Dalle fonti antiche e secondo l’osservazione dell’antropologo

Con particolare riguardo al paesaggio toscano

di Giovanni Caselli

Sorprenderà gli ignari sapere che il paesaggio dell’Italia classica era assai meno ricco di alberi e boschi di quanto lo sia oggi. Nelle aree più densamente abitate il paesaggio veniva letteralmente spogliato per trarne legna e carbone. Non vi era casa degna di questo nome senza un bagno (non l’eufemismo di oggi che significa ‘cesso’, ma un vero bagno), non vi era vicus privo di bagni pubblici, e questi erano riscaldati con enormi quantità di legna.

Naturalmente, nei luoghi meno accessibili e dai quali era difficile il trasporto della legna, le foreste erano estese e anche impenetrabili. Si pensi alla nota Selva Cimina, che sui monti Cimini costituì il confine naturale e un vero baluardo fra Roma e l’Etruria per secoli. Il Pinus picea, che cresce in montagna, era la conifera più comune per il largo uso che si faceva del suo legno. Anche il pino si piantava assieme al cipresso presso la porta di casa e presso i cimiteri in memoria dei morti; la sua resina era mischiata al franchincenso perché gli somigliava nell’odore e costava meno. La pece, di cui i Romani facevano largo uso, si otteneva da questo pino.

larice

L’abete forniva il legno per i cantieri navali, ma purtroppo cresceva sempre lontano dal mare. I suoi pedàni così diritti servivano anche nell’edilizia e in mille altri impieghi. Il larice, il cui legno era fra i migliori nel campo delle conifere, non marciva ne intarlava. Il suo bel colore rossiccio e il suo profumo lo facevano impiegare nella costruzione delle case; la sua resina è abbondante e mielosa.

Taxus baccata

Il tasso, Taxus baccata, era, secondo i Romani, tristis ac dira, tanto velenoso quanto bello a vedersi. La parola ‘tossico’, secondo Plinio, proviene proprio da tassico cioè il veleno del tasso. Tuttavia, toxica significa anche arco per frecce, e il micidiale longbow degli inglesi del medioevo era fatto di tasso.

Acero montano

L’acero è invece un albero dal legno pregiato per farne mobilio; esiste in diverse varietà: quello bianco è detto gallico perché cresce a nord del Padus e oltre le Alpi. Il miglior legno in assoluto è quello del bosso, l’essenza più comune nei giardini e nei parchi dei Romani. Il bosso cresce in grandi foreste sul Pindo, dove i boschi sembrano il paradiso arcadico ideale di un romano. Dal nome del bosso deriva l’inglese box (scatola), poiché nel medioevo il legno serviva anche a far cofanetti per i gioielli delle dame.

Il legname da costruzione era tagliato dall’inizio dell’autunno fino a prima che incominci a soffiare il vento favonio, cioè alla primavera, quando il legno si risveglia e vegeta, come dice Vitruvio. Gli alberi si tagliavano secondo precise regole per far sì che il legno risultasse duraturo e inattaccabile ai tarli. Si segava attorno al tronco fino al midollo, lasciando in piedi l’albero, quando la linfa era sgocciolata e il legno asciutto, allora lo si abbatteva. Vitruvio dice che il legno delle foreste dell’Appennino tirrenico era migliore di quello delle foreste padane e adriatiche che sono meno soleggiate, quindi le pendici tirreniche dell’Appennino dovevano essere molto più spoglie in quanto il loro legno era più desiderabile.

I prodotti agricoli dei Romani erano numerosissimi, anche se molti di quelli che oggi noi usiamo non erano noti allora, ugualmente, potremmo dire che molte cose coltivate e consumate allora vengono ingiustamente ignorate oggi.

farro

Il cereale principale, il più antico e il più usato dalle classi povere per la farina del pane e le farinate, era, appunto, il ‘farro’, ossia il Triticum dicoccum che Virgilio chiama robustaque farra e Plinio definisce primus antiquis Latio cibus.

Dalla farina, ador, si facevano delle torte, Adorea liba, che venivano consumate durante la cerimonia del matrimonio. Il grano comune, Frumentum, il grano per eccellenza che nequiquam pingues palea teret area culmos, come dice Virgilio, poteva anche allora prendere la ruggine. L’orzo aveva due varietà, una a due file di grani e una a sei, Hordeum distichum e hexastichum; dall’orzo schiacciato si otteneva la polenta, Giovenale parla di iuventus… grandi pasta polenta mentre Ovidio dice tosta quod coxeratante polenta dimostrando che la polenta, sia pure d’orzo, esisteva prima dell’arrivo del mais dalle Americhe.

