Hans Tuzzi, Il mondo visto dai libri, Skira, Milano, 2014, pp. 153, € 15,00

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Recensione di Alberto Genovese

Quando l’amore per il libro diventa certezza esistenziale e quotidiano bisogno, s’accende nel lettore il desiderio di libri che narrano la storia dei libri: di come sono nati, di chi li ha stampati, di chi li ha rilegati per andare nel mondo con robuste scarpe, di chi per ossessivo amore si è macchiato di delitti, di chi  per averli scritti è  stato braccato da sgherri e anatemi. Si fa presto a scoprire che i libri hanno le loro proprie storie e avventure, che non sono meno affascinanti delle storie che i libri stessi raccontano. I bibliofili sono gli esoterici depositari di questo sapere. Una oleografia corriva ma in fondo affettuosa li immagina compulsare cataloghi di librerie antiquarie in studioli avvolti nella penombra da cui sortiscono ogni tanto per le prosaiche necessità del mondo, quasi disavvezzi alla luce, forse persino smunti, talpe con negli occhi la solitaria felicità di una scoperta (una prima edizione  che sembrava perduta?), felicità che la generale indifferenza rende più intima, e si colora di tenero eros.  Più dei lettori, i bibliofili vedono il mondo attraverso i libri, sino a perdersi negli insani labirinti della bibliomania. Bibliofili e bibliomani sono stati  essi stessi  ispiratori e soggetti di altri libri. Si deve ai francesi un genere particolare, la nouvelle bibliographique, il racconto bibliofilo,  inaugurato da Il bibliomane, di Charles Nodier (siamo nel 1831). Ancora più famoso  è  Il delitto di Sylvestre Bonnard, di Anatole France, del 1881.  Un classico. E come tacere di quel piccolo gioiello che è Mendel dei libri, di Stefan Zweig (1929)? E Il nome della rosa, poi? C’è un quadro  dell’Arcimboldo, “Il Libraio”  del 1566, che potremmo eleggere a migliore rappresentazione iconografica della bibliomania,  appena un secolo dopo l’invenzione della stampa, quando peraltro fra la passione per il libro e i mestieri della scrittura, ivi compreso appunto quello del libraio, correvano fusionali vincoli d’inchiostro.

Chi è oggi il bibliofilo? Un erudito dilettante di provincia? Un freddo cattedratico? Un nobile devoto a una biblioteca di famiglia? Un parvenu che ha scelto i libri antichi invece che i vasi della dinastia Ming come collezione da esibire? Difficile tracciarne un profilo,  nel volgere di questi anni di diaspore di ideali e di imbellettate solitudini.  E se il bibliofilo fosse uno scrittore? Sì, ma è uno scrittore sedicente per causa di un manuale di bibliofilia o uno scrittore e basta che pubblica anche opere bibliofile? Capitolo volentieri di fronte a tali capziose complessità e di buon grado mi arrendo a una concreta evidenza: Il mondo visto dai libri di Hans Tuzzi. Sentite un po’ il titolo: non è il bibliomane o lettore forte che guarda il mondo attraverso i libri, bensì sono i libri che, quasi (no, tolgo il quasi) animandosi, vedono il mondo. C’è sottintesa la volontà dell’autore di invertire la prospettiva consueta, che vuole misurare il mondo attraverso gli alati pensieri dei libri. Sostiene Tuzzi: è la storia stessa dei libri, il loro esistere ed intrecciarsi con le vicende umane che li rende al contrario misura all’uomo. Mentre l’uomo si affanna a scrivere i libri per raccontare e giudicare il mondo,  finisce che la storia dei libri  è un modo per vedere la storia dell’uomo. Appunto, il mondo visto dai libri. Una prospettiva filosofica e un titolo che sarebbero piaciuti un sacco a Borges.

