Dalle fonti antiche e secondo l’osservazione dell’antropologo

Con particolare riguardo al paesaggio toscano

di Giovanni Caselli

L’Italia dei primi uomini era ben diversa da quella attuale ma, paradossalmente, non così diversa come lo era invece un secolo fa. E’ infatti vero che l’aspetto superficiale – o il colpo d’occhio – che offre oggi, ad esempio la Toscana, è più simile a quello di 3000 anni fa che non a quello di un secolo fa.

L’espansione dei boschi, che hanno coperto il 70% dei terreni coltivati, dalla metà del XX secolo ad oggi, solo ora subisce una frenata a seguito della domanda di combustibili alternativi a quelli di importazione, i boschi vengono quindi abbattuti a vasto raggio per produrre legna da ardere.

La Toscana dei contadini e soprattutto dei contadini poveri, era un giardino laddove era coltivata ed era un deserto roccioso laddove oggi è boscaglia e arbusteto. I pascoli alti erano vasti, solo contenuti dalle foreste demaniali o di proprietà monastica oppure dal castagneto.

Se l’ambiente della Toscana in epoca etrusca è difficilmente immaginabile, quello creato dai Romani, è invece abbastanza facilmente ipotizzabile grazie all’archeologia e agli studi multidisciplinari, ma soprattutto alle testimonianze scritte. Diodoro Siculo si meravigliava che gli Etruschi coltivassero non tanto le pianure quanto le colline, e fino in cima! Infatti in Grecia, in Tuchia, ma anche in Umbria, si coltivavano le pianure mentre sulle colline e in montagna, nei prati, fra le rocce e nei dirupi brucavano pecore e capre.

Il viaggiatore dell’Italia “classica” era continuamente a contatto con la natura, le coltivazioni che fiancheggiavano la strada e che accompagnavano i lunghi e lenti tragitti, pervadevano il panorama dell’epoca. Ovunque si vedevano bianchi buoi aggiogati all’aratro, lunghe file di schiavi curvi sotto gli olivi, mentre le fronde degli alberi da frutto e i pampini delle viti si protendevano verso la strada dal loro supporto arboreo.

Se riusciamo con difficoltà ad immaginare una Grecia o una Sicilia totalmente prive di limoni, aranci, agavi e fichi d’India, ugualmente difficile ci sarà immaginare un’Italia centrale senza quei frutti, alberi e verdure che diamo per scontati e che hanno fatto parte del quadro quotidianamente sotto i nostri occhi e di quelli dei nostri antenati, da decine di secoli. Perfino i cipressi e gli olivi mancavano nel paesaggio etrusco del VII secolo a.C. La vite c’era, ma in che quantità, dove e come fosse coltivata prima della colonizzazione orientalizzante rimane un mistero. Il paesaggio italiano della vite e dell’olivo, che caratterizzava la Toscana e le regioni limitrofe sino agli anni ’70 del XX secolo, era simile al paesaggio dell’Italia romana, ma con le dovute differenze.

L’olivo è dopo la vite, il secondo albero in ordine di importanza nel mondo romano e classico del Mediterraneo. A sud dell’Appennino, – e in alcune località anche a nord – l’olivo caratterizzava il paesaggio in maniera determinante; nella dieta il suo prodotto era fondamentale e indispensabile più del vino. Nel Casentino medievale – e forse anche in quello etrusco – all’olio di oliva si preferiva il lardo o il burro, gli olivi erano rari; solo in epoca moderna, durante il XIX secolo vaste aree del Casentino furono fittamente piantate a oliveto.

Magazini per la conservazione dell’olio nella reggia di Cnosso

Da Teofrasto (314 a.C.), apprendiamo che l’olivo cresceva solo entro 40 miglia dal mare, mentre da Fenestella sappiamo che durante il regno di Tarquinio Prisco (VI sec. a.C.), non vi erano olivi né in Italia, né in Spagna o in Africa, mentre, dice Plino …”oggi è penetrato anche oltre le Alpi fino al centro delle province Galliche e Ispaniche”…(Lib.XV Nat.Hist.) L’olivo deve essersi diffuso molto rapidamente dopo la sua introduzione in Italia fra il VII e ilV secolo a.C., si tratta di una pianta dalla crescita estremamente lenta; Esiodo diceva che nessun uomo ha mai raccolto olive dall’olivo da lui piantato.

La raccolta delle live (raffigurazione in un vaso dell’antica Grecia)

“La raccolta delle olive – scriveva Plinio il Vecchio – segue la vendemmia, e fare l’olio richiede più scienza che fare il vino, in quanto dallo stesso olivo si possono ottenere vari tipi di olio. Il primo tipo di olio si ottiene dalle olive acerbe, questo è il migliore come sapore, inoltre il primo olio che esce dalla pressa è il più ricco”… Plinio asseriva che in questo prodotto l’Italia era al primo posto nel mondo. Soprattutto i Greci usavano l’olio nei ginnasi per detergere il corpo con lo ‘strigillo’, una pratica che fu introdotta anche a Roma. La maniera di crescere gli olivi oggi in Italia – anche in alcune zone dell’aretino – si è forse adattata ai dettami comunitari, tuttavia si vedono ancora differenze regionali riflettenti tradizioni radicate sicuramente risalenti all’epoca romana.

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