
Siamo tornati, non solo per ammirare da vicino un monumento religioso tra i più illustrati del paesaggio toscano, ma anche incuriositi e con tante domande a cui dare risposta.
Sulla strada che da San Quirico conduce a Pienza, un cartello indica la sterrata che porta alla cappella della Madonna di Vitaleta: provenendo da San Quirico e facendo attenzione alla vostra destra, ecco la segnalata stradetta bianca che devia dalla principale. Dopo circa un chilometro giungerete ad un bivio e, proseguendo alla vostra destra, dopo circa un altro ma a piedi, raggiungerete la meta.



Ed è strada facendo che sarete pian piano catturati dalla serena bellezza della natura circostante, dal silenzio, dall’atmosfera del luogo che sa di antico, di magico, di surreale. Ed è davanti alla cappella dalle fattezze cinquecentesche e dalla bianca facciata, con il suo campanile a vela, la sua abside e i quattro finestroni dai quali si intravedono le volte istoriate e non per ultimo i due eleganti filari di cipressi, tre per parte, che ne delimitano i confini laterali, che nasceranno varie domande, e tra le prime sicuramente: cosa ci fa lì un luogo sacro, dalle fattezze spettacolari, non da chiesetta di campagna, perché proprio lì, quale evento ne ha determinato la costruzione?
E così abbiamo cercato documentazioni attendibili. Non è stato facile, proprio perché è un luogo molto visitato, molto immaginato, perché la sua storia è antica e pertanto circonfusa di leggendario e pare proprio costellata di crolli e ricostruzioni.
Ma procediamo con ordine.

L’edificio, così come lo vediamo oggi, è stato inaugurato nel giugno del 1885 ed è opera di un architetto senese, Giuseppe Partini. Sostituiva un altro precedente, del 1781. Ma anche quest’ultimo era a sua volta sorto su un antico santuario la cui storia pare irrintracciabile in vecchi documenti cinquecenteschi. In effetti il paesaggio oggi spoglio di casolari poteva benissimo essere invece stato abitato in tempi lontani, la statua all’interno della cappella della Madonna di Vitaleta, robbiana, oggi nella chiesa di San Francesco, detta anche della Madonna di Vitaleta a San Quirico, è pertanto riconducibile ad un periodo storico ben preciso, avvalorandone l’autenticità. Una leggenda tramanda che la statua bianchissima, secondo la fattura robbiana in terracotta invetriata, fosse stata acquistata a Firenze nel lontano 1553 e collocata lì proprio lì perché in quel luogo si racconta di un’apparizione della Madonna ad una pastorella.

Esisteva quindi già un santuario intitolato a Maria e il termine Vitaleta quale etimo può richiamare?
La prima parte che lo compone pare proprio riferirsi a vita, il vita latino: ma vita laeta? Perché Maria rappresenta la vita vera, quella della beatitudine, traguardo di vita? Forse.
Il santuario quindi era dedicato a lei che avendo raggiunto la beatitudine era, dal latino laeta ovvero lieta, rappresentazione quindi della vita allietata dalla fede.
Domande e non sempre risposte ma davanti a questo quadro, perfetto connubio tra creatività dell’umana specie e di Madre Natura, godiamo dello spettacolo impareggiabile della bellezza.

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