Eh, però, in esergo poi ti compare una citazione di Walter Benjamin che suona così: Libri e puttane si posso portare a letto. E uno si chiede a che gioco stia giocando Tuzzi. E’ la spocchia dell’intellettuale di mondo che accende il camino con le pagine che lui stesso ha scritto per far mostra di suprema ironia? Un’acuzie di neo-relativismo? Una conversione al pensiero debole nello spazio che separa il titolo dall’esergo? O una dolorosa insinuazione che sussurra all’orecchio del lettore: per quanto tu possa amare i libri, non ti illudere che in essi troverai l’ubi consistam del tuo stare nel mondo. Chi frequenta i libri di Hans Tuzzi sa che questa è una sua ricorrente e carsica dialettica:  le conversazioni erudite, certe metafore luminose, l’amore per il particolare nel disegno dei personaggi,  il ritmo coerente, la sua prosa nitida dai costrutti classicheggianti, tutto sembra volgere verso l’esattezza dello stile; senonché un aggettivo ombroso, un’ansa improvvisa nel fluire della trama, la bizzarria di un’espressione scanzonata procurano un breve spiazzamento, il tempo di un refolo freddo, un passo veloce di spettro che ti invita a uscire per un attimo fuori dalle pagine dei suoi libri, quel tanto che basta per avvertire il dolore di un nulla che neanche la letteratura può esorcizzare, e che nemmeno un autore pervicacemente laico come Tuzzi può evitare. (E  viene da chiedersi se il genere “romanzo” sorto nell’Ottocento dalle ceneri dell’ancien regime non abbia come suo fondamento l’orfanità metafisica, e con essa e per essa la triste adultità del vacuo e la nudità esistenziale. Ma questa sarebbe un’altra storia, sempre di libri.)

Bisogna sapere che Tuzzi ha come scrittore molte vite: compare in libreria  con alcuni titoli di bibliofilia e di storia del libro che ottengono un duraturo successo per la qualità di alta divulgazione e piacevolezza di prosa.  C’è in proposito un suo titolo (Gli occhi di Rubino. Di cani, di libri, di cani nei libri) dalla cui lettura non ci si può astenere se si vuole conoscere a quali felici e originali esiti letterari conduca il connubio fra profondità di pensiero, prosa raffinata, coerenza e levità di stile (parlando di cani e di libri? ma davvero? sì, proprio così…). Diventa giallista di chiara (non importa quanto commerciale) fama con il suo commissario Melis, che indaga in una Milano livida e smarrita, megalopoli di esistenze solitarie. Si mormora, ma sono maldicenze, che il suo La morte segue i magi sia da annoverare fra i migliori gialli italiani mai scritti, per spessore letterario e fondamento filosofico (il labile confine il vero e il falso, fra l’autentico e il suo indistinguibile doppio). Poi diventa romanziere tout-court con Vanagloria… Con il suo Mondo visto dai libri, ritorna per così dire sul luogo del delitto. Ora, cosa ci si può attendere da un libro che parla di libri con un titolo del genere? Momenti di storia e microstoria del mondo attraverso tutto ciò che il libro intorno a sé raccoglie e sedimenta. Tuzzi diventa una specie di cantastorie: svolge sul palco delle pagine il suo telone colorato e canta le vicende di assassini, di fiere, di autori rimasti misteriosi, di travestimenti, del trigramma di Gesù, di libri inesistenti, di furti e delitti, di artigiani ostinati nel perseguire la bellezza materiale del libro… E mentre narra il mondo con gli occhi del libro, il pubblico che è dentro di noi (le molte persone che ci abitano – il fanciullo curioso, l’adulto potato dalle illusioni, il lettore vegliardo in cerca di un ricordo) e quello fuori di noi,  i tanti lettori ignoti gli uni agli altri, tutti si radunano (ci raduniamo) sotto questo palco immaginario e sfogliano le pagine del sillabario “tuzziano”, e si chiedono (ci chiediamo) a un tratto: dov’è il mondo?  E’ in quel palco di cantastorie (Narrami autore dei multiformi libri le curiose gesta…), o è qui dove sto leggendo? Qui nell’intimità di una stanza tutta per me, nella panchina solitaria di un parco, in una vettura di metropolitana che pullula di virus influenzali, nel letto dove mi racconto in solitario silenzio una fiaba scritta da altri? Sì, il mondo non è nei libri, ma i libri lo raccontano e lo vedono. E se proprio ci fosse concesso, non entreremmo volentieri dentro le pagine di un libro come in un mondo fantastico, per una amletica fuga dal fato? Il libro di Hans Tuzzi accende questo desiderio con arte di colto cantastorie, con la sua prosa come sempre signorile e fluente, densa di cose sapute e narrate con grazia e ironia, mai abdicando al rigore delle idee, mai rinunciando alla seduzione delle parole. Chi ama la letteratura bibliofila terrà questo Mondo di Tuzzi fra i titoli più cari. Una nota è dovuta alla grafica della copertina: calda, notevole.

