L’Orto dei Pitti: tra storia e curiosità (Prima Parte)

Il grande ampliamento verso Porta Romana: tra storia e curiosità (Seconda parte)

In giro per Boboli: dalla descrizione di Gaetano Cambiagi del 1757 (Terza Parte)

 

di Salvina Pizzuoli

Palazzo Pitti e l'orto dei Pitti nella Pianta della catena del XV secolo
Palazzo Pitti e l’orto dei Pitti nella Pianta della catena del XV secolo

 

Raccontare il giardino di Boboli è un’impresa e non solo perché si estende per circa 45.000 mq o perché è opulento di opere vegetative e arboree e di statue, grotte, fontane, fortilizi ed ha per confini antiche strutture murarie o perché ha subito nel tempo molte variazioni rispetto all’impianto originario, ma perché è difficile raccontare l’emozione di trascorrere un luogo con tanta storia dentro, con scorci e vedute della città che lo cinge e lo racchiude, paesaggio nel paesaggio. Per visitarlo la guida rossa del Touring prevedeva “almeno tre ore”, ma un giardino si vive e si respira oppure si immagina: ecco allora un viaggio di carta, tra ieri e oggi, tra storia e curiosità, con raffigurazioni che ne ricostruiscono le origini e lo sviluppo nel tempo insieme alla descrizione datata di un visitatore di trecento anni fa.

E cominciamo dal nome: come molte denominazioni che si conoscono anche solo per sentito dire, spesso ci paiono così conosciute che le diamo per scontate; bisogna però ammettere che la parola Boboli è alquanto particolare.

Si legge in una nota del L’ Osservatore fiorentino del 1821 “Alcuni pensarono che Boboli sia voce etrusca, altri che derivi dal latino Bubulus ed altri dalla famiglia Borgoli, e simili”.

Diverse le ipotesi avanzate, non sempre convincenti e non accolte da tutti gli studiosi per alcuni dei quali il suo etimo potrebbe derivare da una radice germanica longobarda legata probabilmente alla presenza di stalle bovine, dal termine latino bubilia, oppure che un certo “Bobilo”, dignitario longobardo, fosse proprietario di queste terre. Compare anche più volte citato, tra l’XI e il XIII secolo, come “Bogole” nome con cui lo stesso Giovanni Villani indicava il luogo dove sorge il giardino. Qualunque ne sia l’origine, singolare appare la permanenza nel tempo della sua denominazione così come quella che indica l’originaria proprietà del palazzo mantenendo il nome della famiglia dei Pitti.

Palazzo Pitti e Luca Pitti, particolare da un affresco nella chiesa di Santo Spirito a Firenze
Palazzo Pitti e Luca Pitti, particolare da un affresco nella chiesa di Santo Spirito a Firenze

“Luca Pitti […] ardì concepire l’idea, e con disegno di Filippo di ser Brunellesco Lapi intraprendere nel 1440 l’esecuzione di tale edifizio; di cui affermò il Vasari non essersi ancora veduto né il più vasto, né il più magnifico. Luca Fancelli architetto fiorentino fu d’aiuto in questa come in altre fabbriche del Brunellesco. Fatta contraria ai Pitti la fortuna, Bonaccorso […] si ridusse nel 1549 a venderlo […] ad Eleonora di Toledo, sposa del Duca Cosimo de’ Medici, per novemila fiorini d’oro”

Così Francesco Inghirami nella Descrizione dell’imperiale e regio palazzo Pitti di Firenze del 1843, presenta e indirettamente spiega il motivo per cui ancora oggi porta il nome dei primi costruttori. La proprietà acquistata come investimento da Eleonora di Toledo, già abile imprenditrice nel commercio dei cereali, denominata con la dicitura di “palazzo e orto dei Pitti” era costituita dall’edificio e dal giardino di circa sette ettari.

Quell’antico fabbricato doveva aver lasciato nell’immaginario collettivo una traccia profonda nonostante non avesse le dimensioni odierne ma fosse costituito solo della parte centrale, la più alta, e lo stesso può dirsi del giardino che fu ampliato con l’acquisto di ulteriori terreni a partire dal 1551.

