di Salvina Pizzuoli

Telemaco Signorini – Mercato Vecchio

Linda di Martino pubblica il suo romanzo storico nel 2003 ambientandolo nella Firenze del 1884 l’anno in cui il Ghetto e le zone limitrofe, conosciute come Mercato Vecchio,  furono abbattute per fare posto all’attuale Piazza della Repubblica.

Il ghetto nella Pianta del Bonsignori

L’autrice racconta, dopo ampia documentazione, la Firenze di allora facendola percorrere dalla protaginista, Lucilla, abitante con la famiglia all’interno del Ghetto che sarebbe stato proprio in quell’anno svuotato e demolito. Molti i contrari a questa “ripulitura” che avrebbe privato la città di parte della sua storia pregressa, ma anche fautori coma Jarro, giornalista, che, nelle pagine de La Nazione, si spende a favore di un risprisinato “decoro”.

Chi volesse saperne di più sul romanzo rimandiamo alla presentazione del medesimo sulle pagine di tuttatoscanalibri.

Qui di seguito vari stralci dal romanzo per presentare una Firenze inedita.

Il primo scorcio riguarda Palazzo Strozzi:

Prendo fiato e coraggio sbucando di fronte a Palazzo Strozzi,
cubo granitico che sa di fortezza e resistenza, dove anche le
lumiere sono aguzze e affilate come lance; anch’esso però tutto
ingabbiato da una fungaia di casupole
anch’esso guerriero possente, paralizzato da fanti nudi
e famelici … Una dama elegante scende da una carrozza. Un
nugolo di ragazzotti la circonda a mani tese, lei raccoglie le gonne per non farsi sfiorare, lancia monetine a ventaglio per rompere l’assedio e fuggire.

Antiche strade con i loro nomi legati alle mercanzie:

La mia abitazione è quasi all’imbocco di via dei Ferravecchi, la strada più caratteristica del Ghetto (ove si compra e si vende ogni cosa, anche le persone, dicono): casa d’altezza media la mia, adiacente a una più alta che s’attacca a una più alta ancora che s’appoggia all’altissima torre dei Caponsacchi, che si colloca al centro, seguita da altre case digradanti fino al tabernacolo di Santa Maria della Tromba, uno dei più antichi di Firenze, proprio all’angolo di via Calimala, che vanta le botteghe più ricche. Dalle mie finestre la vista è bella all’imbrunire, quando i contorni della piazza sono sgombri e nitidi: di profilo la sottile loggia del Pesce, col puzzo di marcio ormai incorporato, a destra la colonna liberata, in fondo all’estremità la nostra chiesa di San Tommaso, sopra la quale svettano, come una lancia e un fiore, la torre e la cupola del Duomo. Tutta la piazza del Mercato mi pare un prolungamento di casa mia, ma anche nelle strade adiacenti, esclusi certi angiporti e cortacce e chiassi malfamatissimi, io circolo liberamente per case e botteghe; sempre e solo di giorno, per il fatto che la mamma lavora in piazza delle Cipolle e il babbo in via dell’Oche, e per così dire sono sempre a portata di orecchio e di occhio

