Pubblichiamo a puntate la storia di Poppi a cura di Giovanni Caselli

Gli stranieri a Poppi

Poppi, castello e abitato antico

Appare assai chiaro da tutti i documenti che i borghi e i centri storici del Casentino erano popolati, dai tempi più antichi e fino al XVIII secolo, da genti di ogni provenienza.
Al tempo della signoria dei Conti di Battifolle si calcola che il 10% degli abitanti di Poppi fossero forestieri. I documenti dimostrano provenienze da Firenze e dai dintorni, dal Valdarno superiore, da Arezzo, Siena, Prato, Pisa, Pistoia, Cortona, Borgo San Sepolcro, Val di Nievole, Romagna, Lombardia, Marche, Genova, Venezia, Ragusa, Gran Bretagna, Belgio Germania, Provenza, Catalogna.
Era tradizione che i Conti di Poppi garantissero ospitalità ai forestieri e a volte si trattava di asilo politico e protezione di ricercati dalla giustizia. I muratori e gli scalpellini in particolare provenivano tutti dal milanese e dalla Svizzera. Si trovano a Poppi muratori di Como, Val Safena, Brescia, Milano, Val Camonica, Varese, Lugano, Origlio ecc.
Come già accennato altrove, nel 1384, l’inglese Olmo (Holme, e in realtà un nome scozzese), del fu Nicola (Nicholas), sposa Giovanna di Venazino di Poppi e gestisce l’osteria della Badia. Un altro britannico Ricciardo (Richard), vinattiere e oste, si trova a Poppi nel 1405. Arrigo di Giovanni (probabilmente Henri de Jean) di Burxelles de Alamannia bassa fa l’oste a Poppi nel 1451.C’è infine nel 1473, una Cornelia di Niccolò, di Bruges di Alemagna, prostituta! Nel 1415-17 c’è Ermanno di Rodolfo (Hermann) di Colonia che fa il sarto, il cui figlio Rodolfo farà in seguito il sellaio. Altri tedeschi sono un Angelino, un Cristofano di Alberto tessitore, Ser Antonio di Guglielmo notaio di Colonia, Guglielmo di Giovanni, Giovanni di Rainoldo e Arrigo, tessitori.
Si trova poi il medico francese Giovanni di Montpeliere, il catalano Giovanni Berlinghieri (Berenguer), commerciante di tessuti e merci varie.
Gli statuti del 1441 che riportano normative precedenti dichiarano che i forestieri che venivano a stabilirsi nel castello e curia di Poppi avevano diritto ad una immunità da ogni onere reale e personale per cinque anni purché entro un mese da cui avevano iniziato ad abitare si fossero fatti scrivere dal cancelliere nel libro del Comune di Poppi.

