La villa e il giardino di Trebbio


di Salvina Pizzuoli

Tutto il complesso della Villa Il Trebbio (1427-1436) a pochi chilometri da San Piero a 1280px-Trebbio_utensSieve (Mugello) ha mantenuto nel tempo quasi inalterate le sue strutture originarie: la villa-fortezza con la torre di guardia e i camminamenti di ronda sorretti dalle mensole aggettanti, il giardino allungato di forma quadrangolare con il pergolato e le aiuole, la cappella, le case contadine.

Il confronto tra la situazione attuale e quella originaria è possibile grazie alle lunette di Giusto Utens; quella che raffigura la proprietà di Trebbio, come le altre undici, risale al XVI secolo quando gli furono commissionate dal duca Fedinando I per la sala grande della villa di Artimino e ripropongono in modo preciso sia l’architettura degli edifici sia il territorio, solo i piani prospettici a volte risultano falsati per la volontà di mostrare in un’unica veduta tutte le parti che costituivano le proprietà medicee.

La lunetta di Utens dimostra che a Trebbio il tempo si è fermato: la natura del paesaggio circostante, la strada che si arrampica sinuosa sul fianco della collina, le abitazioni, i silenzi, la svettante presenza dei cipressi, la piccola chiesa, la mole massiccia e aggraziata del castello, accolgono oggi il visitatore in un’atmosfera che sa di antico.

Pochi i cambiamenti dunque: le finestre, dopo il restauro del 1936/7,  presentano un aspetto diverso da quello originario e il piazzale antistante l’ingresso fu trasformato nell’Ottocento in un parco con cipressi piantati dai padri Filippini prima.

Vasari nelle Vite attribuisce la costruzione della villa, nella prima metà del Quattrocento, all’opera dell’architetto di casa Medici Michelozzo di Bartolomeo; sebbene non esistano documenti comprovanti, l’attribuzione non è mai stata smentita.

La villa è delimitata da mura una basse e merlate, ha una pianta trapezoidale  al cui centro si apre una corte della stessa forma e sulla quale si affacciano gli ambienti principali. Dalla corte si accede per una scala esterna ai piani superiori. Sulla facciata poche e piccole finestre disposte in modo irregolare; tra i due corpi dell’edificio, una torre quadrangolare è coronata da un ballatoio ad archetti il cui motivo architettonico si ripete attorno a tutta la costruzione. Gli interni, molto sobri, ruotano attorno alla corte.

A destra dell’edificio il giardino lungo piedi 200 largo piedi 30, come indica Giorgio Vasari il Giovane mentre la lunetta di Utens La lunetta di Utens evidenzia due terrazzamenti per il declivio naturale della collina, come già in uso in Toscana dal Trecento per la coltivazione dei terreni scoscesi  permettendo così di superare agevolmente i problemi derivati dalla pendenza.

In questo periodo storico la campagna intorno a  Firenze si riempì di ville e giardini: la riscoperta dello spazio fuori dalla città è rappresentato nell’arte figurativa del Trecento toscano punteggiato appunto di ville ( come ad esempio in Benozzo Gozzoli La cavalcata dei Magi 1459 )  e il Villani, nella Cronaca,  riporta i molti investimenti nel contado con l’edificazione di belli edifici, e molto meglio che in città.

Anche la letteratura toscana del secondo Quattrocento propone il tema della villa e soprattutto della vita che in essa si conduce in contrasto con quella cittadina. Il tema si accompagna alla riscoperta appunto della campagna che ebbe già in Petrarca un illustre estimatore; egli riteneva infatti che i giardini fossero fonte di gioia e che la natura  fosse ammaestramento e sorgente di piacere come lo stesso Marsilio Ficino, filosofo e umanista toscano, individuava nel contatto con la natura che la vita in villa offriva: un valido rimedio contro la malinconia e uno stimolo alla meditazione.

Nel De re aedificatoria  L.B. Alberti, architetto ed umanista italiano, richiamandosi al mondo antico, elogiava il giardino come spazio salutare per l’anima e per il corpo, fornendo quindi una serie di indicazioni anche sul tipo di vegetazione più o meno adatta ai luoghi. Si soffermava sul pergolato sorretto da colonne, sulla presenza dell’acqua e di statue e fontane e sulla necessità che accogliesse luoghi ombrosi dove rilassarsi a goderne la frescura e sottolineava come  gli antichi usavano coprire i viali con pergole di viti che si reggevano su colonne di marmo.

Un aspetto importante dei giardini dell’antichità classica, ripristinato nel Rinascimento italiano, è  proprio l’associazione di luogo di istruzione e di studio ma anche di ricreazione e di meditazione: esso è il proseguimento della dimora e offre quiete e riposo, fondendosi in armonia con lo spazio circostante.

Lo spirito dei giardini medicei era infatti quello di ripristinare quelli dell’Accademia Platonica.

Nel giardino di Trebbio sono presenti sia elementi relativi al giardino medioevale, sia elementi del giardino di villa. Tra i vari aspetti che lo caratterizzano spicca il pergolato; possiamo infatti ancora ammirare quello che rimane nella terrazza superiore: si regge su una doppia e lunga fila parallela di ventiquattro colonne in cotto che poggiano su muretti di ciottoli, ornate da capitelli più o meno elaborati o ionici o a foglia d’acqua, cui fa da tetto il fogliame delle piante di vite; un medesimo pergolato occupava la terrazza inferiore, oggi perduto; nell’orto la vasca e i diversi spazi destinati alle piantagioni di erbacee perenni.

Le residenze medicee con  i loro prestigiosi giardini hanno costituito modelli da esportare non solo in Toscana, ma anche nelle capitali europee. Tra i primi esempi di giardino di villa si collocano quelli delle ville-fortezze del Mugello: Trebbio e Cafaggiolo.

 

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