Di Salvina Pizzuoli

Lungo l’alta valle del Pescia di Collodi e ai piedi dell’altopiano delle Pizzorne il picccolo borgo di Villa Basilica che vanta una storia antichissima testimoniata dalla sua magnifica e maestosa pieve di Santa Maria Assunta.
“Nella Valle Ariana, ossia della Pescia di Collodi, risiede alla base australe delle Pizzorne presso la ripa destra della Pescia Minore, o di Collodi, già detta Ariana” così nel suo Dizionario la descrive e la colloca lo storico ottocentesco Emanuele Repetti.
La sua storia inizia già in epoca romana su una direttrice viaria transappeninica importante che la attraversava. Il territorio già allora era ricco e fiorente a livello agricolo e artigianale: grande ricchezza hanno sempre rappresentato infatti le selve in cui era possibile rifornirsi di legna, le coltivazioni di gelsi per l’allevamento dei bachi da seta, i castagni, che con i loro frutti hanno da sempre nutrito le popolazioni che vi si erano stanziate.

Della sua presenza antica nel territorio è anche testimonianza la rocca duecentesca che lo sovrasta nella sua importante funzione sia di avvistamento a protezione della valle oltre che difensiva. Famosa per la lavorazione del ferro cui contribuivano la presenza di acque e la presenza di carbone di legna, ha forgiato spade che l’hanno resa celebre in tutta Europa oltre che “in casa”: si tramanda con documentazione che lo stesso Lorenzo, il Magnifico, vi si approvvigionava insieme ad altri signori e cavalieri d’oltralpe. Oggi le spade fanno bella mostra di sé nei più grandi Musei, a Parigi, Madrid, Londra, Leningrado, New York, Leeds.

Ma il grande e splendido gioiello, custodito dentro l’antica struttura del borgo e che svetta con la sua mole lungo la valle, è proprio l’antica pieve, le cui fattezze attuali risalgono al XII secolo sebbene costruite su una struttura preesistente, come mostra la sua piccola ma splendida cripta con volte a vela sorrette da 8 colonnine a capitelli cubici decorati a disegni geometrici.



Ma procediamo con ordine in modo da poter far conoscere la bellezza e la magnificenza di cui andiamo a raccontare a tutti coloro che ancora non hanno visitato questo borgo.

La facciata, in arenaria grigia, è molto particolare, nella cui foggia si legge l’evidente origine lucchese delle maestranze ma con una forte influenza dei caratteri decorativi pisani: tre loggette, comprendendo il timpano. In ciascuna colonnette tutte diverse e tutte decorate a bassorilievo, sotto il timpano le colonnine sorreggono cinque archetti, all’interno di quello centrale, una bifora. Nella parte in basso della facciata sotto ciascuno del due archetti laterali spiccano quattro riquadri incassati caratteristici dello stile romanico. Al centro l’architrave decorata a motivi floreali e sopra il portone d’ingresso la lunetta ad arco.


Entriamo.
È il parroco, don Antonio, che gentilmente ci offre la sua guida competente e importante nella visita alla pieve per le precisazioni elargite.

Scendiamo alcuni gradini per accedere alle tre navate e cogliere con uno sguardo d’insieme la grandiosità dell’architettura: l’interno in pietra serena è sottolineato da 14 colonne che sorreggono, con capitelli diversi, archi a tutto sesto che delimitano le navate laterali.

Sull’altare maggiore il bel crocifisso, smagliante nei suoi colori dopo il restauto della Sopraintendenza di Pisa, del XIII secolo attribuito a Berlinghieri padre o al figlio Marco. Vari e interessanti i particolari che il parroco ci fa notare e mette in evidenza: un Gesù trionfante, non dolorante e con il capo reclinato per la sofferenza, la testa è alta e lo sguardo che pare seguire il visitatore ovunque si sposti. Ad una più attenta osservazione, come fa notare don Antonio, la tavola pare priva a destra e a sinistra di completamento che, di norma affianca l’immagine del Cristo crocifisso, con Maria, San Giovanni, gli Evangelisti, presumibilmente perduto.


Sorreggono l’altare quattro magnifici sostegni finemente istoriati con sculture, derivati dall’ambone originale, e ancora, ultimo e non per importanza: in un angolo a destra dell’ingresso, quasi un piccolo museo di reperti originari. Come ci spiega il parroco, tre grandi formelle incise a cesello raccontano storie antiche: a destra con Maria, acefala, e il piccolo Gesù, un cavaliere a cavallo, forse uno dei magi e l’angelo alla destra di Maria; nella seconda Adamo ed Eva e l’albero della vita; un rosone decora la terza formella, nella quarta, appoggiata alla parete di fondo, presumibilmente un artigiano. Da sottolineare i due leoni stilofori e vari reperti in pietra, quasi un museo lapideo, tutto da studiare e che meriterebbe una giusta sede.



Ringraziamo don Antonio che ci offre all’estrerno, nella piazza antistante, una notazione importante: la bella vasca esagonale che costituisce la base dell’elegante fontana era in effetti il fonte battesimale, in un unico grande blocco di arenaria, ricollocato all’esterno della chiesa pare nei primi anni dell’Ottocento. Misteri delle decisioni, spesso dettate da ignoranza e dalla volontà di riutilizzo, ma non sempre rispettose della storia che accompagna la vita di un antichissimo monumento!

Siamo all’esterno: a sinistra della facciata la quadrata torre campanaria, in origine una torre d’avvistamento e sorta sulla base di una antica lungo la cinta muraria. Vi si succedono una monofora, una bifora e una trifora che si apre nella sede campanaria. Nato con i merli guelfi, il camapnile per molti anni coperto con un tetto, li vide trasformati in ghibellini in omaggio o in linea con la storia che vide Villa Basilica divenire nel XIII secolo dominio lucchese sebbene conteso, in più fiate, con Firenze.

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