di Giovanni Caselli

Prima del cristianesimo, due poli importanti del culto in Casentino erano il Lago di Ciliegeta, poi Lago degli Idoli sul fianco sud occidentale del Monte Falterona e il santuario etrusco-romano di Sòcana.

Resti etruschi rinvenuti dietro la pieve di Socana

Non è affatto detto che queste due ultime località -rivelateci da fortuite scoperte e non da ricerche sistematiche- siano state i più importanti, o gli unici, punti di riferimento del culto e della religiosità popolare locali, ritenerlo può essere fuorviante. È del tutto probabile che ve ne siano stati altri e in particolar modo dove eventuali culti pagani sono stati sostituiti dal culto cristiano tramite una “teofania”. In tal caso i luoghi si moltiplicherebbero.

E’ un fatto sintomatico ovunque che proprio laddove esista oggi un luogo di culto cristiano, ne sia esistito uno anche in epoca pre-cristiana. Si può esser certi che nella maggior parte dei casi le pievi del Casentino siano sorte sopra o in prossimità di templi pagani. In numerosi casi un antico luogo di culto abbandonato in epoca cristiana non era così importante all’avvento del cristianesimo, altrimenti si sarebbe sovrapposto ad esso un culto cristiano proprio per estirpare il pagano e cancellarne la memoria.

E’ fuori dubbio che il paganesimo sia sopravvissuto a lungo nelle campagne, a fianco del cristianesimo, come superstizione, quindi come “sovrastruttura” della religione ufficiale. Se è vero che il contadino andava in chiesa la domenica e durante le feste comandate, è altrettanto vero che egli si rivolgeva a tale “sovrastruttura” per i problemi più seri. Fra l’altro la lingua latina rendeva incomprensibile e distante il culto cristiano in aree dove non la si parlava da secoli e forse dove non si era mai parlato quel latino.

Sul versante romagnolo dell’Appennino, e in particolare in quella che era sino ai primi decenni del 1900 la Romagna Toscana, sopravvissero sino agli inizi del XX secolo, culti pagani apparentemente immutati dall’epoca etrusco-romana.

Antica mappa del territorio della Romagna toscana

Tutti i nomi delle divinità etrusche e romane erano noti ai contadini di Santa Sofia, di Galeata, di san Benedetto in Alpe, ecc. come scrisse Charles Godfrey Leland, un antropologo americano che qui condusse serie e approfondite ricerche negli ultimi anni del XIX secolo, tutte certificate da un notaio!

Un vero rompicapo è causato dal fatto che autentici elementi di religione etrusca e romana – e non semplici superstizioni e stregonerie – siano sopravvissute in maniera evidente, non tanto in Etruria propria, ossia sul versante toscano, ma su quello romagnolo della Toscana, che oltre ad essere un’area di lingua gallo italica, ha subìto traumatici sovvertimenti genetici e culturali a partire dal VI secolo.

Sul versante toscano e in particolar modo in Casentino, la toponomastica dimostra una continuità culturale dal 1000-1200 a.C. Si badi bene, continuità culturale, non significa continuità genetica.

La sostituzione genetica avvenuta in gran parte dell’Italia del centro-nord a seguito delle stragi e delle epidemie causate dalle invasioni dei Goti e da 25 anni di guerre di questi con i Bizantini, non ebbe luogo, evidentemente, in modo repentino, ma graduale, distribuita nel tempo, in modo da consentire la trasmissione dei toponimi e di altri tratti culturali dagli autoctoni ai nuovi arrivati. Tra la fine delle “guerre greco-gotiche” e l’arrivo dei Longobardi corrono pochi anni, forse pochi decenni, i Longobardi hanno quindi accolto e conservato la toponomastica dai pochi superstiti Latini o Etruschi della Toscana.

Abbiamo detto della densa concentrazione di toponimi preistorici, protostorici ed etruschi, come si riscontra nel Casentino storico, è assai rara in altre parti d’Europa. Questo è in completo contrasto con il versante romagnolo dell’Appennino dove i toponimi pre latini ed etruschi in particolare sono del tutto assenti se si eccettuano Ravenna e Cesena. Rimane quindi irrisolto il problema di come tracce sorprendenti di paganesimo si siano potute conservare proprio in Romagna, dove già nel VI secolo la popolazione latina era ridotta al 50%, col 40% di Levantini (Siriaci, Armeni, Ebrei, ecc.) e il 10% di Goti, piuttosto che nel Casentino e in Mugello, dove la trasformazione genetica si realizzò in modo lento e culturalmente non traumatico.

Reperti etruschi (Museo Archeologico del Casentino – Bibbiena)

Potremmo postulare che dal Casentino e dal Mugello, questa tradizione possa essere discesa dalla montagna alla pianura, in secoli successivi alle invasioni barbariche, dove sarebbe sopravvissuta.

Questa è un solo una delle possibili spiegazioni del fenomeno antropologico di straordinaria singolarità che caratterizza l’area di cui fa parte il Casentino e di cui nessuno studioso si è occupato.

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