Pubblichiamo a puntate la storia di Poppi a cura di Giovanni Caselli

La cinta muraria di Poppi, che racchiude i colli del Castello e quello della Badia collegati dal crinale, fu edificata negli anni 1260, quasi tutta sui resti delle mura etrusche delle quali sopravvivono enormi monoliti in vari punti. Sul crinale collegante le due sommità si sviluppa fin dall’epoca della città etrusca, la via principale: il “Borgo della Badia”. La cinta aveva cinque porte che collegavano il castello alla viabilità di crinale e di fondovalle. Dalla Porta della Badia, a nord, si scendeva al ponte sull’Arno per la via della “Costa”. Dalla Porta a Porrena ad ovest, si accedeva all’antica strada romana per Strumi e Filetto. A sud si trovava la Porta a Fronzola mediante la quale si poteva continuare a percorrere la strada romana per Buiano oppure continuare il crinale del contrafforte del Pratomagno al quale Poppi appartiene, per raggiungere Fronzola, Quota, tutti i centri della montagna inclusi i pascoli.


Sotto il Castello, ad est si trovava la piccola Porta a Tiggiano dalla quale una strada portava direttamente sull’Arno dove si trovava un guado che era l’antico punto di attraversamento del fiume prima che fosse costruito il ponte. Più a nord si trovava la Porta Ancherona che prende il nome dal toponimo di un rio sulla sponda opposta dell’Arno. Per inciso Ancherona è un“idronimo”, cioè un nome di fiume etrusco, che fa riferimento ad Ancharia una divinità italica degli inferi. Lo stesso toponimo si trova anche a Fiesole e a San Gimignano.
In parallelo alla via principale di Poppi si trovavano altre due strette vie collegate a questa da “chiassi” o viuzzi ripidi dei quali vediamo oggi qualche rimasuglio. La maggior parte delle case avevano orti sul davanti o sul retro, protetti da alti muri.
Dalla piazzetta principale iniziavano, allora come oggi, due strade porticate che conducevano a Porta Fronzola dove si trovava la Piazza dei Porci a causa del mercato che vi si teneva. Il territorio plebano di Poppi, come del resto gli altri, era pieno di chiese, cappelle, oratori, compagnie ed ospedali, molti di questi scomparsi, altri ancora esistenti. Giuseppe Mannucci da delle chiese dipendenti della Pieve di Santa Maria a Buiano questo elenco: San Martino di Poppi, San Lorenzo di Poppi, San Niccolò a Quorle, Santa Maria a Loscove, San Martino in Tremolato, San Marco a Risecco, San Giovanni a Quota, San Bartolommeo a Larniano, la Compagnia dei Bianchi e dei Neri di Poppi, Sant Antigono di Ancherona, una chiesa di Sant Agnolo.
Le case del borgo erano simili fra loro essendo tutte costruite dalle stesse maestranze lombarde per rispondere alle esigenze di una popolazione soprattutto composta da di immigrati da ogni parte e quindi propensa alla funzionalità e scevra da ogni particolare esigenza di carattere estetico.
Dal ‘200 al ‘400, le case di Poppi avevano insomma una tipologia imposta dagli imprenditori edili, proprio come accade oggi per le case a schiera. Non compariranno “palazzi” a Poppi fino alla fine del XV secolo. Tutte le case avevano una bottega o una rimessa al piano terra con portico sulla via. Dietro la casa vi era un’altra stanza o magazzino e la scala di legno per salire al piano di abitazione che spesso era di legno o comunque con conci o mattoni rinforzati da travi di legno come accade in nord Europa. Al primo piano vi era una sala e due o tre stanze più piccole sul retro. Assai spesso dietro casa, recinto da muro, vi era l’indispensabile orto del le necessità della cucina, dove fra le altre erbe e spezie primeggiava lo zafferano.
