltre i collegamenti via terra erano difficoltosi e poco affidabili, con strade tortuose e spesso impraticabili a causa della zona palustre del Tombolo che da secoli si era formata nel basso territorio fra le due città.   … continua a leggere  Canale navigabile Pisa-Livorno detto “dei Navicelli”

Primo campionato del mondo di ciclismo

150 anni fa …

Mercoledì  2 febbraio 1870 si svolgeva il primo campionato del mondo di ciclissmo su strada su un tracciato di 25 km da Firenze a Pistoia.

Gli organizzatori della prima corsa ciclistica su strada

Vai al nostro articolo dedicato

Il primo campionato del mondo di ciclismo si svolse fra Firenze e Pistoia

Libri, lasagne… e Francesco Datini

di Salvina Pizzuoli

Francesco Datini

Nella vita di tutti noi accadono quelle che chiamiamo coincidenze o casualità, nel bene e nel male; ma quando è buona, la coincidenza è come l’incontro con un amico che non ti aspettavi proprio di rivedere, e beh, è particolarmente gradita.

In questo caso è tutto merito, indirettamente, della ricerca e della documentazione su Francesco di Marco Datini e i suoi traffici commerciali da imprenditore ante litteram, cioè dalla materia prima al prodotto finito ed alla sua distribuzione nei paesi del nord europeo e su tutto il Mediterraneo e, sotto casa, dal porto di Pisa a quelli di Prato e Firenze. Non dimentichiamo che con il nostro protagonista siamo alla fine del  XIV secolo.

Ma cosa c’entra Datini con i libri, con le lasagne e con la coincidenza?    …   continua a leggere    Libri, lasagne… e Francesco Datini

Storie di esuli: Nostalghia

Andrej Tarkovskij e le bellezze di Toscana

di Federica Zani

Non ne posso più di tutte le vostre bellezze.

Non voglio più sopportarle da solo.

La locandina del film Nostalghia

È una delle battute iniziali di Andrej Gorchakov, il protagonista di Nostalghia, il primo film girato fuori dall’Unione Sovietica dal regista Andrej Tarkovskij. Le riprese si svolsero in Italia nel 1982 dopo lunghe trattative fra la Rai e la Sovinfilm, incoraggiate e facilitate dal poeta Tonino Guerra, amico personale di Tarkovskij e coautore della sceneggiatura. Le autorità sovietiche erano riluttanti a permettergli di lavorare all’estero, perché temevano potesse non tornare più in Russia. Questa non era inizialmente l’intenzione del regista, ma fu in effetti quello che avvenne: partito da Mosca nel marzo del 1982, non avrebbe più rivisto il suo paese.

Anche Nostalghia racconta la storia di un russo all’estero, Gorchakov, uno scrittore, che intraprende un viaggio in Italia sulle tracce di un musicista del XVIII secolo, Sosnovskij, di cui sta scrivendo la biografia.   …   continua a leggere    Storie di esuli: Nostalghia

La Tirrenia costiera di Strabone

Ovvero la descrizione della costa dell’Etruria fra realtà e leggenda.

L’articolo è tratto da Giovanni Caselli, Viaggio nell’Italia romana.

Strabone fu un geografo e storico greco vissuto nel I° secolo a.C. autore della Geografia, monumentale opera descrittiva delle regioni europee e mediterranee.

Il territorio dell’Etruria secondo la ripartizione di Ottaviano comprendeva la parte che Strabone chiama Tyrrhenia

Dicono che la lunghezza massima della Tyrrhenia -la costa da Luna ad Ostia- sia di di 2500 stadi (nell’antica Grecia lo stadio corrispondeva alla lunghezza di 600 piedi, nel sistema attico era uguale a 177,60 m, nell’alessandrino e a Roma a 184,85 m n.d.r.), la sua larghezza (dalle montagne al mare) meno di metà della lunghezza. Da Luni a Pisa la distanza è superiore a 400 stadi; da qui a Volterra 280 e da qui a Populonium 270; da Populonium a Cosa quasi 800, ma alcuni dicono 600. Polibio, tuttavia, dice che in totale (da Luna a Cosa) vi siano addirittura 1330 stadi. … continua a leggere    La Tirrenia costiera di Strabone

Tagliata Etrusca e Portus Cusanus

Disegno dell’antico porto (tratto da archive.archaeology.org)

Il Portus Cusanus si trovava all’inizio della lunga spiaggia di Ansedonia a circa 7 km a SE di Orbetello, a levante del Monte Argentario, ai piedi del promontorio dove sorgeva la città di Cosa, fiorente colonia romana fondata nel 273 a.C. Vari ruderi di edifici di età romana, sono visibili nei dintorni di Ansedonia e in particolare nella zona dove sorgeva l’importante porto già attivo in epoca estrusca. Tra questi i resti parzialmente insabbiati di un molo di difesa e di una grande villa costiera forse adibita alla lavorazione del pesce con magazzini per lo stoccaggio di derrate alimentari.

