Giovanni Stradano, L’assedio di Firenze (1555, Firenze Palazzo Vecchio, Sala di Clemente VII)

Nel 1529 le truppe dell’esercito di Carlo V assediavano Firenze. Dopo il Sacco di Roma e a seguito della pace siglata a Barcellona, l’imperatore si era riappacificato con papa Clemente VII; tra le clausole dell’accordo c’era quella di ristabilire la dominazione dei Medici a Firenze da dove erano stati cacciati ed era stata proclamata la Repubblica. In cambio il Pontefice lo avrebbe incoronato imperatore come di fatto avvenne l’anno successivo a Bologna. Firenze resistette a lungo all’assedio delle truppe imperiali finché il 12 agosto 1530, presso la chiesa di Santa Margherita a Montici fu siglata la resa.

Una delle prime tragiche battaglie combattute durante questa guerra fu quella di Lastra a Signa dove le truppe di Carlo V entrarono il 6 dicembre 1529 dopo diversi giorni di assedio e trucidarono tutti i duecento soldati fiorentini superstiti nonostante il comandante imperiale avesse promesso di lasciarli in vita dopo la resa; “salve le persone e le cose” come scrive Benedetto Varchi nel raccontare la storia. Lastra a Signa, un borgo fortificato situato a 12 chilometri da Firenze sulla riva sinistra del fiume Arno lungo la via Pisana, era un’ importante piazzaforte a difesa della strada che da Pisa, passando per Empoli, garantiva buona parte degli approvvigionamenti alla città.

Resti delle fortificazioni di Lastra a Signa

Era munito da una cinta muraria, di cui ancora oggi si vedono i resti, eretta nel corso del Trecento e pertanto poco idonea alla difesa delle nuove armi da fuoco che non esistevano all’epoca della sua costruzione. Proprio per ovviare a questo inconveniente a Firenze Michelangelo Buonarroti ebbe l’incarico di ristrutturare e consolidare le fortificazioni rendendole idonee a resistere alle salve d’artiglieria.

Secondo molti studiosi una piazzaforte di quella importanza avrebbe dovuto essere difesa da una guarnigione ben più numerosa e preparata di quanto non fosse quella al comando del capitano Michelangelo da Parrano inviata dai Dieci della Guerra, comandanti militari dell’esercito della Repubblica fiorentina.

L’esigua guarnigione riuscì a respingere vari attacchi degli spagnoli al comando di Roderigo Ripalta come avvenne nel pomeriggio precedente la disfatta: così racconta Benedetto Varchi:

Gli Spagnuoli senza battere il castello, non avendo condotto seco artiglieria, appoggiarono arditamente le scale alle mura, e cominciarono un feroce assalto. Ma i tre capitani con quella poca gente che avevano, fecion tal difesa, ammazzandone molti e molti ferendone, parte col fuoco, e parte coll’ arme d’aste, e parte colle travi e sassi che rovesciavano loro e gettavano addosso, che furono costretti alla fine, essendo buona pezza di notte, con non minor danno che vergogna a ritirarsi. Onde il Ripalta tutto pieno d’ ira e di sdegno, mandò quella notte medesima (nella quale quei della Lastra non si cavarono mai l’arme da dosso , e stettero sempre su per le mura) al principe per soccorso di gente e d’artiglieria, il quale mandò subito, chi scrive cinquecento e chi duomila Tedeschi, quattrocento cavalli e quattro pezzi d’ artiglieria. (Benedetto Varchi, Storia Fiorentina, p.162, Firenze, Le Monnier 1858)

Giovanni Stradano Assedio di Lastra a Signa (particolare)

l’artiglieria ebbe ragione degli strenui difensori ormai decimati riuscendo a indebolire le difese degli assediati:

Ma in questo mentre, gli Spagnuoli avendo dato la batteria e cominciato un nuovo assalto, quelli di dentro ancorachè fossero cresciuti, essendo una parte tornata de’ loro soldati, conoscendo di non potere lungamente resistere, non avendo né vettovaglie né munizione, e non veggendo comparir soccorso da parte nessuna, vennero, difendendosi sempre coraggiosamente da i lanzi, i quali avevano cominciato ad entrar dentro, ad accordo cogli Spagnuoli, i quali promissero loro e giurarono di dovergli lasciare andare, salve le persone e le robe, dove più loro piacesse ; ma non si tosto fu loro aperta la porta, che eglino la rinchiusero, e, fatti contra il giuramento e la fede data, prigioni i tre capitani, tutti gli altri, i quali furono poco meno di dugento, mandarono a fil di spada. (Benedetto Varchi,op.cit. p. 163)

L’incredibile leggerezza dei fiorentini, che probabilmente contavano più sull’iniziativa diplomatica o sull’aiuto dei francesi, fu pagata a caro prezzo. Poco meno di un anno dopo, nel corso della medesima guerra, veniva ucciso anche Francesco Ferrucci a Gavinana, nei pressi di Pistoia.

Articoli correlati:

Maramaldo e Francesco Ferrucci

Signa medievale: tre porti e un ponte

Libri, lasagne… e Francesco Datini