Gli ebrei

Occorre spiegare, qui come altrove, che gli ebrei non appartengono né ad una “razza”, né ad una “etnia, né ad una “nazione” né ad una “cultura”, essi sono un po’ europei e un po’ levantini come tutti gli abitanti dell’Europa e del Mediterraneo, con la sola differenza che essi hanno continuato nei secoli ad aderire alla religione giudaica non essendosi convertiti al cristianesimo o all’islam come invece fecero altri. Il loro riunirsi in “ghetti” e l’attenersi a certe professioni è da attribuirsi esclusivamente alle persecuzioni di cristiani ed islamici nei loro confronti e alla loro impossibilità di dedicarsi a professioni che erano accessibili solo ai cristiani o agli islamici.
Nel mondo cristiano, prima di San Tommaso d’Aquino – XIII secolo – occuparsi di denaro e far profitto con esso era per i cristiani un peccato, per convenienza propria, i cristiani consentivano agli ebrei di occuparsi di finanze e queste erano, fino a tutto il XIII, secolo nelle loro mani. Molti ebrei, stanchi di essere perseguitati e martirizzati, si convertirono verso la fine del XIII secolo al cristianesimo, continuando ad occuparsi di finanze anche da cristiani, poiché la Chiesa aveva elaborato una formula logica e filosofica allo scopo di consentire ai cristiani di praticare l’usura e il profitto senza incorrere nelle pene dell’inferno. In pratica, bastava donare parte dei profitti alla Chiesa. E’ soprattutto a questi ebrei convertiti al cristianesimo che dobbiamo il fiorire del Rinascimento a Firenze e nelle altre città toscane, italiane ed europee e non certo ad altri fattori.
A Poppi come altrove vi erano quindi un paio di famiglie ebraiche occupate soprattutto nei pegni e nell’usura. Nel 1384, si trova abitante a Poppi un Manuello di Maestro Mosè da Castiglione Aretino, che possiede da tempo beni fondiari. Vi è poi un Salomone, presta denari, che è vittima di ingiurie e minacce rivolte a lui e a tutti gli ebrei dal soppese Jacopo di Fortino. Le parole di Jacopo sono riportate in questi termini: – Và che sia morto a ghiado tu e chi te tiene qui, che io non vengo anco essare e ucidarne parechi de’ giudei.  Più tardi troviamo suo figlio David nella stessa attività. Vi è poi un Servadio di maestro David del fu Salomone che presta denari nel 1397. Questo Salomone divenne assai ricco, tanto da dar nell’occhio a Firenze che accusandolo falsamente lo condannò a pagare una multa di 20.000 fiorini d’oro riducendolo in povertà.
Nel 1427 giunge a Poppi da Rimini un Bonagiunta di Abramuccio che da prestiti. Pochi anni dopo, assieme al figlio Abramo, Bonagiunta presta 500 fiorini d’oro allo stesso Conte per coprire le spese della guerra, con garanzia di un terreno presso l’Arno. Quando questo terreno fu requisito da Firenze si aprì una vertenza fra il Conte e Buonagiunta. Nel 1448 si trova a Poppi un altro ebreo di nome Abramuccio di Guglielmo che non è lo stesso Abramo di cui sopra. Il Comune di Poppi, così come i Conti e le istituzioni religiose aiutavano gli ebrei meno abbienti.
Verso il 1460 il Comune dona a Donna Fresca ebrea, forse figlia di Abramo, Lire 30 perché se era convertita al cristianesimo e si adopera a trovarle anche un marito. Tuttavia le persecuzioni erano superiori agli atti di buona volontà. Gli ebrei venivano spesso falsamente accusati di ogni crimine per eliminarli dalla scena. Tuttavia occorre ammettere che la giustizia era a volte imparziale.

