di Giovanni Caselli

Casentino (Clicca sullimmagine per ingrandire) Mappa ripresa dal sito Itinerari in Casentino)

La conservazione di toponimi vecchi di 3000 anni o più, è un fatto difficile da spiegare. All’arrivo dei Longobardi le campagne italiane erano devastate, circolavano bande di migranti dall’Oriente, di dispersi e sbandati. Eppure i teutonici si arroccano sui vecchi siti etruschi, abbandonati da secoli, recuperandone assai spesso i nomi, anzi, i toponimi etruschi si sono conservati fino ai giorni nostri grazie a questo ‘recupero’ dei longobardi. Non esistendo archivi catastali, i nomi furono passati agli invasori dai sopravvissuti della popolazione locale, non è possibile altra spiegazione. Il Casentino e la Val di Sieve sono le zone dell’Etruria dove sopravvive il più grande numero di toponimi etruschi di tutta l’area etrusca.
Ecco i toponimi elencati da Silvio Pieri nel 1919, con le relative interpretazioni. Da notare che a giudicare dal Regesto Camaldolese, dal Catasto Leopoldino o pre-unitario e dalla tradizione popolare il numero va almeno triplicato:
Roésine (Aesina); Gènica (Agena); Agna (Alinia); Valdalena (Alena); Ama (Ama); Ancherona (Ancarona); Lanina (Anina); Arcéna (Arcena); Ristonchi (Aristona); Camparsina (Arsina); Asqua (Ascua); Odana (Audina); Olena (Aulena); Avena (Avena); Banzena (Bantiena); Bocena (Bucena); Ciotena (Caetena); Camenza (Kamsa); Camna (Camna); Camprena (Caprena); Camparsena; Chiani (Clani); Flerina (Flerina); Flterona (Faltona); Ferna (Ferna); Fréggina (Fregena); Gravena (Gravenna); Groville (Gravenna); Gressa (Gressa); Poggertsona (Hortiona); Lontrina (Lauterina); Orecine (Loresina); Candelumino (Lumena); Lòscove (Luscua); Losco (Luscua); Magnali (Maniale); Marena (Marena), Moggiona (Modiona); Ornina (Olnina); Opini (Opina); Pantenna (Pantena); Pàrtina (Partina); Percena (Percena); Porrena (Petrena); Poppiena (Puple); Rassina (Rasina); Romena (Rumena); Ròsina (Rusina); Sambula e Sambola (Samra); Sarna (Sarna); Saòcana (Saucana); Secini (Secina); Sennina (Semna); Sesta (Sesta); Sparena (Sperena); Sova (Suba); Taena (Tagena); Dama (Tama); Tega e Teggina (Tega); Tertinula (Tertina); Tennano (Tinnanu); Tosenna (Tosina); Trosina (Trausa); Varena (Varena); Ventrina (Veltrina); Laverna e Berna (Verna); Vertelli (Vertina); Vierle (Verulae); Vessa (Vessa); Bibbiena (Veblena); Vincena (Vincena); Cornano (Accennanu); Botano (Buttano); Carnano (Carnanu); Lonnano (Ludnanu); Memmenano (Maeminanu); Savernano (Sabernanu); Atucla.

Questi sono i toponimi indicati come etruschi da Silvio Pieri per il Casentino dal confine con la Val di Sieve e Rassina. Naturalmente il numero si moltiplica se esaminiamo la cartografia preunitaria (1820 circa) e ancor più con una ricerca a tappeto in loco.
Recenti scavi sul “Pratello” di Poppi, di fronte al castello, hanno messo in luce un abitato etrusco ellenistico consistente in almeno una strada fiancheggiata da abitazioni e provvista di fognatura centrale. Questa struttura sovrasta un insediamento dell’Età del Bronzo, con uno scarto cronologico di circa 700-800 anni.

Lucomonia di Arezzo (da Etruscan corner)

Un residuo di mura di cinta megalitiche etrusche si trova a San Fedele nel piano interrato dell’Istituto liceale e un altro presso casa Crudeli. Questa evidenza autorizza a trarre delle ipotesi, in primo luogo che la Poppi etrusca era almeno estesa quanto l’attuale centro storico, che Poppi fosse un centro urbano etrusco ellenistico in posizione centrale dominante la vallata. In secondo luogo si può ipotizzare che il centro etrusco gravitasse su Fiesole/Volterra, piuttosto che su Arezzo, questo sulla base del territorio diocesano. Estendendo l’ipotesi si potrebbe congetturare che Arezzo ellenistica estendesse il suo territorio fino a Bibbiena e che un insediamento possa localizzarsi sul colle di Lontrina (Le Monache) se non in Piazza Tarlati, dove probabilmente era solo un sacello o un tempietto in zona boschiva. Insomma, la linea Archiano Teggina potrebbe aver costituito il confine della polis di Arezzo etrusca. Il tempio di Socana sarebbe situato sull’incocio della via d’acqua dell’Arno col tratturo proveniente dal Montefeltro e diretto verso Vetulonia. Probabilmente il luogo di culto di Sòcana ha una continuità nel santario della Madonna di Calleta.

Resti etruschi-Pieve-a-Socana (nei pressi di Rassina)

In epoca arcaica si vede chiaramente dalla distribuzione dei ritrovamenti Etruschi che esiste un Casentino aretino e un Casentino fiesolano con due distribuzioni: A sud di Bibbierna ci sono i centri aretini di Gello, Pian di Linare, Taena, Pieve Socana, Casa Ducci, Talla e Bagnena. A nord di Poppi ci sono invece il Lago degli idoli, Serelli, Vallucciole, Masseto, Poggio Santi Pagani, Poggio Bombari, Sala, Porrena, Certomondo. Si tratta in ogni caso, con le dovute eccezioni, di resti sporadici.

Reperti etruschi (Museo Archeologico del Casentino – Bibbiena)

Nessuno è in grado di dire con dati archeologici quali siano le strade Etrusche, queste si possono solo ipotizzare dalla loro conformazione, secondo i principi dell’urbanistica e dell’antropologia. Le vie di altura o di crinale si possono sicuramente ascrivere ad una fase molto antica nell’antropizzazione di qualsiasi territorio (Muratori e Caniggia). E in considerazione del fatto che le valli non venivano percepite come unità territoriali, la viabilità di valle va esclusa a priori come viabilità “antica, se non come via d’acqua con un Arno canalizzato che continuava nel Chiani e poi nel Tevere. Le vie di crinale erano invece, in epoca preurbana, le vie di lunga portata assieme ai fiumi maggiori. Tutta la rete viaria di crinale andrebbe quindi tutelata poiché formatasi nelle primissime fasi dell’antropizzazione del territorio ed è quindi la struttura di radice del paesaggio antropizzato. Poi seguono le fasi successive che sono le vie di controcrinale e quindi la vie di mezza costa, che univano gli insediamenti di promontorio. Un esempio di tale strada è la Via Romea da Frassineta a Banzena. Preciso che lo studio della viabilità e dell’insediamento è una branca dell’urbanistica e non dell’archeologia, la quale diventa, dal punto di vista metodologico, una materia sussidiaria, di conferma.

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