da Guido Carocci, Firenze scomaparsa. Ricordi storico artistici, Firenze 1897

“Sopra ad un terreno che era stato concesso loro dalla Signoria di Firenze, i frati dell’Eremo di Camaldoli in Casentino edificarono una chiesa con un annesso monastero che divenne badia e che essi intitolarono a S. Salvatore.

Sorgeva nella località chiamata Verzaja per essere i terreni adiacenti tutti coltivati ad ortaggi e restò poi addossata alle mura della città. Ed anzi, in cotesto luogo stesso, di fianco al monastero, fu aperta e costruita una postierla o porta succursale che dal nome del monastero camaldolense si disse Porta di Camaldoli.

Oggi, in luogo della porta che rimase quasi sempre murata, è stata da qualche anno aperta una barriera che invece del nome antico porta quello di Bellosguardo, perché vi sta dinanzi la strada che per S. Francesco di Paola, risale serpeggiando il colle stupendo che fin da tempo remoto porta quel nome, derivatogli dallo splendore del panorama che di lassù liberamente si gode.
Fu la Badia di S. Salvadore de’ Camaldolesi o di Camaldoli assai importante per la vastità sua e per la ricchezza del fabbricato, specialmente della chiesa che era adorna anche di antichi affreschi. Però essa non ebbe lunga vita. Le necessità della difesa nel periodo dell’assedio del 1529, la località troppo esposta ai proiettili dei nemici, costrinse i monaci eremitani ad abbandonarla, né in avvenire più vi ritornarono, perché il Duca Alessandro de’ Medici arbitrariamente concesse il fabbricato alle Cavalieresse di Malta. Nemmen loro vi restarono a lungo ed anche questa volta per le ragioni stesse che avevano fatto allontanare i monaci. Il Duca Cosimo I ordinò la costruzione di un bastione atto a difendere questo punto sporgente e indifeso dalle mura e il monastero fu distrutto in parte insieme alla chiesa e ridotto inabitabile. I locali scampati alla distruzione furono in molta parte ridotti a magazzini, altri rimasero inoperosi, fino a che il Granduca Ferdinando II, valendosi dell’architetto Giulio Parigi impiantò nelle riordinate fabbriche l’Albergo dei Poveri, comunemente chiamato dei Mendicanti. Ciò avvenne nel 1621, ma l’istituzione non ebbe lunga esistenza ed il Granduca Cosimo III dette all’ampio edifizio altra destinazione.

Finalmente nel 1780, il Granduca Leopoldo I staccò del rimanente parte del locale e lo destinò ad uso di una di quelle scuole di giovanette del popolo, che portano tuttora il nome di scuole Leopoldine in memoria del sovrano popolarissimo che dedicò l’opera sua sagace ed intelligente ad avvantaggiare le condizioni delle classi bisognose. Nell’altra parte del fabbricato, per concessione avutane dal Granduca, il monaco P. Dupin aiutato largamente dal Conte Pietro Baronay, un ricco gentiluomo francese che abitava a Firenze, e della famiglia Da Verrazzano aveva eretto col disegno di Anton Maria Ferri un monastero di terziarie francescane, corredandolo di una chiesa pubblica.

Nel monastero dedicato a S. Francesco di Sales le suore terziarie avevano obbligo di occuparsi dell’educazione delle fanciulle e difatti venne costituito colà un conservatorio che ha vita anche oggidì.

Nonostante tutte le vicende alle quali l’antica Badia Camaldolense andò soggetta, i diversi usi ai quali la fabbrica fu destinata, i passaggi subìti, il nome di Camaldoli sopravvisse non solo, ma si estese per popolare convenzione a tutto il popoloso quartiere compreso fra le mura, il Borgo di S. Frediano e il convento e la piazza del Carmine. Quel nome era giustificato del fatto che oltre al monastero di S. Salvatore i monaci eremitani avevano costruito una quantità di casette che essi davano a fitto e che fiancheggiavano la strada tuttora intitolata Via di Camaldoli. L’uso volgare comprese tutto quel quartiere composto di più e diverse strade sotto il nomignolo complessivo di Camaldoli ed al nome proprio fu dato un significato come se si trattasse di un nome comune. Abitavano le casette di proprietà del monastero umili e meschine famiglie di gente poverissima che avvilite dal bisogno, non curavano troppo né le pulizia personale, né quella delle loro abitazioni. Così il nome di Camaldoli fu fin da tempo antico adoperato per significare località miserabile, abitata da gente povera e sudicia e tanto entrò la parola nell’uso comune che anche ad un gruppo di luride strade del popolo di S. Lorenzo, abitate pur esse da gente meschina si dette il nomignolo di Camaldoli di S. Lorenzo per quanto nessuna relazione vi fosse fra questo luogo ed il celebre monastero casentinese.
…

