Pubblichiamo a puntate la storia di Poppi a cura di Giovanni Caselli
Arti e mestieri

Bicchierai elenca gli uomini di Poppi nei vari settori professionali: 5 cuoiai, 6 calzolai, 2 sellai, 5 fabbri, 2 maniscalchi, 3 armaioli, 3 lanaioli, 2 tessitori, 3 sarti, 3 falegnami, 2 muratori, 9 operai, 2 barbieri, 3 merciai, 4 speziali, 4 beccai, 3 fornai, 3 vinai, 5 osti, 5 addetti alla fluitazione dei legni, 1 pescatore, 1 maestro, 2 medici, 12 notai, 15 religiosi, 2 ebrei, 3 numzi, 5 guardie, 8 dedicati ai conti; lo stesso autore estrapola che vi siano stati inoltre 100 contadini con 20 garzoni. E’ curioso notare come il fatto di essere di religione ebraica venisse percepito come una connotazione professionale. Ma forse i due ebrei elencati saranno stati rabbini, poiché è certo che di ebrei ve ne fossero più di due.
L’arte della lana e del panno di lino
Nel ‘300, la lana delle pecore casentinesi – che pascolavano tutte in Maremma – dava lavoro a un buon numero di uomini e donne a Poppi.
Questa industria si espanse probabilmente importando lane e anche tessitori dal nord Europa, data la scadente qualità della lana locale, fino a concentrarsi nelle mani di una sola famiglia, i Cascesi, che fra ‘400 e ‘500 avevano a Poppi fabbriche e negozi di panni e commerciavano anche con Firenze.
I magazzini dei Cascesi si trovavano presso le loro abitazioni, mentre i telai erano presso il convento delle monache e la tintoria a Ponte a Poppi dove affittavano la gualchiera. Nella stessa Poppi operavano diversi “merciai” e sarti, sia locali che immigrati.

Nel 1373 si trova a Poppi il tessitore fiorentino Andrea e fra il 1457 e il 1474, i tedeschi Cristofano di Alberto, Maestro Giovanni di Raimondo e il tessitore di lino Arrighino. Fra il 1360 e l’80 vi sono a Poppi dai tre ai sei venditori di panni di lino.
Muratori e scalpellini
Fra Trecento e il Quattrocento, i muratori del Casentino e di Poppi in particolare erano tutti svizzeri o milanesi. Nel 1408 si trova registrato a Poppi un Piero di Giacomo, maestro di pietra, originario di Milano. Nel 1459 si trova, sempre a Poppi, un Domenico di Gianni di Lugano al quale nel 1465 si accodano Giovanni e Stefano di Martino, Arrigo di Antonio di Giovanni , quindi Giovanni di Giorgio detto Cogno, tutti svizzeri di Lugano. A Roviesine vi era, nel 1376, una fornace che produceva calce e mattoni, di proprietà di mastro Angelo “fornaciaio” e di suo figlio Antonio. Probabilmente la stessa fornace apparteneva nel 1370 a un mastro Simone “fornaciaio” che produceva “calcine et matonum”.
Dopo le invasioni barbariche, quando praticamente tutti gli edifici di epoca romana erano stati abbattuti, le case, le “sale”, le torri e le fortezze venivano costruite in legno alla maniera eurasiatica, come riportano gli archeologi di Siena. Le prime costruzioni di pietra furono piccole chiese e torri di vedetta, realizzate recuperando dalle antiche rovine, conci, colonne e marmi di epoca romana. Le chiese rurali erano usualmente piccole e di una semplicità estrema, ma quando erano più complesse, esse ricalcavano modelli siriaci ed armeni poiché i loro costruttori e i fedeli che le frequentavano venivano tutti dal Levante.
La costruzione in pietra inizia dopo la prima crociata, quando i cavalieri europei vedono gli splendori di Gerusalemme e le prime mura di cinta, le prime torri castellane e le prime “sale” dei cavalieri in Europa, non escluso il Casentino, presentano conci scalpellati alla stessa maniera di quelli delle mura e delle torri di Gerusalemme. Si riproducono mura con bugnati echeggianti modelli ellenistici, modanature ed archi di origine Sassanide. Nel Casentino vi erano ancora in piedi nel VII secolo, torri edificate duecento anni prima dai Bizantini. Credo di aver identificato tre torri bizantine in Casentino.
Una è la torre di Serravalle, che presenta una malta e intonaci interni indubbiamente bizantini. Un’altra è la torre di Frassineta, in gran parte abbattuta cinquanta anni fa; la terza è il campanile di Romena, chiaramente più antico della chiesa romanica e costruito con altre funzioni. Dal XII secolo in poi giungono da noi maestri muratori e scalpellini “comacini”, cioè svizzeri e lombardi. La loro tradizione deriva da maestranze giunte in Lombardia sulla scia dei Longobardi e quindi diffusesi su richiesta in ogni parte dell’Italia settentrionale e della Toscana in un periodo di grande espansione edilizia.

