Andrej Tarkovskij e le bellezze di Toscana

di Federica Zani

Non ne posso più di tutte le vostre bellezze.

Non voglio più sopportarle da solo.

La locandina del film Nostalghia

È una delle battute iniziali di Andrej Gorchakov, il protagonista di Nostalghia, il primo film girato fuori dall’Unione Sovietica dal regista Andrej Tarkovskij. Le riprese si svolsero in Italia nel 1982 dopo lunghe trattative fra la Rai e la Sovinfilm, incoraggiate e facilitate dal poeta Tonino Guerra, amico personale di Tarkovskij e coautore della sceneggiatura. Le autorità sovietiche erano riluttanti a permettergli di lavorare all’estero, perché temevano potesse non tornare più in Russia. Questa non era inizialmente l’intenzione del regista, ma fu in effetti quello che avvenne: partito da Mosca nel marzo del 1982, non avrebbe più rivisto il suo paese.

Anche Nostalghia racconta la storia di un russo all’estero, Gorchakov, uno scrittore, che intraprende un viaggio in Italia sulle tracce di un musicista del XVIII secolo, Sosnovskij, di cui sta scrivendo la biografia. Esattamente come lui, Sosnovskij era emigrato in Italia lasciando in Russia tutti gli affetti e la donna amata, e aveva sperimentato la solitudine, il senso di sradicamento dalla patria e l’impossibilità di ricostruire una vera appartenenza lontano da essa. Nessun luogo, per quanto bello, poteva occupare nel suo cuore il posto del paese dove era nato.

Bagno Vignoni

Di tutte queste bellezze, che fanno così male ad un uomo solo che non può dividerle con nessuno, molte si trovano in Toscana. Il punto focale del film è infatti la località termale di Bagno Vignoni nella Val d’Orcia, in provincia di Siena. La sorgente è conosciuta fin dall’epoca antica: nel Cinquecento fu costruita una grande vasca rettangolare su cui si affacciano direttamente gli edifici, creando l’effetto di una “piazza d’acqua”. Qui Gorchakov alloggia, assieme alla sua guida e interprete Eugenia, e qui vive Domenico, un uomo, ritenuto pazzo dai suoi conterranei, a cui soltanto lo straniero saprà (o vorrà) dare ascolto. Altro luogo celeberrimo che appare nel film è l’abbazia di San Galgano, la chiesa gotica diroccata del XIII secolo che si trova nei dintorni di Chiusdino. Abbandonata nel corso del XV secolo, fu lentamente smembrata fino a ridurla al suo scheletro di pietra; fu solo durante l’Ottocento, con la sua fascinazione per il Medioevo e per le rovine, che questo luogo sperduto nella campagna senese iniziò ad essere oggetto di studi e restauri.

Le location belle sono uno dei più classici rifugi dei registi mediocri: è un tentativo di sfruttare un patrimonio già pronto di suggestioni e atmosfere, con cui si spera di far risplendere il proprio lavoro di luce riflessa. Un regista di talento come Tarkovskij, invece, non sfrutta il patrimonio; lo arricchisce e lo moltiplica. Ne sa mostrare un lato inedito, che nessuno aveva visto prima. Ad esempio, l’immagine più suggestiva di Bagno Vignoni in tutto il film è forse quella della sequenza finale, in cui la vasca, eccezionalmente, è vuota, e Gorchakov la attraversa camminando, immerso nei vapori. Un regista può anche creare i luoghi che gli servono: è il caso della solenne chiesa antica, custode di un dipinto di Piero della Francesca, che Eugenia visita all’inizio del film, e dove invece Andrej si rifiuta di entrare. Sembrerebbe di essere in Toscana: l’accento del sacrestano è inconfondibile. Chi volesse mettersi a cercare il posto, però, andrebbe incontro a un fallimento. Le scene all’interno, infatti, furono girate nella chiesa romanica di San Pietro a Tuscania, in provincia di Viterbo. La facciata mostrata nel film appartiene ad un edificio diverso, identificato con un fabbricato posto lungo la via Cassia. Il terzo elemento di questo mistificante collage architettonico è il dipinto, la Madonna del Parto, che nella realtà si trova nel museo di Monterchi (Arezzo). In origine era stato realizzato per la cappella cimiteriale di Santa Maria di Momentanea, sempre a Monterchi, e non fu mai collocato in un ambiente simile a quello in cui è mostrato. Il film utilizza infatti una riproduzione creata ad hoc.