La fava, Faba, era nota nella varietà piccola, che serviva soprattutto come cibo per il bestiame; allora veniva mangiata vere fabis satio dice Virgilio, e laetum siliqua quassante legumen. Il pisello, Pisum, era comune anche se aborrito dai poeti. Il cece, Cicer, giunse in Grecia dall’Asia occidentale ed era comunissimo, veniva arrostito come si fa oggi in Grecia e nel Medio Oriente; Orazio dice infatti “fricti ciceris…emptor”.

I fagioli sono un’importazione dall’America, ma non tutti, il Phaselus o Phaseolus menzionato da Virgilio e da Columella, è risultato, tramite l’archeologia, corrispondere al toscano fagiolo dall’occhio, che è in realtà il Dolichos sinensis, che venne dall’Asia, coltivato in tutto il Mediterraneo.

veccia

La véccia Vicia era comunissima in quanto nativa, così come il lupino: tristi lupini…silvam sonantem  di Virgilio. Il carrubo, Siliqua graeca era comune quanto oggi per nutrire gli animali in Sicilia, a Malta e nel meridione. I verdi campi, i prati di Plinio, risplendevano del verde smeraldino dell’erba medica, Medicago, esattamente come oggi: te quoque, medica, putres accipiunt sulci canta Virgilio. Forse l’erba medica è di origine orientale.

Fra le verdure di Catone domina la Brassica, il cavolo, che ancora è comune nella forma selvatica originaria, nei nostri prati era consumato anche per le sue qualità curative, nonostante gli inconvenienti: crambe repetita come dice Giovenale.

In mancanza di verze, si legavano le foglie della comune Brassica, come si fa con la lattuga, per farla crescere bianca e tenera. La rapa Rapum rapulum era probabilmente poco diversa dalla varietà selvatica spontanea pizzicante che cresce ai margini dei nostri orti. La carota e altre radici erano dette pastinaca, mentre il ravanello esisteva col nome di radix che continua nel toscano ‘radice’, mentre la forma nord italiana ‘ravanello’ deriva dal greco raphanus.

La lattuga, Lactuca, fu prodotta dalla pianta selvatica tramite selezione, come l’endivia, Intubum, e la cicoria, Cichoreum. Il carciofo, Cinara, era assai più piccolo e assai più spinoso del nostro. Il sedano, Apium, fu sviluppato da un’erba semiacquatica. L’asparago, Asparagus, tipico della regione mediterranea, fu cantato da Giovenale montani asparagi..quos legit uilica. La lacrimosa Caepa di Columella, la cipolla, arrivò durante la protostoria dall’Asia occidentale, quindi raggiunse la Siria, la Grecia e infine l’Italia. Anche il porro, Porrum capitatum, venne dall’oriente, così come l’aglio, Allium, che giunse in Europa coi primi agricoltori che si insediarono attorno al Mediterraneo.

coriandolo

Il cetriolo, Cucumis citrullus, venne dall’India settentrionale, attraverso i mercanti Tolomei. Tiberio mangiava cetrioli tutto l’anno facendoli crescere nelle serre. Il cocomero venne dall’Africa anche perché Columella lo chiama Alexandrinae cucurbitae, ma era più piccolo del nostro. Il popone era sconosciuto poiché non ancora giunto dall’Asia Centrale. Un’altra cucurbitacea era la zucca che venne anch’essa dall’India.

I funghi erano più noti ai Romani che a noi, essi ne conoscevano le buone e le cattive qualità: Agrippina avvelenò Claudio con l’Agarico; invece per Giovenale il porcino era domino dei funghi. Il tartufo, tuber, veniva importato dall’Africa, ma cresceva oggi come allora in tutte le valli appenniniche. Il cappero, Capparis, era noto in quanto pianta mediterranea, così lo erano la menta, Mentha, la ruta e il cuminum, usati come spezie, assieme al coriandolo, e all’anice. I Romani conoscevano il pepe, l’aloe e anche il riso, ma questi prodotti non erano diffusissimi.

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