Bozzetti toscani


di Renato Fucini

Di seguito tre storie tratte dalla raccolta di racconti di un toscano d’altri tempi, nato a a Monterotondo Marittimo (una frazione di Massa Marittima), in terra di Maremma: Renato Fucini, autore conosciuto anche con lo pseudonimo di Neri Tanfucio, anagramma del proprio nome. Pubblicate con il titolo “All’aria aperta” nel 1897 sono scene e macchiette che ritraggono persone, paesaggi, lo spirito arguto  e antico di tipi umani legati a quella campagna che ben conosceva, descritta in una lingua vicina a quella parlata  e  ricca di espressioni dialettali.

Riportiamo:

Questione d’interessi, Temperamenti sani, Il Battello.

Seguono ” poesie in lingua”  tratte dalla raccolta “Ombre” : Gente etrusca e Castelli in aria

 

QUESTIONE D’INTERESSI

Il cavallo del fattore, passando pochi minuti avanti, aveva lasciato in mezzo alla strada un discreto mucchio di quel che i cavalli sogliono lasciare in mezzo alle strade. Un bianchetto di passere vi si affollarono sopra, bisbigliandosi e beccandosi fra loro accanite. Intorno intorno erano duelli feroci di scarabei. Due uomini, con un corbello in spalla e una corta pala in mano, arrivando di corsa da direzioni opposte, si incontrarono lì, e lì si fermarono guardandosi in cagnesco.

– Starò a vedere se avrai il coraggio di toccarla! – disse uno dei due uomini, mandando faville dagli occhi.

– Starò a vedere se questo coraggio l’avrai te! – rispose l’altro, scotendo in alto la pala.

– Io l’ho veduta prima!

– Io, prima di te!

– Io, dalla svoltata.

– Io, dall’olmo del ponticino.

– A mezzo!

– No.

– A pari e caffo?

– No, perchè è mia di diritto.

– Ghigna di ladro!

– Muso di porco!

– O toccala, se hai core!

– O pròvati, se hai fegato! –

E si puntarono biechi, pronti allo slancio, come bestiacce in amore.

Le passere, appollaiate sulle cime dei pioppi dintorno, guardavano aspettando.

Gli scarabei, rotolandosi nella polvere, continuavano, zitti zitti, a darsele a morte.

– Insomma, io direi di farla finita!

– Lo direi anch’io.

– Dunque, la raccatto io?

– Se ti ci provi, ti mangio!

– Prepotente!

– Puzzone!

– Vigliacco!

– Pidocchioso!

– Morto di fame!

– Smetti con cotesta pala! – Butta giù cotesta mano!

– No! – Sì – Già – Ma – Ppun!.., –

E si azzuffarono, e si avvoltolarono in un diluvio di botte così furibonde che, poche ore dopo, il medico ricuciva e incerottava la testa d’uno di quei disgraziati, e i carabinieri portavano in prigione quell’altro, mezzo sciancato e pieno di lividi.

 

TEMPERAMENTI SANI

Quella mattina erano arrivate tristissime notizie dall’Affrica. Il signor Felice e il signor Pietro, l’uno negoziante d’olio e l’altro di granaglie, parlavano costernati fra loro, in mezzo alla strada, tenendo in mano un giornale.

Si leggeva sui loro volti biechi e accigliati il tumulto delle passioni che agitavano i loro animi di patriotti. Lo scoraggiamento per il disastro, la pietà per le vittime, l’ira contro i barbari vincitori, il rancore contro i responsabili dell’eccidio, si rimescolavano bollenti nel loro cuore, traducendosi esteriormente in brusche movenze, in convulsi serramenti di pugni, in animi monosillabi, in torbide occhiate, in gesti minacciosi.

Suonò in quel momento la campana di mezzogiorno. Come all’annunzio improvviso di una strepitosa vittoria delle nostre armi, le loro fisionomie si irradiarono di serena beatitudine; si strinsero con effusione la mano e, uno per un verso uno per l’altro, si allontanarono sorridenti e frettolosi.

Tutti e due ci avevano per desinare il loro piatto favorito. Il signor Felice ci aveva la fricassea d’agnello; il signor Pietro, il cavolo ripieno.

 

IL BATTELLO (1)

Dopo una nottata d’inferno, nevica sempre. I faggi, nudi e stecchiti, agitandosi sotto la furia del vento, si frustano tra loro con le cime, mandando uno strepito secco come di scheletri  combattenti nel buio per l’aria. Fra poco spunterà il giorno. Lo dice quell’albore squallido che si affaccia laggiù in fondo dalla parte di levante; ma che trista giornata si prepara per i taciturni abitatori della montagna!

La scala del misero albergo risuona ai colpi d’un passo grave e ferrato.

– O che volete andare in giro anche stamani, Battello, – domandò dal letto la padrona.- Io dico che siete impazzato! –

– O che oggi non si mangia, Mariannina? Dio ci assista. Sempre avanti, Savoia! –

E con questa risposta fra il desolato e il burlesco, il Battello, curvo sotto il peso del suo grosso carico di mercanzia, si sbacchia l’uscio dietro le spalle e via, nel buio, fra la neve che lo accieca e il vento che lo tribola, frugandolo fino alla carne, attraverso agli strappi della giacchetta sempre umida dalla pioggia dei giorni passati.

