di Giovanni Caselli

Area geografica della Romagna toscana (clicca sulla carta per ingrandirla)

Non può esservi dubbio alcuno che la Romagna toscana era tale per motivi economici e non politici. L’area montana e collinare della Romagna, avara e spesso ostile, era abitata, in epoca antica e anche nel medioevo, da pastori che nessun interesse potevano avere per la pianura ravennate gravitando verso la Maremma per il loro sostentamento, anzi per la loro stessa sopravvivenza. Nessuno sa se il confine politico di epoca augustea collimasse col crinale, ma vi sono motivi di dubitarne, per i motivi sopra addotti. La storia ci consegna la Romagna montana come territorio legato alla Toscana ed i Guidi che se ne impadroniscono e traggono la loro ricchezza soprattutto dai movimenti delle greggi e dal controllo delle “Calle” (dal teutonico Kalla = conta o chiamata), i punti di passaggio obbligato dove si contavano le pecore. Il fatto che i Guidi controllassero fino al basso medioevo tutti i passi d’Arno delle transumanze conferma in maniera irrefutabile quanto suggeriscono i fatti e la logica.
Fra il V e VI secolo, l’Appennino tosco romagnolo fu campo di battaglia di Greci e Goti, Longobardi e Bizantini, durante la seconda metà del VI secolo si stabilì lungo il crinale una larga fascia militarizzata le cui tracce si rilevano ancora oggi in vari punti strategici il più eclatante dei quali è la fortezza di Monte Castel Savino (1200 m) fra l’Alpe di Serra e La Verna.

La montagna della Verna

La zona chiamata “Alpes Apenninae” che estendendosi dal Modenese al Montefeltro divideva la Tuscia Longobarda dalla regione tardo romana denominata “Flaminia”, divenne in epoca bizantina dipendenza di Ravenna col nome di Esarcato o Romània, da cui deriva Romagna. Questo confine militare non deve essere stato però una barriera invalicabile poiché l’influenza ravennate oltre il crinale è diffusa lungo tutto il confine durante tutto il periodo in questione.

I crinali dell’alta valle del Bidente, furono un nodo viario importante che già in età ostrogota vide flussi migratori provenienti da Ravenna occupare la montagna che probabilmente era rimasta disabitata per qualche secolo. Giungevano qui cavalieri, clerici, monaci che fondarono castelli, rocche, torri, oratori, eremi e cenobi, chiese battesimali.
Leggendo fonti di età longobarda si può ragionevolmente ritenere che questa fascia appenninica fu percorsa dal VI all’VIII secolo da un flusso di risalita da parte delle popolazioni bizantino-ravennati di origini levantine, mentre minori sono le infiltrazioni verso la Via Emilia e l’Esarcato da parte di Longobardi di Tuscia.
Fra il IX e X secolo dovevano essere importanti i collegamenti da Casola Valsenio a Pieve di Ottavo, da Modigliana a Dovadola, da Tredozio a Portico di Romagna, da Predappio a Meldola, da Rocca San Casciano a Galeata e soprattutto da Santa Sofia a San Piero in Bagno. Quest’ultimo divenuto poi il principale itinerario romeo per l’Alpe di Serra, come attestato dai documenti tedeschi ed inglesi.
La caduta dell’Esarcato e la fine della dominazione longobarda ebbero luogo nell’VIII secolo, quando la Chiesa Romana e quella Ravennate entrarono in conflitto sulla questione dell’eredità dell’Esarcato. Dopo il declino dell’Esarcato gli arcivescovi di Ravenna estesero il loro patrimonio fondiario nelle valli dell’entroterra risalendo le valli del Savio, del Bidente, del Rabbi, del Montone nei territori di Cesena, Forlimpopoli, Forlì e Faenza. Attorno al mille essi sarebbero diventati titolari delle giurisdizioni comitali di Bagno (872) di Modigliana (892), di Tredozio (896) di San Cassiano (882), di Pieve Salutare (955), di Castrocaro (970) di Galeata 1070.
Ex Duchi, Consoli Magistri Militum, dipendenti dei presuli ravennati iniziarono a possedere “masse”, “corti”, castelli e chiese negli Appennini. Da essi deriveranno le dinastie dei Conti locali.
La presenza ravennate tuttavia non si estese mai sul versante toscano, ma si stabilirono legami matrimoniali con le famiglie comitali di stirpe germanica che, al contrario, estesero la loro influenza sul versante romagnolo. Gli Ubaldini, i Guidi e gli Ubertini si impadronirono infatti di territori confinanti con quelli dei duchi ravennati. Il potere di questi conti fu poi confermato dagli Ottoni a partire dalla seconda metà del X secolo con cospicue donazioni.
Tuttavia va ribadito che nessun potere territoriale ha senso o sta in piedi a lungo senza una precisa solida base economica. La base economica dell’Appennino tosco romagnolo era costituita dai pascoli e dalle transumanze che gravitavano sulla costa tirrenica fra Pisa e il Lazio, quindi solo per impedimento politico e militare la Romagna è stata, per determinati periodi, non toscana ma ravennate.
Marcaccini e Calzolai in La pastorizia transumante (“Romagna Toscana”, Le Lettere 2002), forniscono precise informazioni a proposito della transumanza fra appennino tosco romagnolo e Maremma.
Fino al XII-XIII secolo, feudatari, grandi istituzioni religiose e in minor parte anche i borghesi trassero il loro massimo profitto dal pascolo soprattutto ovino. In secoli successivi, con la disfatta dei poteri comitali e dei monasteri le greggi transumanti arricchirono Siena medievale e quindi la Toscana granducale.