Barbieri e chirurghi
I barbieri professionisti erano detti barbitonsores e a Poppi ce n’erano sempre almeno due. Occorre ricordare che i barbieri dell’epoca operavano anche come chirurghi e dentisti, ma a Poppi vi era nel 1370, anche un medico professionista, Maestro Vanni, che serviva i cittadini, dato che i Guidi avevano medici propri. Nel 1477 abbiamo un vero e proprio medico condotto, Maestro Giuliano di Giovanni Manetti da Firenze.
Usurai e notai
Nel 1360 prestava soldi a Poppi, Ugolino di Nuto di Firenze, probabilmente ebreo, mentre Giovanna, moglie dell’oste inglese Holme, prestava soldi a un Francesco di Giunta di Porrena.
Originariamente i notai erano forestieri, ora di Firenze, ora di Pistoia ora di più lontano. La funzione di centro amministrativo e commerciale del Casentino spiega forse l’altissimo numero di notai operanti a Poppi fra il 1350 e il 1480, che ammontavano al 6-7% dell’intera popolazione maschile adulta. Bicchierai ritiene che per qualche motivo si era creata a Poppi e a Pratovecchio una tradizione o propensione verso gli studi di diritto e per la professione notarile. Una possibile spiegazione è questa: appartenendo in origine i Guidi alla tradizione del diritto germanico ripuario prima e poi longobardo ed essendo finiti in una posizione di difesa nei confronti di Firenze che gradualmente erodeva i loro diritti, essi ritennero di potersi difendere sullo stesso terreno legale dei rivali.
Dal Quattrocento in poi, notai casentinesi operano infatti in varie parti d’Italia. Fra il XIII e il XIV secolo, i Guidi, che godevano dell’autorità imperiale di nominare notai e giudici, impiegavano notai casentinesi nell’amministrazione dei loro castelli come procuratori e cancellieri, come ha verificato nei documenti Bicchierai. Dava conforto alla casata in declino avere uomini di fiducia in posizioni chiave. E’ noto che Guido Novello ebbe rapporti col giurista e poeta Cino da Pistoia e il Conte Carlo da Battifolle fece frequentare al figlio Giovanni corsi universitari di diritto. Nel 1320 il “magister” Ugolino di Bologna teneva scuola a Poppi. Il codice detto Glossa di Poppi, pervenuto alla Biblioteca Comunale di Poppi dalla raccolta del conte Fabrizio Rilli Orsini, potrebbe essere appartenuto agli stessi Guidi del Casentino. Il Codice, che contiene le Istituzioni di Giustiniano, pare sia stato eseguito fra l’XI e il XII secolo e secondo alcuni studiosi serviva per studio e per lavoro a giudici e notai di Poppi.

Divennero famosi, fra i notai casentinesi del XIV secolo, Ser Piero di Ser Grifo di Pratovecchio e Antonio Minucci, sempre di Pratovecchio, giurista, umanista e poi docente a Bologna.
Vi furono notai nativi di Caiano, di Valiana, di Romena, di Corezzo. Il notaio Ser Santi di Biagio di Valiana era anche maestro di grammatica. Abitava a Poppi anche un notaio tedesco: Ser Antonio di Guglielmo di Baldassarre di Colonia di Alemagna.
Speziali e farmacisti

Il gusto delle spezie se lo erano portato in Italia gli immigrati Levantini a partire dal tardo Impero ed era diffuso soprattutto fra i ceti borghesi cittadini, mentre nelle campagne le stirpi germaniche, dedite alla caccia, acquisirono più tardi il gusto per le spezie, o comunque ne usavano altre, ma non persero mai quello per le erbe e gli aromi naturali raccolti nei luoghi dove vive l’animale cacciato.
Gli speziali si chiamavano aromatari e vendevano anche alimenti di basso consumo o facilmente deperibili, oltre a tessuti e merci di bottega, come facevano anche i merciai. Vi era a Poppi persino un negozio di pizzicagnolus.
Macellai e bestiame
Il bestiame era allevato dai pastori e mandriani dei castelli e dei villaggi della montagna, appartenenti alla società comitale, che lo vendevano ai beccai (macellai). Nel ‘400 gli stessi beccai potevano possedere “fino a 200 bestie minute da macellare”che affidavano a mandriani e pastori.
Gli animali venivano affidati in soccida a pastori specializzati che li conducevano nelle pasture Maretime o pascoli della Maremma. Gli animali transumanti venivano descritti come bestia maremmana. La notevole ricchezza dei beccai, come nota il Bicchierai, è forse dovuta al fatto che essi erano anche allevatori di bestiame e commercianti di pelli.
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