di Federica Zani

Ludovico Ariosto in un ritratto di Tiziano

Questa è una fossa, ove abito, profonda,

donde non muovo piè senza salire

del silvoso Apennin la fiera sponda.

Satira IV – vv. 142-44

Alfonso d’Este in un ritratto di Tiziano

Se l’accenno alla valle e ai boschi dell’Appennino non bastano a capire di che luogo si parli, aggiungiamo anche il nome dell’autore dei versi: Ludovico Ariosto. Il lettore accorto a questo punto avrà già indovinato cosa sia la fossa descritta dal poeta: è la Garfagnana, che il celebre autore dell’Orlando Furioso governò fra il 1522 e il 1525. In quegli anni la regione, dopo una rivolta contro il governo fiorentino, era tornata sotto il dominio della famiglia d’Este. Al duca Alfonso serviva un nuovo commissario da inviare, e la scelta ricadde proprio su Ariosto che era in difficoltà finanziarie e cercava un incarico lucrativo. Quello di governatore della Garfagnana certamente lo era, ma non mancavano le insidie.

Il più leggero dei suoi compiti era garantire al duca il rifornimento di trote, castagne e funghi prugnoli, che già allora erano fra i principali prodotti della regione. I trasporti e le comunicazioni con Ferrara non erano agevoli, a causa delle montagne, ma organizzarli era nulla al confronto della sfida più difficoltosa che attendeva Ariosto: contrastare le bande criminali che infestavano la Garfagnana. In un’epoca molto turbolenta dal punto di vista politico, con le guerre d’Italia e lo scontro fra Francesco I e Carlo V sullo sfondo, la lotta di fazione si incrociava spesso con la delinquenza comune, diventando un pretesto per rubare, uccidere e stuprare. Ariosto si trovò ad aver a che fare con gruppi di banditi ben organizzati e inseriti all’interno delle comunità locali, che li proteggevano per complicità o per paura di rappresaglie. La Garfagnana era per loro un ambiente particolarmente favorevole, da una parte per la natura impervia di molte zone, dall’altra per la sua frammentazione amministrativa: la valle del Serchio, a quei tempi, era divisa fra gli Este, che ne controllavano la maggior parte, i fiorentini, che governavano Barga, e i pisani, il cui dominio iniziava a Castiglione di Garfagnana. Ai criminali spesso bastava passare il confine per assicurarsi l’impunità.

Le lettere scritte da governatore, che compongono la maggior parte del suo epistolario, testimoniano i tentativi di Ariosto per ottenere collaborazione da pisani e fiorentini, non sempre con successo.

Dimostrano anche l’accuratezza dell’opera di intelligence da lui svolta nel ricostruire la rete di supporto dei banditi. Sapeva chi erano e chi li aiutava, ma si trovava impotente. Le forze a sua disposizione erano risibili: il duca gli aveva assegnato appena dieci balestrieri a cavallo. Le bande che avrebbero dovuto affrontare potevano contare anche sul doppio, o più, degli uomini. I banditi godevano poi del favore dei signori locali, perché in genere esercitavano anche il mestiere di soldati mercenari. Spesso venivano graziati per i loro crimini, persino dallo stesso duca d’Este, che aveva interesse a tenerli buoni. La sua tolleranza faceva disperare Ariosto, che si sentiva delegittimato nella propria azione di governo.

I singoli episodi di sangue e violenza erano già intollerabili, ma ad essi andava aggiunto un clima generale di paura e minaccia che paralizzava ogni tentativo di affrontare e sradicare il problema. Ariosto racconta, per esempio, di quello che successe alla madre di una giovane che alcuni banditi avevano cercato di violentare: dopo essere andata dal collega di Ariosto al governo, il Capitano di Castelnuovo, per denunciare il fatto accaduto alla figlia, fu raggiunta da un bandito, tale prete Job, che le spaccò la testa e la lasciò per morta. Sopravvisse, e al bandito fu applicata solo una multa, poi cancellata per autorità del vescovo di Lucca. Si trattava infatti di un ecclesiastico – non era l’unico fra i banditi – e in quanto tale non poteva essere perseguito dall’autorità civile. La punizione in questi casi spettava ai vescovi, che, scrive Ariosto, spesso si accontentavano di un po’ d’acqua santa e di un misereatur.

Non era raro che le chiese, in virtù di quest’immunità, divenissero un nascondiglio per i fuorilegge. Una delle loro basi preferite era la canonica di San Romano che, grazie alla sua posizione sopraelevata, permetteva di vedere chi si avvicinava dal fondovalle.

