Pubblichiamo a puntate la storia di Poppi a cura di Giovanni Caselli

Aspetti della società

Il personale del Conte

Originariamente il personale del Conte – i familiares – era di origini germaniche come la maggior parte dei contadini e dei pastori che lavoravano sulle sue terre. Questa era una società coesa, con antiche radici nella terra, ereditate dagli Etruschi assieme ai nomi di luogo. Fra Trecento e Quattrocento la netta divisione fra società comitale e società borghese si era sfumata, ma le figure principali legate al Conte e alla sua famiglia erano, secondo la tradizione centro asiatica, sempre le stesse: il cuoco, il falconiere, gli addetti ai cavalli, i valletti e servitori, le guardie armate della scorta che si chiamavano donzelli.
I familiares potevano essere assai numerosi, una cinquantina, secondo i documenti. Il personale apparteneva a famiglie fidate che di regola facevano lo stesso servizio di generazione in generazione. Una di queste famiglie, come vedremo più avanti era quella del Bardi/Soldani ed abbiamo informazioni indirette che lo stesso ruolo avesse la famiglia Caselli. I Caselli erano donzelli di Matilde di Toscana e vivevano attorno a Canossa. Quando Matilde adottò Guido Guerra, gli assegnò qualche Caselli come donzello ed è così che questa famiglia si stabilì anche in Romagna e in Casentino.Erano frequenti a corte le presenze di ospiti del Conte, che erano spesso illustri studiosi, letterati o giuristi, alcuni dei quali rifugiati politici, che potevano rimanere al castello anche per lunghi periodi, divenendo parte dell’entourage, come ci informa Bicchierai.

Il mercato

Fino dalla preistoria i mercati erano situati nei fondovalle e servivano come punti di contatto e di scambio fra genti che abitavano e lavoravano sulle opposte montagne e che altrimenti raramente si vedevano ed ancor più raramente si parlavano.Giungevano quindi in questi mercati i prodotti delle montagne che venivano acquistati da forestieri giunti da ogni centro urbano ragionevolmente distante.
Facevano capo al mercato settimanale di Poppi, Loscove, Quorle, Larniano, Fronzola e Quota quindi Sala, Porrena, Memmenano e Buiano, poi Agna Avena, Ragginopoli e Lierna..
Tuttavia venivano a Poppi anche venditori o acquirenti, dai castelli della valle del Rifiglio e del Solano, fino a Montemignaio, Caiano, Battifolle, Ristonchi, Cetica, Garliano, Pagliericcio, Strada, Borgo alla Collina. Dalla valle del Teggina venivano uomini di Raggiolo e Ortignano, di San Piero in Frassino e di San Martino a Tremolato.
Poppesi e bibbienesi, naturalmente, frequentavano i rispettivi mercati. Verso la fine del Trecento il mercato settimanale di Poppi si teneva il sabato. Il mercato del bestiame di Ragginopoli era più importante ed attraeva contadini, pecorai e mandriani da un più ampio circondario che comprendeva tutta la Montagna Fiorentina.

Le finanze

Con l’andar del tempo i borghesi di Poppi, come quelli di Firenze o Arezzo, acquistavano sempre più terreni da coltivare fino a diventare proprietari fondiari, come un tempo lo erano esclusivamente i Conti e le istituzioni religiose che essi, la Chiesa o l’Impero, avevano fondato.
La città aveva ormai conquistato un proprio “contado” entro i confini diocesani, espropriando con la forza la casate di antica nobiltà germanica. Nel basso medioevo si manifesta il paradosso che i più ricchi proprietari fondiari sono ormai uomini di origini “borghesi”, mentre uomini di origini “nobili” sono diventati persino mercanti o banchieri, spesso addirittura contadini. La nuova nobiltà avrà infatti origini assai variegate, come spesso rivelano gli stessi cognomi.
Ma quanto erano ricchi i ricchi e poveri i poveri nel Trecento? Il Bicchierai riporta la ricchezza fondiaria in lire di un campionario di individui dediti a tutti i mestieri. Un elenco dei possidenti più modesti fornisce queste indicazioni: un fabbro ha una proprietà di 142 lire, un tessitore di 72, un calzolaio 48, un servo del Conte 66, un converso dell’ospedale 15, un commerciante di panni 110, un cuoco 98, un muratore lombardo 66, un prete 142, un fabbro 52, un fluitatore di legname 49, un barbiere 74 un maniscalco 41 e un nunzio delle Curia 31. Un elenco dei più ricchi ci fornisce questi dati: il vinattiere della cantina del Conte 164, Mr. Holme oste della Badia 153, un usuraio ebreo 215, uno speziale e venditore di panni 228, un medico 248, un maestro di scuola 236, il fattore ed amministratore del Conte 166.
Questi erano piccoli possidenti che avevano soprattutto vigne, ma chi viveva della terra che possedeva aveva, secondo gli estimi assai più terra; un agricoltore di Ornina ne aveva per ben 328 lire.
Ma i più ricchi, allora come oggi, erano i notai che facevano lavorare i mezzadri o gli affittuari e di notai ce n’erano moltissimi, uno di essi arrivava alle 1673 lire di beni terrieri.
Due o tre ettari di terreno valevano attorno alle 400 lire, quindi è facile vedere come tutti questi possidenti fossero di rilevanza assai modesta a paragone di quelli che abbiamo conosciuto in tempi recenti. Fra i più ricchi borghesi vi erano quindi i notai, ma anche gli speziali; uno di questi possedeva 1988 lire di terreni. Giovanna la moglie dell’oste Holme prestava soldi soprattutto ai coltivatori, ma a Poppi vi era anche un banco dei pegni ebraico.

