Piazza Signoria quando il Biancone non c’era (foto originale)

Che l’arguzia toscana si misuri anche nei modi di dire, nel linguaggio e nei nomignoli affibbiati a uomini e cose, è indubbio. Per fare un “grosso” esempio, basta pensare al Biancone.

Non si può non notarlo. In piazza Signoria la sua bianca mole spicca sullo sfondo della pietraforte del Palazzo.

Ma chi ne conosce la storia? E perché fu detto ‘i biancone?

Parliamo ovviamente del gigante, il Nettuno, che costituisce l’elemento architettonico di rilievo della Fontana, progettata dal Bandinelli e realizzata tra 1560 e 1575 da Bartolomeo Ammannati con l’aiuto dei migliori scultori della città, che occupa l’angolo di Palazzo Vecchio, nel punto focale della piazza.

Ma procediamo con ordine.

Un marmo bianchissimo, senza imperfezioni che proveniva da cave pregiate, quelle delle Apuane, era stato estratto in un unico blocco dalle dimensioni smisurate: la disputa a chi lo avrebbe scolpito era inevitabile.

Siamo nel 1559 e Cosimo I de’ Medici decide di abbellire la piazza con una fonte: a chi l’onore e l’onere di scolpire il prestigioso marmo? Non mancavano al tempo artisti di fama ai quali affidare l’opera, ma si sa il destino è spesso bizzarro e quello che ne ha determinato la realizzazione è stato, soprattutto con qualcuno di essi, decisamente beffardo.

Baccio Bandinelli sembrava avere l’appoggio della duchessa, la bella Eleonora da Toledo moglie di Cosimo che, invece, teneva per Benvenuto Cellini.

E allora?

Tra i due litiganti il terzo gode, come recita l’antico adagio.

Piazza Signoria con il Biancone, in una vecchia cartolina

Accadde infatti che Baccio Bandinelli abbandonasse questo mondo e che Benvenuto Cellini si ammalasse. Fu così che l’Ammannati ereditò il compito di cesellare l’ambito marmo e di realizzare la prima fontana monumentale a Firenze con un soggetto pagano: la grande statua si erge al centro della vasca quadrata su un carro trainato da cavalli marini. Tre tritoni attorno alle gambe del gigante. Sull’orlo della vasca, i cui angoli smussati sono occupati da fonti più piccole a forma di conchiglia, figure di bronzo: due divinità marine femminili, Teti e Doride, e due maschili, Oceano e Nereo e, nel bordo sottostante, a ciascun angolo, figure di  fauni.

Ma perché ‘i biancone

I fiorentini si sa sono sempre molto critici nei confronti delle novità che riguardano la città e fu così anche per la grande statua: non amarono la disarmonia delle dimensioni del gigante e, in modo dispregiativo, ma salvandone qualcosa, lo nominarono il biancone, in nome di quel candore che caratterizzava il pregiato marmo di Carrara in cui era stato scolpito.

Ma il povero Biancone non dovette subire solo l’insulto popolare, sebbene bonario, ma fu più e più volte mutilato, derubato di una delle statue di bronzo che ne adornavano la base (quella più vicina infatti al Palazzo, è una copia ottocentesca) ad opera di un inglese, riportano alcune fonti, o di un gruppo di giovinastri su richiesta di un inglese (?)… il fatto è che il fauno rubato non fu più ritrovato. E ancora… Le cronache raccontano che per anni la fonte fu usata per lavarvi i panni, o vi si lasciavano scarti e spazzatura, ma anche “rifiuti corporali”. Solo nel 1720 si decise di vietare quest’uso improprio con una targa che recitava, e recita ancora, pena ammenda pecuniaria, di fare sporchezze di sorte alcuna lavare in essa calamai panni o altro, firmato dai signori Otto di Guardia e Balìa .

Per inciso, gli Otto di Guardia e di Balìa di cui si legge su molte targhe ancora affisse sui muri cittadini, erano i componenti di un’antica magistratura fiorentina (XIII – XIV secolo) che aveva lo scopo di garantire la sicurezza dei cittadini.

Anche in tempi più vicini a noi il gigante è stato fatto oggetto di mutilazioni e segni deturpanti.

Nato tra l’invidia e bollato per sempre dal giudizio inclemente del Cellini, invidioso, il suo valore artistico è evidente nella plasticità manieristica del Nettuno in contrasto con le statue in basso costituite da fauni in pose agili e scattanti.

Ma il pesante giudizio del Cellini che ebbe a dire “Ammannato, Ammannato, che bel marmo hai rovinato!” di certo non deve aver influenzato in modo benevolo il parere dei fiorentini di allora.

Particolare della Fonte del Nettuno, un fauno