Al governatore Ariosto successe più volte di ricevere informazioni certe sulla presenza dei banditi a San Romano, e mandare subito i balestrieri a catturarli, per poi restare con un pugno di mosche in mano. I balestrieri al loro arrivo trovavano solo stanze vuote, ma i letti della canonica erano ancora caldi. Eppure gli abitanti della cittadina, interrogati, dicevano che lì non c’era mai stato nessun bandito.

Ariosto, a dire il vero, riuscì a catturarne uno, e dei più temibili: il Moro del Sillico. La sua figura è ancora oggi ricordata nel piccolo paese di Sillico, in cui si tiene ogni estate un festival con rievocazioni storiche del suo incontro con il poeta governatore. Esistono anche dei sentieri di trekking che ripercorrono i passi del bandito fra i boschi dell’Alta Garfagnana.

La coscienza popolare ha rielaborato questo personaggio fino a farne oggi una sorta di romantico Robin Hood, ma per Ariosto era solo un pericoloso criminale, e l’idea di averlo prigioniero nella rocca di Castelnuovo, sotto il suo stesso tetto, di certo non lo faceva dormire tranquillo. La sua più grande paura era che i compagni del Moro assalissero la Rocca per liberarlo con la forza e, forse per questo, prestò poca attenzione ad altre possibili via di fuga.

Il Moro infatti riuscì a scappare, ma senza usare la violenza: il figlio di Bastiano Coiaio, un ambiguo signorotto protettore dei banditi, gli fece avere un coltello, con il quale scassinò la serratura della cella, aprì la porta e tornò libero, senza subire nessuna conseguenza.

Questo ennesimo scacco non fece che peggiorare lo stato d’animo di Ariosto che si sentiva pieno di rabbia. Lontano da Ferrara, dalla donna amata, Alessandra Benucci, senza tempo né voglia di dedicarsi alla poesia, immerso in una realtà cruda e violenta e con poco supporto da parte del duca Alfonso, Ariosto arrivò a minacciare di abbandonare l’incarico: Quando io non avrò più che dire, e che avrò totalmente perduto il credito, me ne fuggirò di notte, e me ne venirò a Ferrara (dalla Lettera n° XCIX). Nonostante tutto, però, il commissario ducale Ludovico Ariosto restò al suo posto fino alla fine del mandato. Il poeta viene spesso, forse in maniera ingenerosa, dipinto come un amante della comodità e della vita serena, per cui i compiti di governatore erano soprattutto un fastidio. Leggendo le sue lettere, e la Satira IV di cui si è citato un brano in apertura, emerge un quadro diverso. Ariosto fu solerte e attivo nella sua azione. Contro i briganti prese tutte le misure che erano in suo potere, giungendo persino a concedere la grazia a chi ne avesse ucciso uno, legalizzando quindi la giustizia privata, in latitanza di quella pubblica che non riusciva a far rispettare. Cercò di difendere le popolazioni, in particolare durante la carestia dell’inverno 1523-1524, decidendo di limitare le esportazioni di farina di castagne, l’unica risorsa per molte delle famiglie più povere. Quando scoppiò un’epidemia di peste nei paesi vicini, prese disposizioni sagge per limitare il contagio. Ma continuava a ritenersi inadeguato al suo ruolo, e si augurava che il duca avesse scelto qualcun altro, non solo e non tanto perché così lui avrebbe potuto continuare la sua vita a Ferrara, ma perché forse un’altra persona avrebbe saputo governare meglio, per il bene della Garfagnana. Era infatti preoccupato di essere troppo buono, ed era angosciato dal pensiero di tutte le ingiustizie a cui non poteva porre rimedio. Questo, più che la scomodità e i vari inconvenienti, era ciò che gli rendeva così penoso il suo compito.

La rocca intitolata all’Ariosto

La figura del poeta governatore ha ispirato un curioso frammento della nostra letteratura, un esperimento teatrale giovanile di Svevo, di cui non sapremmo nulla se non fosse stato trascritto nel diario del fratello minore, Elio Schmitz, affettuoso cronista dei suoi primi esperimenti letterari. Sono solo poche battute, in versi detti martelliani, a dire il vero un po’ incerti, scritte nel 1880 . Anche in questa forma abbozzata, traspare l’idea di un Ariosto ossessionato dall’ingiustizia e dalla violenza che vedeva attorno a sé, fino al punto di non voler più essere poeta. L’esperienza di certo lo segnò, anche se non pose fine alla sua carriera letteraria. Tornato a Ferrara, lavorò alla terza e definitiva edizione dell’Orlando Furioso, che sarà pubblicata nel 1532, appena un anno prima della sua morte.