La formazione dei cognomi

Gli abitanti dei borghi non avevano in genere cognomi come oggi li intendiamo, una persona aveva un nome proprio (a volte anche un soprannome) e la si identificava accompagnando a questo il nome del padre e spesso anche del nonno.
Dai soprannomi o dai nomi di antenati si originano la maggior parte dei cognomi fra il XIV e il XVI secolo. Un gran numero di cognomi di giudei, convertiti e non, deriveranno dal nome del luogo di provenienza o da appellativi dispregiativi, paradossali, ironici o aggettivi di compatimento. Si troveranno fra questi cognomi come Gelati, dalla città omonima in Armenia, Seri, da Samarcanda e Bukhara, Cipriani, da Cipro, Soldani, dall’Impero Ottomano, Cordovani, ebrei di Cordova, Grechi, da Bisanzio, Corsi e Corsini dalla Corsica, Pan(n)oni dall’Ungheria. Avranno nomi di luogo per cognomi non solo gli ebrei ma anche i famigli dei vari conti come ad esempio i Cardini, dai conti di Carda o i Folli dai conti di Battifolle, i Montecchi da Montecchio i Vignoli e i Corezzi dai castelli omonimi, ecc.
La necessità di acquisire un cognome, a Firenze, a Poppi ed altrove, è legata alla necessità di ostentare una genealogia da parte di borghesi arricchiti ma dal passato incerto e spesso non menzionabile. Questi discendenti di diseredati e disperati, di mercenari e delinquenti, immigrati da ogni luogo e paese, una volta arricchitisi e guadagnati un prestigio e una posizione sociale, cercano, verso la fine del Trecento e ad imitazione dei Conti, una genealogia che non hanno e che è impossibile da ricostruire o che, nel caso di ebrei convertiti, è meglio nascondere che evidenziare.
Acquisire un cognome da far risalire indietro nel tempo, possibilmente ai romani, era necessario per guadagnare prestigio e per reclamare diritti in politica. Uno stemma dava lustro e metteva sullo stesso piano la nuova con la vecchia aristocrazia.
Lo stemma di famiglia ha origine fra i nomadi delle steppe e precisamente dal marchio a fuoco col quale si contrassegnava il bestiame. I Goti, i Longobardi, i Franchi, i Sassoni ecc. che discendono dai cavalieri iranici (o ariani, che è lo stesso) dell’Asia Centrale portarono con se in occidente anche questa loro tradizione.
Le immigrazioni non finiscono con l’acquisizione dei cognomi e quindi questo fenomeno sociale si protrae fino ad alcuni secoli fa. Nel 1477 solo una minoranza delle famiglie ha un cognome, 23 casi su 172 nei documenti dell’Estimo e 18 su 184 nel documento noto come Testatico. Nel corso dei secoli molte famiglie scompariranno mentre altre ne giungeranno di nuove.
Il grosso delle informazioni riguardanti i cognomi dei poppesi si trovano in un poema scritto in loro lode da un Bibbienese di nome Antonio nel 1488. Si vede che erano altri tempi! In lode e gloria di Poppi e del carattere dei poppesi. Antonio di Bibbiena glorifica le migliori famiglie, le più ricche ed i cittadini che per un motivo o l’altro si sono distinti. Copie del documento si trovano nelle biblioteche di Poppi e in quella Nazionale di Firenze.
I cognomi compaiono proprio in ordine di prestigio ed importanza e li riporto tralasciando quelli che mi paiono solo nomi propri e i soprannomi: Rilli, Cascesi, Bardi/Soldani, Lapucci, Lapini, Migli, Biondi, Paolozzi, Burchi, Massaini, Carli/Niccoletti, Pagliaricci/Grifoni, Martini, Catalani, Crudeli, Mancini, Neri, Nolfi, Cresciuti, Cornacchini, Graffioni, Montalecchi, Fontanini, Casoli, Tartaglini, Batistoni, Nastrini, Volpini, Ridolfi, Cologni, Merzani, Rastrellino, Macchiaini, Deserti.
La famiglia Carli diventa Niccoletti nel 1500, come i Bardi diventano poi Soldani. Il cognome Lapini ha inizio con il notaio Ser Domenico di Antonio Lapini, ex cancelliere del Comune, che darà l’avvio ad una delle più importanti famiglie di Poppi che avrà numerosi notai. Dal notaio Ser Iacopo di Antonio di Ser Francesco si origina la famiglia Burchi di Poppi che avrà diversi notai, magistrati e podestà fiorentini. Burchio=somaro era il soprannome di un suo antenato.
La famiglia Bardi, che nel Cinquecento diventerà Soldani ha le sue origini dai figli e i nipoti di Bardo che erano al servizio armato dei Conti e forse anche notai; uno di loro fu anche pievano. Fino al Quattrocento ricorrono in questa famiglia sia il nome Bardo che Soldano. Dal Goretti-Miniati si apprende che un Bardo di Sprezza di Soldano arriva a Poppi a metà del Trecento mettendosi al servizio dei Guidi di Battifolle come uomo d’arme. Due figli di Bardo, Jacopo e Soldano continuano a fare il mestiere del padre e arricchendosi guadagnando posizioni di prestigio nella società poppese. Assieme all’attività di guerrieri i Bardi-Soldani si danno al commercio, all’agricoltura e alla professione di notai. La famiglia Bardi-Soldani, originaria dal mondo ottomano, è una delle meglio documentate storicamente e una delle più attive e interessanti.