Per evitare l’insabbiamento dello scalo e per garantire un costante ricambio d’acqua, fu scavata una grande fenditura nel promontorio, la cosiddetta Tagliata Etrusca, opera idraulica di eccezionale valore ingegneristico unica nel suo genere; si tratta di un canale scavato nella roccia perfettamente levigata e dotato di porte lignee che venivano aperte a seconda della stagione per immettere o far defluire acqua dal bacino portuale ed evitare così il ristagno e il conseguente insabbiamento, creando un sistema di contro-correnti provenienti dal mare e dal canale emissario del vicino Lago di Burano. …   continua a leggere    Tagliata Etrusca e Portus Cusanus

La produzione del vino nell’Etruria romana in una fattoria modello nel territorio di Capalbio

Affresco restaurato rinvenuto nella villa Settefinestre

A partire dalla seconda metà del II° secolo e per tutto il I° secolo a.C. l’afflusso e il massiccio sfruttamento di manodopera schiavile, giunta in Italia in seguito alla travolgente espansione romana nel Mediterraneo, è il presupposto per la crisi irreversibile della piccola proprietà terriera (a causa anche del fallito tentativo di redistrubuzione fondiaria portato avanti dai tribuni Tiberio e Caio Gracco) e lo sviluppo di grandi ville fattorie cui fanno capo estensioni sempre più vaste di territorio e il conseguente affermarsi del latifondismo. L’intera Etruria si popola in questo periodo, di grandi residenze signorili  (fra cui potremo ricordare quella dei Domitii Enobarbi sull’Argentario o la villa dei Venulei a Massaciuccoli).    …  continua a leggere    La produzione del vino nell’Etruria romana in una fattoria modello nel territorio di Capalbio

Il pagliaio

di Luisa Gianassi

-Nonna raccontami di quando eri bambina nella grande casa del Pian dei Poggioli a Scarperia, che mi piace tanto…

-Va bene Elia, ti racconto di come salvai lo zio Tonio che stava cadendo dal pagliaio. Avevo circa la tua età, 9 anni, quando…

-Scusa nonna, ma cosa è un pagliaio?

-Hai ragione Elia, tu non puoi saperlo perché oramai i pagliai non esistono più. Tu sei abituato a vedere le presse e le rotoballe che fa il nonno Beppe. Oggi ci sono macchine che raccolgono il fieno e lo restituiscono in varie forme geometriche tipo parallelepipedi e cilindri, ma quando avevo la tua età il fieno si tagliava con una falciatrice trainata da vacche chianine e dopo che il sole lo aveva ben seccato, si trasportava nell’aia con carri trainati da questi stessi animali e qui si costruiva il “Pagliaio” che a dispetto del nome non era di paglia, ma di fieno. Per prima cosa il mio babbo, il tuo bisnonno Guido, piantava nell’aia un palo lungo e dritto, come quello dei telefoni. Iniziava poi a impilare il fieno. Il mio babbo stava sopra al pagliaio e spandeva e sparpagliava ben bene il fieno che lo zio Tonio portava.

Zio Tonio – disegno di Sara Gianassi

Il fieno doveva intrecciarsi, come una tela. Più si saliva su di altezza e più il pagliaio si restringeva, assumendo la forma di un cono e da ultimo diventava talmente alto che il bisnonno Guido doveva scendere con una scala lunghissima. Il fieno veniva così conservato per nutrire le vacche e i buoi durante l’inverno. Costruire un pagliaio era un’arte e un errore poteva compromettere la conservazione del fieno. Un pagliaio ben fatto era impermeabile e il fieno, per conservarsi bene, doveva diventare molto compatto tanto che per toglierlo usavano il tagliafieno.

Il pagliaio tagliato

Prima si consumava un giro del pagliaio che diventava tutto dritto e poi si prendeva il fieno al centro che era più duro.

Tornando alla nostra storia, tu devi sapere che una gallinella aveva l’abitudine di deporre le uova in cima al pagliaio e lo zio Tonio la spiava per trovarne il nascondiglio. In un pomeriggio assolato di agosto, mentre stavo saltellando nell’aia, sentii la zia Beppa che da dietro il pagliaio chiedeva aiuto. Accorsi subito e davanti ai miei occhi apparve una scena tragicomica. Lo zio Tonio era aggrappato al pagliaio e rischiava di precipitare a terra, mentre la zia Beppa tentava di frenare la caduta reggendolo con un lungo forcone, rischiando di infilzarlo! Lo zio Tonio avendo scoperto il covo della gallina pieno di uova, per raggiungerlo aveva legato insieme due scalei, ma una volta conquistata la cima, sotto il suo peso gli scalei avevano ceduto ed ora il pover’uomo stava veramente in una situazione pericolosa.

Capii subito che potevo salvarlo solo andando a prendere la lunga scala che il bisnonno usava per scendere dal pagliaio, dopo la sua costruzione. Non so ancora spiegarmi come riuscii a trasportarla, forse con la forza dell’affetto che provavo per quell’uomo tanto semplice, quanto buono, genuino e generoso che invece di temere per la sua vita ci gridava di andare via perché temeva di ferirci cadendoci addosso. Ricordo solo che trascinai la scala fino al pagliaio e che la alzai con l’aiuto della zia Beppa. Fu così che salvammo lo zio Tonio, che anche dopo tanti anni mi ricordava sempre questa storia con gli occhi che gli brillavano di commozione. Una commozione non tanto legata al salvataggio, quanto a quel pagliaio la cui costruzione gli ricordava la gioventù, una sapienza antica faticosamente appresa dai suoi avi e che andava sparendo senza che lui potesse tramandarla.

-Grazie nonna, è una bellissima storia. Costruiamo un pagliaio tutti insieme e così gli occhi del bisnonno e dello zio Tonio brilleranno ancora di gioia e noi saremo ancora quella grande famiglia del Pian dei Poggioli, dove c’era posto per tutti.

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