Corinto Corinti, via Calimala

In giro per il centro storico

Col babbo arrivo poi al Duomo, la cui facciata, dopo tredici anni, sembra vicina a coagularsi: passiamo la bar­riera grazie alla conoscenza col capo-fabbrica e, sotto il reticolato di legni, intravedo le tarsie marmoree, di taglio e colore accordati a quelli del campanile a lato. So già che il babbo non è convinto dell’accostamento: considerando e l’insuperabile leggiadria della torre di fianco e la super­ba austerità del Battistero di fronte, la facciata così com­messa non sarà valorizzata dal contorno né lo valorizzerà. Arriva un rumoroso gruppo di esperti a guardare e com­mentare e discettare di soluzione basilicale o cuspidale, tutti attorno a un signore, disinvolto massiccio autorevole, che sento chiamare Diego e in silenzio fuma sospirando un gran sigaro, finché, sollecitato da ogni parte, sbotta che comunque codesta facciata sarà come una folaga da gior­ni grassi e da magro, insomma una facciata bisessuale: l’espressione suscita un tale coro di consensi e di applausi che ridono tutti e anch’io, che pure non ho capito.
Al braccio del babbo, faccio un giro largo fuori dal Ghetto; io non esco mai di sera, e la sera è bella: guardia­mo accendersi i lumi a gas e le lanterne a petrolio intanto che arriviamo a ripa d’Amo, là dove un destriero venne sepolto con i finimenti d’argento dal suo disperato signo­re; sostiamo sulla scalinata che finisce in acqua e serviva. allo scarico delle travi da Camaldoli e da Vallombrosa, ed è anche il punto dove mio padre sbarcò a Firenze per la prima volta e dove il Tiratoio, poi soppresso, gli apparve dal fiume come una visione: «Gli edifizi sono come o· uomini, Lucilla: nascono per amore e cadono variamente, a volte vecchi a volte giovani, per fatalità o per ingiusti­zia. Solo che questo tiratoio a me non sembrò un edifizio, ma, che so, una palafitta, meglio un vascello, sospeso sul­ l’acqua, ma pronto a calarvi e a salpare, completo di albe­ ri e sartie, di corde e canapi; solo che le vele e le tende, tese al vento, erano panni dei più incredibili colori, accesi dall ‘umidità».

Fabio Borbottoni – Tiratoio delle Grazie


Passiamo dalla Signoria, dove da bambina salutavo festosa Giuditta e Perseo sotto la Loggia, aggiriamo il Ghetto di fianco per sbucare in piazza delle Cipolle e qui, mentre un noioso tattamella* ferma il babbo, io vedo avan­zare dall’Arco dei Pescioni il Carmignate e la sua ultima amanza*: fiorente e aggraziata lei (almeno finché non apre bocca) e probabilmente più giovane di me; mi pare sia la servente della mesticheria vicino a San Pier Buonconsiglio (che oggi così gabba il suo nome).

*(ndr: tattamella= ciarlone/ amanza= donna amata resi dall’autrice con il linguaggio del tempo)

E lungo l’Arno

Fabio Borbottoni – Porta della Vagaloggia detta anche di Borgognissanti verso le Cascine

Alle Mulina della Vagaloggia e a quelle de’ Renai, l’invasione pacifica aveva persino rispettato la regola che vuole distinti, con lamiere, i reparti degli uomini da quelli delle donne, essendo comunque le femmine perfettamente consapevoli che i maschi hanno spiragli pertugi e scalette spiarle, ed essendo i maschi consenzienti a farsi scoprire ogni tanto; così, fra strilli d’indignazione e di dispetto,divertimento raddoppia. Alle Mulina di San Niccolò, più disinvolte e plebee, famigliole intere sguazzavano in acqua, ma con precauzione perché il fondo è un vero tappeto di cocci e vetri; altrettanta prudenza devono usare i nuotatori solitari che lasciano le vesti in un cespuglio e trovano al loro posto qualche cencio, lasciato a risarci mento da un anonimo che s’è rimpannucciato alla fraterna. Il babbo ha visto anche una guardia bloccare un ladruncolo stringendolo alle braccia e strizzandolo con tanta forza che il prigioniero guaiva come un cucciolo finché con un’impennata gli ha addentato il naso e s’è fatto uccel di bosco.
Se continua còsì, sarà bene rivedere i nostri proge· per la domenica; incerti fra Lucca e il prato del Quercione (dove si può andare in bicicletta e a sera si gioca a biribissi) potremmo decidere per Bocca d’Arno e San Piero· Grado. A me il compito d’informarmi alla Leopolda sul treno per Pisa, e alla Maria Antonia su quello per Lucca, dove il babbo vuole rivedere Ilaria del Carretto, che è la donna della sua vita, dopo me e la mamma

Il mercato vecchio, sulla sinistra una casa torre

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