Oggi l’apertura di nuove strade e di una barriera, la costruzione di molti quartieri operai in altre parti della città, l’abbattimento di un tratto delle mura hanno, si potrebbe dire sventrato, trasformato anche i Camaldoli di S. Frediano che formavano come una cittadella nella quale si adottavano metodi di vita e costumanze tutte speciali. Le case costituivano tutt’un insieme colle vie, le quali si trasformavano a seconda dei bisogni e delle stagioni, in stanze di conversazione, in camere, in stanze da desinare, in botteghe, in lavoratorii. Quelle casupole ristrette, buie, umide, colle pareti ricoperte di sudiciume, colle finestre prive di vetri, offrivano così poche attrattive, che la gente le sostituiva col suolo pubblico. Tavolini di lavoro, panche, seggiole, sgabelli, bischetti da calzolai, arcolai da annaspare, banchi da legnaioli, arnesi d’ogni genere, occupavano permanentemente la strada e la gente faceva il comodo proprio come se fosse in casa sua. Quand’era il momento, si sedeva a desinare e nelle calde nottate estive le materasse ed i pagliericci distesi in tutti i sensi sul lastrico delle vie trasformavano l’ampio quartiere in un vero e proprio dormitorio.
Industrie speciali ce n’erano: le donne tessevano, incannavano, filavano lana, seta e lino; gli uomini erano occupati fuori di lì e quella che potremmo chiamare industria locale si limitava alla scelta delle spazzature, alla cottura della trippa e degli interiori di vaccini e… poco più. Una volta l’anno … In fondo a Via dell’Orto s’innalzava attorno alla modesta statua del Santo così rumorosamente festeggiato un grandissimo altare pieno di ceri e contornato da ricche lumiere e quando era compiuta quella cerimonia che aveva un po’di carattere religioso, cominciava la baldoria.
Oggi i Camaldoli di S. Frediano sono un quartiere popolare come tutti gli altri. La gente si è rassegnata ad osservare i regolamenti municipali, il sudiciume perde terreno con strana rapidità, le strade son tornate proprietà del pubblico, le mura abbattute in parte, lasciano che il sole ed il vento esercitino in quelle vie un’opera salutare di disinfezione, la nuova barriera di Bellosguardo ha creato un movimento sconosciuto di gente e di veicoli e tutto ciò che sapeva di caratteristica locale è scomparso senza lasciare nessuna traccia di sé.
La via di Gusciana, la parte estrema di Via del Campuccio e qualche altro tratto di strada appartata conservano ancora, per quanto si riferisce alla pulizia delle case e degli abitanti, qualche cosa di…. Camaldolese; ma anche quest’ultimi avanzi di una bruttura deplorevole sono alla vigilia di scomparire per sempre e questo è proprio il caso di augurare un buon viaggio senza ritorno.

Artisticamente, quelle strade del quartiere dei Camaldoli non presentano nulla di speciale: la semplice nota artistica è rappresentata soltanto da tre o quattro tabernacoli, eleganti di forma e decorati di affreschi tutt’altro che privi di merito. Uno specialmente in Via dell’Orto, poco distante dalla piazza del Carmine, ha ornati di pietra bellissimi ed un affresco assai interessante di maniera Botticellesca.
Nei cosiddetti Camaldoli di S. Lorenzo la trasformazione fu più rapida e più completa, perché quell’andirivieni di straducole che formavano il nocciolo assai brutto ed assai lurido di quel quartiere, cedettero il posto alla suntuosa fabbrica del Mercato e vennero sostituite da strade d’accesso più lunghe, più comode e fiancheggiate da fabbriche più pulite, tanto che oggi nulla è rimasto che giustifichi quel vecchio e poco simpatico appellativo.
Articoli correlati:
Firenze scomparsa: via de’ Gondi
Firenze scomparsa: Via de’ Martelli
Firenze scomparsa: la Zecca Vecchia
Firenze scomparsa: i vecchi Tiratoi a Firenze
Firenze scomparsa: Il Tetto dei Pisani
Firenze scomparsa: lungo l’Arno (prima parte)
Firenze scomparsa: lungo l’Arno (seconda parte)
Firenze e l’Arno: un rapporto difficile. Dalle origini al 1333 anno della terribile alluvione