– Donne, il Battello! – grida quel martire, passando vicino alle prime casette affumicate. Nessuno risponde. Dormono. – Avanti, avanti! – Sul far del giorno, la bufera rinforza e il freddo diventa più acuto. Il Battello non se ne accorge. Anzi ha caldo, anzi è sudato, e la fronte gli cola a goccia a goccia. – Avanti, avanti! – La salita è di una asprezza diabolica; l’andare è un pericolo, fra la neve sempre più alta e insidiosa, su per quei dirupi e per quei viottoli tracciati dalle pecore lungo gli orli delle forre profonde. Ecco un’altra casetta!

– Donne, il Battello.

– Ce n’avete salacche. Battello? – domanda una donna dallo spiraglio d’una finestra.

– Sì; levate ora dal mare.

– O matasse di cotone?

– Anche quelle. specialità della casa; prodotti di Parigi. –

Dopo un quarto d’ora il primo affare è fatto, e il Battello riprende la via, tastandosi nelle tasche della giacchetta i tre soldi e le due uova che ha guadagnato. Anche le uova! perchè lui, dove i suoi clienti non abbiano da pagarlo con danari, si adatta a far cambio della merce con polli, cacio, agnelli, castagne e che so io.  Ma le uova sono pericolose. La settimana passata, rotolando in un burrone, se ne schiacciò addosso una dozzina, e tutto il guadagno della giornata andò in fumo.

La luce del giorno è finalmente comparsa; una luce bianca e diffusa come in una notte di luna. La neve è quasi cessata, ma il vento si scatena più indemoniato che mai, e il freddo si fa sempre più intenso. Dalla fronte del Battello cola abbondante il sudore che, scorrendogli a gore per la faccia, si rappiglia in gelo all’estremità della barba. – Avanti, avanti! – La neve del terreno, che già arriva al ginocchio, comincia a indurire. Fra poco, se il freddo aumenta ancora, sarà capace di reggere alla superficie il peso del suo carico e quello del suo carico di mercanzia. – Allora sarà un andare da principi, – pensa rallegrandosi il Battello. – Dio ci assista! Dio ci assista! Sempre avanti, Savoia! – Era il suo grido di guerra favorito.

Ma quelle invocazioni si dispersero, non ascoltate, fra gli urli della bufera che, dopo una breve sosta, incominciò a turbinargli dintorno più minacciosa e più folta.

Girò tutto il giorno, facendo sentire ad ogni casa il suo grido: – Donne, il Battello – che da ultimo pareva un lamento; cadde più volte, rovesciando la merce del corbello; si riposò sfinito a ridosso dei castagni spaccati; soddisfece la fame con una coda d’aringa e si dissetò succhiando la neve. – Donne, il Battello…. Donne, il Battello…. –

A notte fitta, la padrona del l’alberguccio dove era alloggiato il Battello, e un gruppo dei suoi conoscenti, stavano seduti davanti al fuoco, parlando impensieriti di lui e della sua famiglia lontana.

– Eccolo! – gridò a un tratto la padrona.

– È lui, è lui!

– Questa, sì, è la sua voce! – gridarono gli uomini.

Il Battello, appena rientrato nella via maestra e visto ormai assicurato il suo ritorno, veniva avanti cantando un’ottava della Gerusalemme.

Entrò acclamato nella cucina calda e piena di fumo, si alleggerì del suo peso, e girandosi allegro intorno alla fiamma, annunziò i buoni affari della giornata, dichiarando che quella sera voleva fare scialo.

La padrona intese, e si mise subito all’opera. Lo scialo del Battello voleva dire una farinata gialla col soffritto di porri, e un’aringa intera sul treppiede.

 

(1) Con una metafora immaginosa, chiamano battelli in alcuni luoghi dell’Appennino, quei venditori ambulanti, i quali, venuti dal piano, corrono la montagna per tutto l’inverno, con un grosso corbello dietro le spalle, a vendere mercerie, terraglie, salumi, ecc. (NdA)

 

Gente etrusca

Curava i fiori con la esperta mano

Un giardiniere, un giardinier toscano.

E conversando, arguto, atticamente,

Di turpiloquio e di bestemmie oscene

Vomitava un torrente.

Un anèmone a un coro di verbene,

con la vocina tremante e sottile:

-Oh la gentil Toscana! oh la gentile!…-

 

Castelli in aria

Legàti per le zampe, ciondoloni,

Stavano in man d’un cuoco due capponi.

Non capisco-dicea quello più grasso,-

Che voglia dir questo menarci a spasso”

“Secondo me, vedrai,-dicea quell’altro

Il quale era più magro ma più scaltro,-

Vedrai che, conosciuto il nostro merto,

ci conducono a star meglio, di certo.

Anzi, se vuoi saperla, io spero molto

Di vedermi ridar quel che m’han tolto”

Pensava il cuoco quando entrò in cucina:

“Questo lesso, e quest’altro in galantina”

 

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