I cognome dei Rilli è il primo nella storia di Poppi ed è del ‘400. Il capostipite della famiglia fu a fine ‘300 Angelo di Niccolò de la Sova, un figlio del quale, Martino, è capostipite della famiglia Martini. Questa famiglia si arricchisce mediante l’acquisizione di beni fondiari attorno alla Sova e prestando denaro.
La famiglia dei Metticani/Crudeli acquista, negli anni, un prestigio simile a quella dei Rilli. I loro antenati erano calzolai e il nome deriva dal soprannome di un certo Angelo detto “Metticani” che compare nel 1415.  Questo Angelo aveva una fortuna di Lire 832 che lo pone fra i 20 più ricchi di Poppi. Fra i figli, tutti calzolai, Francesco ebbe il soprannome di Crudele e fu uno degli uomini più ricchi del castello verso il 1468.
I Lapucci sono fra i primi ad avere un cognome – dalla seconda metà del ‘300 – e compaiono frequentemente nei documenti che riguardano l’alta società di Poppi. Essi si trovano spesso in posizioni di prestigio, ora come notai, ora fra i famigli dei Conti di Battifolle.
I Cascesi che danno il loro cognome dal villaggio di Cascesi presso Battifolle, provengono forse da Cascia in Valdarno e sono fra le più illustri famiglie di Poppi essendo per tradizione famigli dei Conte di Battifolle. Il primo personaggio fu il notaio Guido da Cascesi, poi si trovano preti, possidenti terrieri, banchieri. Tuttavia i Cascesi divennero ricchi e famosi col commercio dei panni di lino-
I da Pagliariccio, che diventano poi Grifoni, originari di Pagliericcio. Legati al Conte Roberto Novello, amico del Petrarca, mediante Battista, uno dei componenti della famiglia che era famiglio. Verso il 1440 Matteo e Pierozzo, figli di Franceschino da Pagliariccio, notai e possidenti, daranno l’avvio alla dinastia dei Grifoni.
I soprannomi sono stati fino agli anni ’50 del XX secolo un elemento essenziale dell’identità individuale non solo dei toscani, ma degli italiani in genere. I soprannomi toscani sono particolarmente interessanti perché analogamente ai cognomi possono perpetuarsi per diverse centinaia di anni nelle stessa famiglia, come ho avuto modo di constatare personalmente. Occhifreschi, Papaccio, Peste, Picchio, Boto, Perdicoreggia, Tranquille, Ritortola, ecc.
Nell’elenco dei 140 uomini di Porciano che il 20 gennaio 1389 si riuniscono, convocati dal loro sindaco Serraglio di Nencino, per firmare l’atto di sottomissione a Firenze e che asseriscono di costuire più di due terzi della comunità si riscontrano i seguenti cognomi: Guidi, Angeli, Bartoli, Fedi, Giovanni (era un cognome), Tenucci (o Tanucci?), Baldesi, Danti, Franceschi, Droducci, Minacci, Vita, Neri, Ciucci, Giacobini, Benucci, Margariti, Casella, Pieri, Ferri, Filippini, Moni, Viani, Chay, Ugolini, Nericci, Montucci, Bianchi, Mini, Bandinucci, Bati, Cecchi, Cinghari, Santi, Contadi, Benincasa, Cioni, Forti, Gentilucci, Ghiratti, Baldi, Vanni, Casini, Salucci, Mordacchie, Pauli, de Roma, Marmi, Biondi, Carfagnini, Gadducci, delle Porte, Pucciarini, Boni, Biondetti,Vive o Vivo, Mannini, Simoni, del Cogna, Buste, Ciati, Mucci, Pucci, Orlandi, Mati, Landucci, Luce, Agnolelli, Pucciarini, Pagni, Micheli, Ducci, Gigli, Angeli, Fabri, Bastardi, Bartolini, Iacomucci, Bovini, Francisci, Ciatti. Si nota l’alto numero di cognomi, la loro varia provenienza e un altissimo numero di uomini di cognome Giovanni.

La cultura scritta

Editio Princeps della Divina commedia, stampata a Foligno nel 1472

I libri erano rari a Poppi come altrove prima del ‘500, ma troviamo inventari che elencano libri nei beni dei Guidi, pur senza specificarne i contenuti o i titoli.
Una curiosità riguardante i libri è l’esistenza in Casentino di un codice della Divina Commedia di Dante che circola mediate prestito a Poppi. Nel 1393, un Pompeo di Bernardo cita in giudizio Bernardo di Bellino pizzicagnolo di Poppi per non avergli restituito “unum librum Dantis”, che Pompeo aveva prestato a uno Stefano di Firenze il quale avrebbe dovuto ritornarlo a Pompeo. I libri, se pur rari, circolavano e contrariamente a quanto accade oggi, interessavano anche ai pizzicagnoli ed erano ritenuti oggetti di valore, dato che il libro in questione viene valutato Lire 15.

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