La lingua

Mentre i Longobardi continuano fin dopo il 1000 a battezzare i figli con nomi germanici, dimenticano assai presto la loro lingua e adottano il latino, naturalmente storpiandolo. Poiché i Longobardi erano una accozzaglia di leader teutonici a capo di bulgari, iranici, mongoli e altro, fu assai pratico per loro adottare la lingua latina poiché lingua franca dell’Occidente, soprattutto per capirsi meglio fra di loro.
Essendo il latino la lingua dell’Impero, tutti, anche i barbari, almeno un poco la capivano. La stessa cosa si può dire dei Levantini che vennero a ripopolare i vuoti creati dalla guerra Greco Gotica e dai massacri perpetrati dai longobardi. Molti siriaci e giudei parlavano il greco, ma altri conoscevano solo l’aramaico, l’egiziano, l’armeno, l’arabo ecc. e adottando il latino dei Longobardi si capivano tutti, anche se lo storpiavano ulteriormente. Da questo accavallarsi di storpiature e acquisizione di nuove parole da ogni parte, nasce fra il X al XIII secolo, assai tardi rispetto ad altri paesi europei, il volgare toscano.
Tuttavia, nel Casentino, ed sud di Poppi in particolare, ma in passato in tutta la Montagna Fiorentina, i linguisti avvertono una assenza della fase latina nel dialetto attuale. Quali segni indicherebbero, secondo i linguisti, che i casentinesi non parlarono mai il latino?
A Firenze si usa dire a’ccasa perché in latino si diceva ad casam, a Bibbiena si dice a casa perché non si è mai detto ad casam. Questo è solo un esempio e non so quanto esso sia valido da costituire prova, dato che io non sono un linguista.
Da antropologo invece, ho validi indizi per ritenere che i pochi casentinesi superstiti della guerra Greco Gotica, che i Longobardi incontrano nella valle al loro arrivo, erano di lingua etrusca ed anche se conoscendo il latino non lo parlavano. I casentinesi del VII secolo parlavano con tutta probabilità l’etrusco, proprio come indicherebbero i numerosissimi toponimi etruschi della valle che altrimenti non sarebbero passati ai Longobardi. In Italia i toponimi riflettono la situazione linguistica di ogni particolare area nel momento esatto in cui si iniziano a stipulare atti notarili.
Vi sono vaste aree della Romagna dell’Umbria, degli Abruzzi e altrove, dove non si trova un solo toponimo romano o di epoca precedente. Solamente dove, al momento in cui arrivano i Longobardi o comunque si iniziano a stipulare atti notarili, sopravvive una popolazione locale che trasmette i toponimi ai nuovi padroni, questi si conservano, altrove si adottano nomi tardo latini, germanici o neolatini.
Se oggi i toponimi etruschi o pre-etruschi sono in Casentino nell’ordine di qualche centinaio (sono 100 soltanto quelli che riportano le mappe IGM), ciò vuol dire, che in questa valle vi erano indigeni di lingua etrusca nel VII secolo d.C.
Dante dichiara che il vernacolo del Casentino era rozzo come è in genere il linguaggio delle montagne: Cumque hiis montaninas omnes et rusticanas loquelas eicimus, que semper mediastinis civibus accentus enormitate dissonare videntur, ut Casentinenses et Fractenses. (Dante, De Vulgari Eloquentia, XI). Tuttavia, il fatto è che mio nonno, nato a Sangodenzo nel 1877, e parlante il vernacolo di Stia (oggi la situazione è mutata radicalmente), usava la lingua di Dante nella sua forma più autentica. Ciò non può essere dovuto al fatto che egli avesse frequentato una gammar school, ma perché a fine ottocento, a Sangodenzo, Stia e Pratovecchio, si parlava quel vernacolo. Forse occorre sottolineare che oggi nella stessa zona si parla il fiorentino.