 Poscritto. Con operoso ravvedimento informo infine i lettori della presente recensione che Hans Tuzzi ha citato il sottoscritto, per nome e cognome, nella prefazione al suo Mondo. Ho pertanto scritto in palese conflitto di interesse, il quale invero consiste nell’appellativo di “amico” generosamente attribuitomi dall’autore, e di cui posso privatamente vantarmi. Se taluno ritenesse che questa circostanza invalidi la veracità dei miei giudizi estetici, costui è invitato a leggere le opere di Hans Tuzzi che ho segnalato, e sono certo che non potrà che condividere (un tanto in più un tanto in meno)  le mie opinioni. E anche questa amicizia epistolare fra il recensore e il recensito è una storia di uomini parlata dai libri… Tutto si tiene…

 ♦Recensione di Salvina Pizzuoli

Se dovessi decidere tra gli scritti di Hans Tuzzi quali regalare a Natale, metterei in lista anche questo ultimo lavoro “Il mondo visto dai libri” (Skira, Milano 2014). Sono un’estimatrice di Tuzzi narratore e non avrei mai immaginato di poterne apprezzare la saggistica-narrata relativa all’ambito antiquario dei libri.

Non è un romanzo, ma è come se lo fosse. Non è solo per bibliofili, anche se informa e documenta il corso degli eventi legato ai volumi di cui tratta con precisione da manuale: ne racconta la vicenda ora avventurosa ora curiosa o imprevedibile, ma comunque interessante che circonda ciascun testo che Tuzzi ha deciso di  porre al cuore di ogni capitolo con quel suo stile elegante e accattivante tra informazioni e aneddoti che arricchiscono e avvicinano il lettore a quel libro carico di una storia tutta personale e aiutano a comprendere perché chi li ama possa spingersi fino a uccidere per il possesso di uno di essi. Si scorrono i capitoli, tanti quante le lettere dell’alfabeto, da Assassinare (per un libro)” a “Zanzibar” e si procede fra racconti dedicati  a persone e luoghi che attorno a quel libro o a quel genere di libri (in “Ornitologia” si incontra inaspettatamente Ian Fleming) ruotano come personaggi dentro la medesima storia, in una fabula avvincente anche perché impensabile e sconosciuta.

Dal Quattrocento ad oggi attraverso itinerari che si snodano ai quattro capi del pianeta seguendo e tratteggiando  un mondo di libri fatto dai libri:

Due anni dopo “la mano che pensa”, muore, registrata nell’elenco dei poveri, senza poter immaginare il successo che il libro sugli insetti del Suriname otterrà in tutta Europa […]

La citazione è tratta dalle pagine di “Merian, Maria Sibylla”, che sopravviverà nel  libro da lei illustrato con amore e passione per le incantevoli creature. Vite di donne, di libri illustrati e di librai: nelle pagine dedicate a “De Marinis, Tammaro” una figura unica nel mondo dei librai italiani Tuzzi racconta la storia del giovane napoletano che nonostante non avesse terminato gli studi, se non come autodidatta presso l’Archivio Storico di Napoli, raggiungerà le massime onorificenze nel panorama mondiale della peleografia; in chiusura riporta una frase di Umberto Saba che scoperta l’esistenza dei libri antichi, affermava in “Storia di una libreria” “emanavano un senso di pace: erano come dei nobili morti”.

La lettura mi ha così catturata che penso proprio di volerlo rileggere, per riassaporare con la calma di chi legge nuovamente i passaggi più gradevoli di questo mondo speciale visto attraverso i libri.

 per saperne di più: video recensione di Luigi Mascheroni

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