La lunetta di Giusto Utens del 1599 circa, raffigura il Forte e Palazzo pitto con l'annesso giardino
La lunetta di Giusto Utens del 1599 circa, raffigura il Forte e Palazzo pitto con l’annesso giardino

Ma soffermiamoci sulla lunetta di Giusto Utens del 1599 perché ci presenta un’istantanea della prima fase di trasformazione improntata prima alla realizzazione del giardino e poi all’ampliamento del palazzo le cui aggiunte si devono a Cosimo II nel 1620 e al figlio Ferdinando nel 1630.

È proprio il giardino che ha subito nel tempo le maggiori trasformazioni: il primo intervento si deve al progetto di Niccolò di Raffaello Pericoli detto Tribolo già architetto della villa medicea di Castello, la cui morte vide, nel rispetto dell’originario impianto, integrazioni di Giorgio Vasari, Bartolomeo Ammannati e Bernardo Buontalenti.

La lunetta di Utens raffigura perfettamente queste prime trasformazioni: alle spalle del palazzo la struttura prospettica richiama l’attenzione verso l’anfiteatro di verzura del Tribolo là dove prima la cava aveva fornito i materiali lapidei per il palazzo, quindi il grande spazio del Prato con la fontana dell’Oceano del Giambologna e, proseguendo lungo l’asse centrale, la verde e fitta abetina, e ancora sopra il vivaio rettangolare, di raccolta delle acque  dalla sorgente nei pressi di Arcetri, dove poi sarebbe stata collocata la statua di Stoldo Lorenzi, il Nettuno. Nello sguardo d’insieme si coglie l’impianto cinquecentesco del giardino formale o all’italiana, evidente nella partitura geometrica degli spazi dedicati al verde e a quelli murati, ai boschetti sempreverdi alle siepi alle aiuole e alle spalliere di melaranci che corrono lungo il muro di cinta e i frutteti nani, quelli preferiti da Cosimo. Sempre nella lunetta si riconoscono le aree a nord divise in scomparti di forma quadrangolare con ulivi, vigne e alberi da frutto.

Perché tanto impegno per creare un giardino?

Contrariamente a quanto si possa immaginare, Boboli nasce come un possedimento terriero nel quale investire per l’attività venatoria e per la produzione e vendita di fieno, legna da ardere derivata dalle potature, frutta, ortaggi vino e piante, caratteristica affiancata a quella di “giardino di rappresentanza”, come alcuni studiosi dichiarano emergere dal Libro dei ricordi e conti tenuto scrupolosamente aggiornato da Eleonora di Toledo.

A questa prima fase che coniugava l’“orto” con il piacere intellettuale del giardino armonico e dominato, seguì il grande ampliamento verso Porta Romana nel corso del ‘600 caratterizzato dall’inserimento di molte statue e fontane che nella prima fase si limitavano alla fontana dell’Oceano poi spostata nell’Isola e alla “Grotticina di Madama”, la grotta più antica a Boboli, voluta da Eleonora di Toledo, come in basso a sinistra sotto il Forte si vede nella lunetta di Utens,  e contraddistinta all’interno da una vasca di marmo ovale e con putti che giocano con capricorni, simbolo caro a Cosimo e che compare anche nel basamento equestre in piazza Signoria, e capre e teste di ariete.

A questa prima fase del giardino appartiene anche la “Grotta Grande”, dovuta alla trasformazione di un precedente vivaio, una vasca di deposito per garantire la fornitura di acqua, del Vasari e poi completata dall’Ammannati e dal Buontalenti, come mostra la lunetta di Utens in basso a sinistra del palazzo lungo il Corridoio vasariano. Quando il vivaio si rese inutile per servire anche Palazzo Vecchio che precedentemente utilizzava la medesima sorgente della Ginevra (nei pressi di Arcetri), il granduca Francesco I poté far trasformare il vivaio nella Grotta costruita tra il 1585 e il 1595.