Paesaggio nei pressi da San Paolo in Alpe

Ancora a fine Settecento il paesaggio dell’Appennino romagnolo non era di molto cambiato dal Medioevo. Il più grande riformista e umanista dell’Europa settecentesca, Pietro Leopoldo di Asburgo Lorena, descrive la regione in questi termini
“…tutta questa provincia ha molti fiumi o torrenti dirupati, che tra quegli orridi e nudi Appennini formano delle valli e dirupi ove sono situati la maggior parte dei castelli. Pochi boschi vi sono in quelle montagne, che sono tutte dilavate e scoscese, ma molto buone pasture ed acque, poca semente e pochi piani…”
Le greggi transumanti avevano ingressi e aree di pascolo proprie a seconda della provenienza. L’accesso ai pascoli demaniali avveniva a Biancani, presso Cinigiano, e poiché , durante i primi due mesi, il pascolo si poteva praticare solamente nelle zone d’ingresso, a settembre e ottobre i pastori romagnoli e faggiolani usufruivano delle “dogane” di Montenero, Cinigiano, Cana e Sasso, mentre il mese di novembre lo passavano tra Istia e Scansano nell’attesa della conta. Fino al 15 gennaio vagavano assieme ad altri gruppi nella pianura costiera tra Ombrone e Albegna quindi, fino al 30 aprile, avevano accesso anche alle dogane più meridionali, ai confini della provincia.
E’ ancora Pietro Leopoldo che scrive: “Pecore e capre (queste, provenienti soprattutto da Sorbano, Badia Tedalda e Sestino) si avviano con un pastore o massaio che li serve tutti con un uomo per casa, lasciandone uno a casa con le donne, che vivono di granturco, latte e castagne.”
Le modeste quote dello spartiacque appenninico, che separa la Romagna dal Mugello e dal Casentino e i numerosi e relativamente facili valichi, hanno consentito in ogni epoca, un facile attraversamento incoraggiando le comunicazioni, senza tuttavia riuscire ad unificare l’idioma e la cultura, che non potrebbero essere più diversi sui due lati della catena.

Passo dei Mandrioli

Dalla parte adriatica, i rilievi montuosi consistenti in una serie di contrafforti disposti a pettine rispetto al crinale, scendono in parallelo nella pianura romagnola, dando luogo ad una viabilità di crinale naturale sicura. Mentre i solchi vallivi, nei tratti corrispondenti alla testata, sono in genere angusti, profondi ed impervi, solo percorsi, non senza gravi difficoltà e dispendio di risorse, da moderne carrozzabili.
Sul versante toscano si raggiunge invece la cresta di spartiacque mediante controcrinali che scavalcano una successione di tronchi di catene parallele a quella appenninica, intervallate da conche montane come la piana Firenze-Pistoia, il Mugello il Casentino, la Val Tiberina. Ad ovest e a sud all’interno dell’allineamento falciforme Arno-Chiana, esiste un articolato sistema di rilievi collinari e basso montani che da luogo ad un efficiente e razionale sistema viario di crinale estendentesi fino al Tirreno e terminante in una serie di luoghi di altura o di pianura dove, tutt’altro che a caso, sorsero le maggiori città etrusche. Un fatto questo, completamente travisato dagli archeologi.

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