Tarkovskij

La manipolazione personale del paesaggio è funzionale a raccontare una storia che è anch’essa molto personale per il regista. Tarkovskij, Gorchakov, Sosnovskij sono tutti, in modi diversi, esuli. C’è un momento del film in cui le prospettive dei tre uomini si fondono: è quello in cui Eugenia legge una lettera del musicista in cui parla ad un amico della nostalgia per la Russia, e al tempo stesso dei pericoli che lo attendono se ritorna. Nella lettera racconta un sogno che ha avuto, in cui era costretto a stare immobile su un piedistallo di marmo, assieme a molti altri uomini nudi e dipinti di bianco: dovevano fingere di essere statue, per il divertimento del loro padrone che li stava a guardare. Sapevano che se si fossero mossi sarebbero stati puniti. Con quest’immagine, attribuita al personaggio immaginario di Sosnovkij, un musicista di rango schiavile dell’epoca zarista e aristocratica, il regista esprime in realtà il clima culturale della Russia sovietica, in cui si sentiva soffocare.

Tarkovskij non reclamava necessariamente la libertà di contestare il regime, per quanto non ne condividesse l’ideologia. Il suo cinema, infatti, non era politicamente impegnato nel senso convenzionale del termine, e anche dopo l’espatrio definitivo non volle riconoscersi nell’etichetta di dissidente. I temi che cercava di esplorare con la sua opera erano radicati in una visione spirituale e soggettiva dell’esistenza, forse poco compatibile con le istanze collettivistiche dell’URSS. Si lamentava che in vent’anni di carriera fosse riuscito a concludere appena cinque film, e senza ricevere alcuna forma di riconoscimento in patria, mentre all’estero gli venivano tributate altissime lodi. La sua più grande paura, come emerge dai suoi diari, era che i funzionari lo trattenessero a Mosca senza però consentirgli di lavorare: a stare quindi fermo come una statua, proprio come nel sogno. Quando giunse allo scontro con il governo sovietico, fu per il ricatto che veniva perpetrato nei suoi confronti per convincerlo a tornare, e che si ripercuoteva sulla sua famiglia, a cui si cercava di impedire di raggiungerlo in Italia. La moglie Larisa fu trattenuta in lungaggini burocratiche per molti mesi; il figlio adolescente Andrej, detto Tjapus, fu tenuto lontano dai genitori per più di tre anni; Tarkovskij lo rivide solo dopo aver rinunciato alla propria cittadinanza sovietica e aver chiesto asilo politico, nel 1986. Fu un ricongiungimento breve, perché il regista morì di cancro ai polmoni alla fine di quell’anno, nella clinica di Neuilly in Francia.

Targa commemorativa in via San Niccolò 91, davanti alla casa in cui il regista visse i suoi ultimi anni

Si realizzò così l’oscura profezia di Nostalghia: anche il suo protagonista muore in terra straniera. Fu un destino imprevisto e crudele, per Tarkovskij, che amava il suo paese e mai l’avrebbe lasciato, se gli fosse stato consentito di svolgere il lavoro che aveva scelto senza separarsi dalla sua famiglia. Fu forzato a questa mossa radicale dalla tortuosità della politica e della burocrazia sovietiche, e si rassegnò con dolore a fare l’emigrato di lusso (per quanto in continue difficoltà economiche) in Occidente. In Italia trovò una grande rete di sostegno, capitanata dall’amico Tonino Guerra. Il comune di Firenze gli offrì una casa, dove ancora oggi è conservato il suo archivio personale. Il 28 luglio 1985, a Stoccolma, durante la difficile lavorazione di Sacrificio, Tarkovskij scrive nel suo diario: “Ho una grande nostalgia di Tjapus e anche, stranamente, dell’Italia.”