Il Conte

Diploma di Ottone III (Milano, Archivio di Stato)

I Conti Guidi si ritenevano legittimati dal Sacro Romano Impero nell’esercizio del loro potere e vantavano il titolo di Conti Palatini conferito loro dall’Imperatore. Con cadenza trentennale – cioè circa ogni generazione – i Conti ricevevano diplomi dall’Imperatore a conferma del loro dominio su castelli, villaggi e terre che erano determinati dalla politica imperiale relativa a tutta l’Italia e all’area tosco- romagnola in particolare. Tuttavia questo potere non era mai assoluto, ma condiviso con varie modalità e continue revisioni di accordi, con gli altri poteri: il potere della Chiesa e quello dei Comuni. La priorità del diritto legale di proprietà su un dato territorio era conferita dalla documentata antichità del suo possesso. I Conti facevano spesso riferimento agli antenati Longobardi per reclamare la loro proprietà su un determinato distretto.
Firenze, come comune, era naturalmente la potenza più giovane fra le tre e non aveva alcuna possibilità di rivendicare la sovranità su un luogo o territorio sulla base dell’antichità del diritto e non poteva che ricorrere alla forza delle armi per conquistare anzitutto i vitali diritti di passaggio di merci e derrate per le strade senza dover pagare pedaggi e balzelli ai Conti, quindi diritti di poter acquistare e coltivare terren, sfruttare boschi, le acque dei fiumi, cave di pietra ecc.
La Chiesa, al contrario, era in grado di rivendicare le sue radici romane, quindi antecedenti le invasioni germaniche e la sua arma era spesso la scomunica. Per questo motivo i rapporti fra i tre poteri erano complessi e motivo di conflitti armati, legali e dialettici.
I Conti dovevano fare concessioni politiche a Firenze e concessioni patrimoniali alla Chiesa per poter continuare ad esercitare il potere. Ecco qui il probabile motivo per cui essi decisero di investire sui notai, giungendo al punto di creare delle scuole e produrre notai che poi “sciamavano” recandosi ad esercitare la loro professione in varie parti d’Italia.
Con gli abitanti della montagna i Conti avevano un lungo rapporto di dipendenza che dal tempo delle invasioni continuava fino alla seconda metà del XIII secolo. I sudditi dei Conti erano fino ad allora descritti come fideles, coloni et servi, vassalli, inquilini, ascrittizi, condizionati da affitti, servizi e servitù, redditi, prestazioni, eserciti, cavalcate, placiti, pene e banni. I Conti esercitavano il pieno, puro e mero imperio e giurisdizione.
Col tempo le cose cambiano e la vita dei Conti si fa assai più precaria e complicata. Ora solo la concessione di immobili garantisce al Conte la fedeltà di uomini che gli sono necessari per un numero stabilito di anni. Tali servizi consistono in prestazioni di carattere militare “cavalcate”, servizi, opre, mietiture e vendemmie.
Questo sistema creava una rete di rapporti di fedeltà e di obblighi che fu mantenuto anche sotto il totale dominio di Firenze. Firenze non avrebbe potuto eliminare i Guidi sostituendo il complicato sistema di rapporti e legami fiduciari che i Guidi avevano stabilito con la popolazione locale e il potere monastico attraverso i secoli e quindi il Comune aveva bisogno che i Guidi rimanessero in casentino, concedendo loro qualche privilegio e qualche potere, in cambio della fedeltà e del quieto vivere della popolazione.

La fine dei Guidi

L’ultimo dei Guidi fu Francesco, il quale, dopo aver tentato di fare un patto duraturo con Cosimo de’Medici dando sua figlia in sposa al di lui figlio Piero ed avendo fallito nei suoi piani, offrì a Firenze Borgo Sansepolcro che era venuto frtuitamente sotto la sua giurisdizione. Il Papa, ritenendo questa città parte del suo dominio, inviò subito un esercito di 2000 cavalieri in Casentino, prese Pratovecchio ed offrì questo alla Repubblica fiorentina. Nel 1439, dopo lo smacco del Papa, Firenze restituì Pratovecchio al Conte in cambio di un nuovo patto di accomandigia. L’errore di Francesco fu quello di sostenere Rinaldo degli Albizi, arcinemico di Cosimo. Poiché si prospettava un vittorioso attacco dei Visconti di Milano contro Firenze, Francesco intese prepararsi all’evento. Tuttavia, nella famosa battaglia di Anghiari, l’esercito milanese con a capo Niccolò Piccinino, fu sconfitto dai fiorentini che mossero contro Poppi costringendo il traditore alla resa.
Il 29 luglio 1440, Neri Capponi, in rappresentanza di Firenze, concesse al conte la vita sua e quella dei figli ed i beni che poteva portar con sé, tutto il resto, castelli e territori, doveva ora andare a Firenze. Il conte accettò la sua sorte e se ne andò con la famiglia, ospite di Bentivoglio a Bologna.  
E’ il resoconto dei fatti scritto da Neri Capponi ad aprirci una finestra sull’ultimo atto della secolare vicenda dei Guidi in Casentino: “…non sia dato carico al nostro Comune d’avergli tolto lo Stato: che l’andò cercando”
Come osserva Giovanni Cherubini i Guidi erano “…Uomini d’arme e nemici delle borghesie cittadine e della nuova morale del guadagno e del risparmio…” così erano e così in realtà perirono. Questa mentalità fu ereditata dai contadini del Casentino e non solo; fra questi contadini nobili vi furono anche i miei nonni e i miei genitori, per disgrazia… o per fortuna…

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