Il giardino di Boboli in una pianta del XVIII secolo
Il giardino di Boboli in una pianta del XVIII secolo con l’ampliamento verso Porta Romana, l’Isola e il Viottolone o Stradone, l’asse che dal’lIsola  porta verso l’Anfiteatro

Colpiscono le stampe che raffigurano Boboli: i giochi d’acqua o comunque la presenza dell’acqua nelle fontane e nei vivai era una costante. Scriveva Gaetano Cambiagi, custode delle due pubbliche biblioteche Magliabechiana, e Marucelliana, descrivendo Boboli nel 1757, e precisamente l’Isola dallo Stradone come si vede nella pianta che illustra l’ampliamento del giardino verso Porta Romana, di molti scherzi d’acqua e zampilli:

“che in tutte le parti con arte maestra e gusto del fontaniere spandono acqua, facendola salire più d’otto braccia in alto”.

Giardino di Boboli raffigurazione della Fontana dell'Oceano in un'incisione del XX secolo
Giardino di Boboli raffigurazione della Fontana dell’Oceano in un’incisione del XX secolo

L’acqua era un bisogno effettivo per la caccia e per permettere ai volatili di trovare frescura e di potersi abbeverare tra le verzure del giardino, ma al visitatore regalava sicuramente un’immagine vivace e fresca, un sentimento di vitalità e armonia insieme alla “meraviglia” come nella descrizione di Cambiagi.

E non solo acqua, nel giardino restano visibili i manufatti che indicano la presenza di ghiacciaie derivate dalla nuova moda del “bever fresco”: a destra dell’Anfiteatro, dando le spalle al Palazzo, una cupola ancora oggi sovrasta una costruzione circolare. È il camino di areazione delle ghiacciaie gemelle che si sviluppano invece sottoterra. Furono approntate nel 1612 da Gherardo Mechini e denominate Ghiacciaia Grande e Piccola in riferimento alle loro dimensioni. La loro funzione di “pozzo da neve” era anche quella di conservare primizie e frutta di stagione e gli scaffali per le bottiglie, di vino, ovviamente! Le vigne di Boboli davano uva da tavola e vino pregiato come quello delle vigne di “moscadello” volute da Eleonora e sistemate nell’area dove poi sorgerà la Kaffeehaus

Giardino di Boboli, il camino di aereazione della ghiacciaia
Giardino di Boboli, il camino di areazione della ghiacciaia

Eleonora, che aveva acquistato la proprietà e curato personalmente le ristrutturazioni del giardino, vide ultimati i lavori di quella parte detta “orto dei Pitti”: moriva infatti qualche anno dopo, nel 1562.

Molte le piante acquistate negli anni immediatamente successivi l’acquisizione della proprietà: allori e ginepri per la ragnaia, melaranci e agrumi; cedri, nespoli, susini, ciliegi, fichi, aranci, limoni, questi ultimi giunsero da Napoli, e ancora cerri, faggi, tigli, platani, castagni, noci, lecci dai vivai vicini. E sulla collina, a destra, sopra il bastione “del Cavaliere” un nuovo giardino dei Semplici, trasformato successivamente al 1612 secondo il progetto di Giulio Parigi in giardino dei fiori rari.

Interessante la presenza di vari “giardini dei Semplici” che testimoniano il grande interesse scientifico nutrito da Cosimo I per la botanica per cui Firenze, proprio ad opera del granduca, può vantare uno dei più antichi orti botanici, costituito di erbe medicinali (dal latino medievale “medicamentumsimplex”) e la cui dicitura indicava il luogo dove queste venivano coltivate.

Anche la ragnaia era un impianto a boschetto particolarmente diffuso nel Rinascimento e destinato alla cattura degli uccelli mediante una tela fitta detta appunto “ragna” tesa tra gruppi di alberi in cui i volatili restavano impigliati.

Il giardino di Boboli in una stampa del XVIII secolo
Boboli com’era in una stampa del XVIII secolo
L'Anfiteatro di Boboli in una stampa antica
L’Anfiteatro di Boboli in una stampa
Il giardino di Boboli in una stampa dela prima metà del XX secolo
Boboli com’era: in una stampa della prima metà del XX secolo

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