Documenti del ‘300 – ‘400 studiati da Bicchierai descrivono la casa di un certo Checco di Biagio che aveva due piani, era lunga 12 braccia e larga 6; al piano terra vi era una bottega. La casa di un Petruccio di Mazzetto aveva al piano terra stalla e cantina e camere al primo piano. La casa di Filippo di Ser Vanni aveva a terreno una cantina, al primo piano le stanze di abitazione e sul retro una veranda che dava sull’orto dove si trovava una pergola e una capanna coperta di paglia che fungeva da stalla.
Per quanto concerne il mobilio e i beni materiali, apprendiamo dagli inventari di alcuni pignoramenti che nel 1396, a Giovanni pilizario (pellicciaio) vengono sequestrati i seguenti beni: 12 pelli, una tavola con treppiedi, un tavolino, una bigoncia con pelli in concia, un alta tavola, un letto, una cassapanca con due serrature, una materassa con un coltrone e una coperta fatta a gigli, due cuscini di penne, un paio di lenzuoli, una coperta di pelliccia, due tovaglie, un forzierino, unaadia nuova, quattro fodere di pelo nero,, una pelle nera appena conciata, una pelle di montone appena conciata, una cassetta per tenere i soldi, un tavolo grande e un tavolo per conciare. Questo inventario fornisce un’ottima idea della semplicità e funzionalità dei beni mobili di un artigiano medio.
Tuttavia Bicchierai riporta un ricco inventario del 1382, assai più esteso ed illustrativo di quello sopra. Un Ceccarino di Cenni di Corsignano, coltivatore, forse di origine ebraica come suggerirebbe il nome del padre, possiede un letto a dieci assi, tre cassette con serrature e chiavi, un tavolino, un panchetto, due deschetti, una culla, due ceste grandi e due paniere con manici, due padelle delle quali una grande rotta e una piccola buona, una teglia di rame, una secchia, due vanghe con presacchi di ferro, una paletta di ferro, un forcone a quattro torcigli, due scuri di ferro, una zappa, un vomere, due palette e due molle per il focolare, due treppiedi, una gratella, una ramina, due pennati do poco valore, una forbice da potare, una lucerna, un coltrone pesante, uno spiumaccio un saccone, un farsetto, un manto di pelle, un cappotto bianco, una giacca, 15 parasides vecchi e 15 nuovi e 16 incisoria, un ramaiolo, un mortaio e una bicchierata, uno staio e una minia nuova, 4 mezzi quarti vecchi, un guanto di ferro, 6 bigonce vecchie, due bigoncioli, una stia da polli, un basto per ronzini, un setaccio con 20 libbre di lana, un corbello, 4 fiaschi, un bacile, 12 aste per lance, due tavole, un baule vecchio, 3 panche, un paio di “angeli” da letto, una coperta da letti, un canovaccio, 10 punte di lancia, un pennato, due cassettine con serratura, una pianella, 10 pezzi di tavole, una certa quantità di legname, una cassa vecchia, due topparelli di noce, sei asciugatoi, una tunica di color verde per la moglie con spille d’argento, 30 staia di vino rosso. Alcuni oggetti non identificabili sono omessi.

