Ambrogio Lorenzetti – Il Buongoverno (particolare)

La Toscana offre una ricchissima varietà di paesaggi naturali o frutto del lavoro dell’uomo: percorrendo la regione lungo il litorale o risalendo il corso dei principali fiumi dalla foce verso la sorgente, oppure scendendo lungo le valli più interne il paesaggio muta continuamente nello spazio di poche decine di chilometri. La morfologia collinare interessa ben due terzi dell’intera regione; le montagne, alcune delle quali toccano i duemila metri, occupano circa un quinto del territorio e sono situate essenzialmente a nord nella zona appenninica, solo un decimo è occupato da pianure. Fra i contrafforti appenninici, si aprono ampie vallate: la Lunigiana, la Garfagnana, il Mugello, il Casentino e la Val Tiberina. Fuori dall’ Appennino l’unica altra area montuosa è rappresentata dal cono vulcanico dell’Amiata. I monti del Chianti e le colline metallifere, sebbene raggiungano la quota di 1000 metri sul livello del mare, presentano il morbido paesaggio tipico delle zone collinari.

Miniatura dal Theatrum Sanitatis (XIV secolo, Roma Biblioteca Casanatense)

Le caratteristiche del territorio, la vegetazione spontanea e il sistema e la tipologia delle coltivazioni mutano rapidamente così come gli insediamenti umani a partire dallo stesso materiale usato per la loro costruzione, basti pensare al cotto e alla pietra, assumendo in ogni zona caratteristiche peculiari e aspetti diversi.

Tutto questo dipende in primo luogo da fattori naturali, geografici: sistema orografico, clima, le diverse caratteristiche dei suoli, ma un ruolo di primo piano è stato svolto sicuramente dalla presenza umana che nel corso dei secoli ha modellato l’ambiente in funzione di esigenze economiche  e di strutture politico sociali sviluppatesi nel tempo, dagli Etruschi ai Romani, dalle strutture medievali all’epoca moderna.

“L’intervento dell’uomo si afferma evidente nel paesaggio a coltura promiscua, fatto di case sparse e caratterizzato dall’ associazione di colture cerealicole a colture arboree ed arbustive, ma anche altre aree hanno risentito della presenza dell’uomo o, al limite, della sua assenza: le zone costiere, le aree bonificate o quelle di montagna che mostrano ancora i segni della piccola proprietà contadina.”*

Questa varietà di paesaggi agrari queste diverse forme di sfruttamento del suolo si andarono sviluppando fin dal medioevo distinguendosi in tre zone principali: la prima di queste zone coincideva con la montagna appenninica e con le conche ad essa relativa che scendono fino ai 300-200 metri sul livello del mare; la seconda zona si estendeva parallela alla prima ed abbracciava le colline centrali ed i maggiori bacini interni. Questa fascia si allungava ad ovest fino a Lucca ed a Pisa, ad est fino ad Arezzo e alle popolose aree della Valdichiana con Montepulciano da un lato e Cortona dall’ altro, occupava gran parte del bacino dell’ Arno e quasi tutte le vallate degli affluenti di sinistra; a sud infine, essa era delimitata da Siena e dai suoi dintorni più immediati. Il resto della Toscana, comprendente l’Amiata e la Valle del Paglia sino ai confini con il Lazio, la Maremma, grossetana, senese e pisana fino alle porte di Livorno, l’Alta Valdera e gran parte della Val di Cecina andava a comporre la terza zona solo parzialmente abitata e coltivata.

Giugno, Breviario Grimani (XV secolo)

Alla fine del medioevo l’area di gran lunga più ricca, produttiva e popolata era quella delle colline centrali. Di essa facevano parte tutte le maggiori città: Firenze, Pisa, Lucca, Prato, Pistoia, Arezzo, Siena e anche centri importanti come Cortona, Colle Valdelsa, San Gimignano, Empoli, Montepulciano, Castiglion Fiorentino. Tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento la Toscana delle colline centrali e delle pianure interne ospitava almeno i tre quarti della popolazione complessiva dell’intera regione, con punte massime nel triangolo Firenze- Empoli – Pistoia e lungo la valle dell’ Arno. Questo territorio era contraddistinto, oltre che dalla presenza dei grandi centri abitati, da numerosi insediamenti rurali sparsi nelle campagne caratterizzati dalla vicinanza tra l’abitazione del contadino e la terra da coltivare determinando una profonda antropizzazione del territorio i cui segni sono ancora evidentissimi.

Il commercio del grano (Firenze, Biblioteca Mediceo- Laurenziana)

Le altre zone della regione assumevano una posizione complementare e subalterna rispetto a questa. La fascia appenninica si presentava essenzialmente come una zona povera con una popolazione scarsa e un’economia basata sull’allevamento, favorito dall’abbondanza di pascoli. Il bestiame era infatti la principale fonte di ricchezza delle popolazioni appenniniche, tanto che i ceti più agiati si distinguevano dal possesso di greggi e di mandrie. L’allevamento maggiormente praticato era senz’altro quello ovino che imponeva flussi periodici della transumanza tra la montagna e la Maremma e favoriva lo sviluppo di attività collaterali: dalla tosatura delle pecore alla raccolta e alla vendita della lana, alla preparazione di prodotti caseari e di carni che rifornivano i mercati cittadini. Anche l’apicoltura trovava ampio spazio in alcune zone come il Mugello.
Infine i castagneti e i boschi d’alto fusto e cedui offrivano, oltre alle castagne e alla farina da esse ricavata, legna e carbone vegetale, unici combustibili di cui disponesse il Medioevo e fornivano alle città anche il legname da costruzione impiegato nei cantieri navali ed edili.

Ambrogio Lorenzetti – Il Buongoverno (particolare)

La disponibilità di legna da ardere nelle zone attraversate dai corsi d’acqua a regime costante, come nella montagna pistoiese, favorirono anche il sorgere di ferriere e fucine per la lavorazione dei metalli: l’acqua faceva funzionare le seghe che tagliavano il legname necessario per la fusione e azionava i mantici ed i magli delle fucine. Nei primi decenni del Quattrocento, l’esistenza di varie seghe idrauliche è attestata infatti a Cutigliano, a Lizzano, a Gavinana, a Papiglio dove il materiale da lavorare giungeva probabilmente dall’isola d’Elba. Situazione simile caratterizzò anche l’alta Maremma, la valle del fiume Merse ad esempio, grazie alla vicinanza delle miniere delle Colline Metallifere e dei folti boschi circostanti vide il sorgere di queste attività metallurgiche fin dal Trecento.

La Toscana meridionale iniziava da qui, a sud di Siena e si estendeva fino ai confini del Lazio e alla costa tirrenica: la Maremma caratterizzata da un paesaggio collinare fitto di boschi fino alle pianure costiere. Questo territorio, per quanto vasto, rimase sempre scarsamente popolato, privo di città importanti. Massa Marittima, Grosseto, Radicofani, Campiglia Marittima, Pitigliano erano i centri maggiori ma fra questi solo Massa Marittima mantenne, fra la metà del Duecento e la fine del Quattrocento, una popolazione superiore alle mille unità con punte di quattro-cinquemila nella fase di massima espansione. La stessa Grosseto si ridusse spesso da poco più di mille abitanti a poche centinaia. Pochi anche gli insediamenti sparsi, facevano eccezione i numerosi castelli sparsi sulle pendici collinari.

Di grande bellezza e straordinario interesse le immagini della campagna toscana, tratte da miniature e dipinti dell’epoca che rappresentano scene di attività campestre. Vai alla galleria immagini

*Monica Chiellini Nari, La campagna toscana nel Medioevo, Pisa 1992