di Giovanni Caselli

Socana (Rassina) resti di tempio etrusco rinvenuti dietro l’abside della pieve

Quale significato possiamo dare quindi alla distribuzione dei numerosi nomi di luogo casentinesi – in una lingua unica al mondo – e a questo cambiamento culturale? Una possibile spiegazione è questa: in Toscana, parti della Romagna, del Lazio e della Campania si attardava, in epoca classica, una lingua preistorica oggi nota come “etrusco” e chi la parlava possedeva, o aveva acquisito, mediante contatti, una cultura materiale di tipo centro europeo, di distanti origini transcaucasiche semitiche ed altaiche. La lingua etrusca appartiene infatti ad un ceppo linguistico antico con forti elementi semitici, altaici ed, in misura minore, indoeuropei, essa era sopravvissuta in queste regioni oppure vi era giunta con i detentori della cultura Villanoviana, non certo con i portatori della cultura “orientalizzante”.
La cosa più improbabile è infatti che questa lingua sia stata imposta alla popolazione locale da chi diffuse in queste regioni la cultura orientalizzante fra fine VIII e VII secolo a.C., ciò è deducibile dal fatto che non vi è traccia alcuna di questa lingua in nessuna delle regioni da dove la cultura orientalizzante proviene, nel periodo in cui essa giunge in Italia (VIIIsec.)

La stele di Lemnos (Museo di Atene)

Una stele ed una breve iscrizione in una lingua simile all’etrusco sono state trovate nell’isola greca di Lemnos, ma ciò non prova che da questa particolare isola provenisse l’etrusco, queste iscrizioni provano soltanto che chi le ha fatte ed eresse la stele sulla tomba di un congiunto parlava l’etrusco, la cosa più probabile è che questa persona fosse un membro di una famiglia di mercanti etruschi residente a Lemnos.
La civiltà etrusca, sviluppatasi di pari passo con quella greca, e come questa divisa dagli storici
dell’arte in quattro fasi successive come indicato sopra, fu assimilata dalla civiltà romana. Roma, in origine una città etrusca, sorta nel luogo dove la Via Tirrenica, proveniente da Bologna, traversava il Tevere, in un punto centrale dei pascoli invernali degli Italici transumanti dell’Appennino, si sviluppò, sotto gli Etruschi, in un grande aggregato urbano abitato in massima parte da italici o non etruschi che avevano scelto il latino come lingua franca per capirsi tra di loro..
La Via Tirrenica è un percorso naturale da me completamente esplorato sul terreno dal 1968 al 1982, sviluppantesi su una serie di crinali che consentono un facile attraversamento dell’Appennino da Bologna a Sesto Fiorentino e Prato oppure per Fiesole e quindi di continuare oltre l’Arno a sud di Firenze, lungo i Monti del Chianti e il Monte Cetona fino al fiume Paglia. Oltre questo fiume, il primo di due soli corsi d’acqua che l’itinerario traversa fra Bologna e Roma, il percorso di spartiacque si svolge sull’altopiano laziale, oltre il fiume Paglia, ed è qui ricalcato esattamente dall’antica Via Cassia romana. La singolarità culturale di Roma, come centro multi-etnico, abitato da tribù di pastori di varia provenienza è da notare come, caso più unico che raro nel Mediterraneo.
I primitivi frequentatori dei Sette Colli di Roma erano infatti pastori italici provenienti dai Sibillini, dal reatino e degli Abruzzi ed occupavano la Campagna Romana in inverno. Come osservava Plinio il Giovane nelle sue “Epistulae” parlando della sua villa Laurentina sul littorale romano. L’area che poi doveva diventare Roma si sviluppa in un “mercatale” di pastori transumanti, nel punto di attraversamento del Tevere, dove giungono mercanti ed esploratori dall’ Egeo e da altrove e che gli Etruschi sviluppano in città emporio.
Verso il IX secolo si forma qui un insediamento permanente di genti italiche e mediterranee di varia origine e di lingue diverse che si costituiscono in “popolo”adottando la lingua latina-fino ad ora parlata solo da una piccola tribù della Maremma laziale. Questa popolazione acquisisce miti, leggi e uno stile di vita accattati un poco ovunque, evolvendosi a metà dell’VIII secolo, sotto il dominio etrusco, in una società “marziale”, dedita alla conquista di sempre più vasti territori i cui abitanti gradualmente diventano “romani”, piuttosto che Etruschi, acquisendo cioè non il nome di una nazione, ma di una città. In modo analogo alla civiltà islamica, la civiltà romana conquista assimilandole, tutte le popolazioni della sfera commerciale e culturale a cui appartiene, fino al Reno e al Danubio. Gli Etruschi, pur perdendo il potere politico sulla loro terra, manterranno identità lingua e tradizioni fino a dopo la caduta di Roma stessa.
La lingua etrusca sopravvivrà sia nella liturgia degli “aruspici” (i veggenti di stato che continuano a praticare la loro arte fino ad epoca cristiana inoltrata – Costantino si rivolgeva ad auguri etruschi prima di prendere decisioni) sia negli idiomi delle popolazioni agro pastorali rimaste isolate nelle montagne appenniniche, come ad esempio nel Casentino, nel Mugello orientale e nelle valli alpine attorno al Lago Maggiore e nel Tirolo. Gli Etruschi padani si erano ritirati nelle valli alpine centrali per sfuggire all’invasione della pianura da parte dei Celti nel IV secolo a.C. Ma naturalmente abitavano lì anche prima.

Direttrici stradali fra Bologna e Firenze

Qui ed in alcune parti della Romagna e della Toscana, si continuerà a parlare l’etrusco fino alle invasioni barbariche del V-VI secolo d.C. Ed in questo modo sopravvivranno, in queste zone soltanto, numerosi toponimi etruschi, un fatto altrimenti inspiegabile.
Lo storico greco Erodoto (430 a.C.) narra che gli Etruschi migrarono dalla Lydia, una regione costiera dell’attuale Turchia. E’ vero che le tombe etrusche del Lazio del V secolo a.C. somigliano sia nell’architettura, sia nelle pitture murali alle tombe della Lydia, ma questo può essere dovuto ad una migrazione di mercanti e artisti che si stabilirono in Etruria verso il V secolo, l’epoca d’oro della civiltà etrusca. Niente induce a ritenere che un popolo di lingua etrusca abitasse la Lydia e che questo migrasse in massa nell’VIII secolo a.C. stabilendosi in Etruria.
Dionisio di Alicarnasso (100 a.C.) scrive invece che i Tirreni erano indigeni dell’Italia, che chiamavano se stessi Rasenna e che facevano parte di una antica nazione “che non somiglia a nessun’altra nella lingua, nello stile divita e nei costumi”. Mentre le città costiere dell’Etruria tenevano contatti commerciali con ogni regione del Mediterraneo ed erano abitate anche da colonie di Fenici, Greci, Egizi ecc.,
le città interne erano abitate principalmente da Etruschi, come provano anche i test genetici effettuati su scheletri dell’epoca e queste potevano esibire il forte carattere nazionale che Dionisio attribuisce ai Tirreni.
La barriera linguistica e quindi anche culturale, fece sì che gli Etruschi mantenessero una loro straordinaria uniformità genetica in un contesto di assoluta eterogeneità italica, di genti in continuo movimento migratorio.

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