Fuori le mura

Le pendici del poggio di Poppi erano con tutta probabilità coperte da vigneti e non vi erano case ma solo capanne per uso agricolo. In realtà, per motivi di sicurezza, una considerevole area attorno ad ogni castello, borgo o città doveva essere priva di qualsiasi edificio che potesse essere utile al nemico in caso di assedio; l’area non doveva offrire alcuna possibilità di nascondiglio o riparo.
Presso il ponte sull’Arno, alla fine della salita della “costa” vi erano “alcune case e un’osteria”, come vi erano bottegucce sulle pile del ponte, analoghe a quelle del Ponte Vecchio a Firenze.
Lungo il fiume vi era poi un mulino e qualche gualchiera e una segheria, che sfruttavano la corrente dell’acqua. Qui si ergeva anche il patibolo per le pubbliche esecuzioni. Alle pendici della collina della Torricella vi era la chiesetta di San Donnino e vicino ad essa un lazzaretto detto Mansione infectorum S. Lazari o Magione con cappella di San Lazzaro. Vi era poi un gruppo di casette dove il torrente Roiesine sbocca nell’Arno e qui si trovava la casa dell’esattore che riscuoteva i pedaggi da chiunque traversasse il territorio di Poppi. Vi erano infine una fornace, un’osteria e l’albergo di Santa Maria per viandanti, dipendenza di quello della Misericordia del castello.
Presso la confluenza della Sova con l’Arno si trovava il borgo de la Sova; qui vi era una taverna e accanto ad essa abitavano ortolani che coltivavano il piano ed uomini addetti alle zattere di tronchi d’albero, o foderi, da inviare per via d’acqua a Firenze nei giorni di piena.
Durante la seconda metà del ‘300, Poppi dei Guidi da Battifolle, era il capoluogo del territorio della signoria in Casentino sotto il dominio di Firenze. Era inoltre centro manifatturiero, finanziario e redistributivo ed era gestito dai Conti come emporio commerciale e sede militare e amministrativa. Il castello non aveva il monopolio sul Casentino poiché Bibbiena e altri centri comitali quali Stia e Pratovecchio a nord e Rassina a sud, avevano la loro parte.          
Il Casentino rimaneva fuori dai flussi commerciali di Firenze e Arezzo, quindi era un’area autonoma all’interno della quale Poppi aveva il ruolo di maggiore emporio. Per tradizione I Guidi garantivano il diritto di asilo a chiunque venisse ad abitare nel loro dominio ed è da una società veramente “assortita” che prende forma la borghesia casentinese.
Mentre lassù sui poggi, conti e contadini conserveranno la cultura e in parte anche i geni di rimasugli etruschi e romani, ma soprattutto i geni e la cultura dei Longobardi, i centri di fondovalle e i villaggi più densamente abitati saranno composti da una popolazione eterogenea, quasi interamente proveniente da fuori, come chiaramente indicano i documenti e i cognomi.
In un’ampia area del Castello di Poppi fu istituito il mercato settimanale, mentre la fiera annuale aveva luogo nella pianura di Certomondo, davanti al convento francescano istituito dai Guidi. Altre due piazze erano dedicate al mercato del bestiame e degli animali da cortile. Le attività artigianali principali di Poppi – e forse del resto del Casentino – erano anzitutto la concia delle pelli, la manifattura di calzature, di basti e finimenti per cavalcature, la lavorazione del ferro, la tessitura di lana e lino per il mercato esterno, la tessitura di panni e il confezionamento di abiti per il mercato interno, quindi la lavorazione del legno. A queste attività erano dediti soprattutto immigrati non solo da altre parti delle Toscana, ma soprattutto da fuori e spesso da oltre le Alpi.
Gli Estimi redatti a Poppi fra il 1330 e il 1477, analizzati da Bicchierai costituiscono una fonte di informazioni di carattere antropologico il cui valore lo storico non sempre sottolinea. E qui torniamo alla questione di cosa costituisca “documento” e a cosa tale documento serva all’uno o all’altro specialista. Uno stesso documento svelerà cose diverse a specialisti di materie diverse, per questo attingo alla ricerca del Bicchierai per trarre altre conclusioni, diverse da quelle dello storico.
Ciò che i documenti di Poppi dicono all’antropologo è in sintesi il fatto che una accozzaglia di immigrati da ogni parte del mondo conosciuto e sconosciuto, vengono, fra il XII e il XV secolo, a formare la società italiana moderna.
Alla fine del XV secolo questa accozzaglia di… “extracomunitari” ante litteram sarà convinta di discendere dagli Etruschi o dai Romani dando origine all’Italia di oggi. La stessa cosa vale per la maggior parte delle nazioni europee, che sono interamente costituite su premesse “mitologiche”.

Articoli correlati:

Poppi e il Casentino dei Guidi (1)

Poppi e il Casentino dei Guidi (2)

Poppi e il Casentino dei Guidi (4)

Poppi e il Casentino dei Guidi (5)

Poppi e il Casentino dei Guidi (6)

Poppi e il Casentino dei Guidi (7)

Poppi e il Casentino dei Guidi (8)