Dai documenti notarili del Trecento, possiamo forse farci un’idea di come parlassero i poppesi dell’epoca. Un contadino, Papo di Michele di Poppi, che ha comperato del fieno da un certo Giovanni di Guiduccio di Arezzo, esaminata la mercanzia, dopo averla incautamente acquistata, spiega al Podestà: – Io vego bene el fieno de fora, ma io non so chome el fieno è dentro. A ciò l’aretino risponde: E’ ben de quello che ebbe del’acqua in lo prato, ma el cativo tucto ne tragemo et el buono metemo qui.
Forse questo non è che il senso del discorso come interpretato dal notaio, ma data la diversità dialettale fra le due frasi trascritte, vorrei credere che i due personaggi si siano espressi proprio in questi termini.
Un certo Cristofano di Meo detto Falemischie, di Poppi, arava il suo campo quando arriva un certo Manzone armato di picca e gli chiede: – Ai tu veduto il mio fante?, Falemischie risponde: Io ò chaciate le tue bestie ch’erano nella mia bandita. Minacciando Falemischie con la picca, Manzone grida: – Perché l’ai tu cacciate?
La moglie di un certo Battaglino saliva verso Poppi con in testa un fascio di legna da ardere, quando fu fermata da Donna Bartola, moglie di Ser Agresto notaio che le disse: – Tu m’ai tolte queste legne di la mia isola! Se tu non me ne dai quello che’lle valgono io te acusarò e farote pagare più de soldi 40! La donna le rispose titubante:
– Che volete voi ch’io ve ne dia? e Bartola: Voglione sete quatrini, altreamente te raportarò a l’uficiale. A ciò la povera donna, accettando il sopruso, rispose : Io non ho se non due soldi, se quelli volete io ve gli darò.
Nel febbraio dello stesso anno nel villaggio di Quorle accade un altro fatto. Gianna, moglie di Nanni, si reca alla pozza del fiume dove le donne erano solite lavare i panni e trova Donna Mea già occupata nel lavaggio dei propri panni nel luogo dove di solito lavava i suoi Gianna. 
A quel punto Gianna si scaglia conto la Mea aggredendola: – Che fai tu qui? Che trista te farìa Dio e chi in casa te tiene! e la spinse facendola cadere nella pozza rischiando di farla annegare.Nel dicembre del 1405, Donna Lisa e Antonia vengono a parole davanti a numerosi testimoni che riportano in tribunale quanto hanno udito. Antonia aveva gridato: – Troia puttana! e Lisa aveva risposto:- Io ti farò un dì dare di molte mazate! al chè Antonia replica:- Me le farai tu dare a’ ragazi che t’anno tenuta? Non sa’ tu che ‘l colpo che tu a’ in sul viso fu per ruffianecci?.
Lisa reagisce dicendo: Io non ebbi bisogno di polvare per andarne pulcella al marito, io come tu. E sassi chi n’ebbe bisogno o tu od io per dimostrare vergine al marito? Questo schizzo bene illustra i metodi di simulare la verginità in vigore a quel tempo a Poppi.

Usi e costumi

Secondo le regole del funzionalismo, i poppesi aderivano a due tradizioni per quanto riguarda l’età del matrimonio. Come dappertutto l’uomo era sempre più anziano della donna, ma le contingenze richiedevano che un contadino si sposasse prima di un borghese, cioè fra i 20 e i 25 anni ed era raro che un contadino fosse celibe.
Fra i borghesi invece gli uomini aspettavano di aver raggiunto una certa sicurezza economica prima di metter su famiglia e si sposavano invece a 30-35 anni, come del resto accade oggi, e vi erano infatti numerosi celibi fra i cittadini.
I carteggi di Poppi riportano diversi fatti di cronaca rosa che offrono spunti per penetrare nella mentalità della società poppese del Tre-Quattrocento.
Nel 1393 un certo Piero di Betto di Poppi ferma per strada Donna Cilia che stava tornando al castello per la via del Terrato portando un’anfora piena d’acqua sulla testa. Piero gli toglie l’anfora e tenta di sedurla promettendole del denaro, ma Cilia si rifiuta e lui minaccia di colpirla in testa con un sasso. La donna riesce infine a fuggire e Piero va a finire in tribunale.
Nel marzo 1407 un fattaccio clamoroso accadde fra Antonio e la moglie Mattea che, sospettata di tradimento, fu da lui bastonata tanto sonoramente da dover ricorrere alle cure del medico, mentre Antonio fu condannato a pagare una ammenda di Lire 33. Alcuni giorni dopo fu il marito a portare in tribunale la moglie accusandola di adulterio e di essere inoltre meretrice e ladra.
Antonio presentò una dettagliata denuncia sulle cose che la moglie aveva sottratto: 3 paia di scarpe del valore di S 47 il paio, 3 pelli di montone bianche stimate S 45, 2 pelli di montone nere del valore di S 30, il tutto sarebbe stato regalato all’amante Paolo di Bibbiena.
Mattea vendette poi 2 cuscini un guanciale, una tovaglia grande, uno asciugatoio, un’altra tovaglia con 7 tovaglioli, una cintura d’argento, un paio di lenzuoli, 39 bottoni d’argento e 41 stelle d’argento, una manica con ghiera d’argento del valore complessivo di Lire 20. Vendette inoltre 40 libbre di lana e ammettendo i fatti, fu condannata a pagare una ammenda di Lire 200.
Ne 1408 Domenico di Giogatoio si reca nel castello di Risecco alla casa di Gasparre, dove incontra la sua giovane moglie Lisa di Raggiolo. Domenico la seduce dopo aver guadagnato la fiducia della donna fingendosi parente e la induce a fuggire con lui. I due fuggono e Domenico si porta via anche le vesti di Gasparre. Passa un mese e troviamo che Lisa è stata impiegata come domestica a Firenze nella casa di Bartolommeo di professione lanciario.

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